Tratta delle donne

 

     La cosa più difficile quando si parla di tratta di esseri umani, e in particolare di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, è riuscire a consegnare a chi ascolta o a chi legge la complessità del fenomeno, la molteplicità degli aspetti che lo compongono e delle cause che lo determinano. E nel contempo distoglierlo da una immagine parziale, che è quella che viene generlamente proposta dai mezzi di comunicazione di massa. E poi riuscire a rendere evidente che di questo “tutto” nel quale la tratta si inserisce e si produce facciamo parte anche noi.Perché il fenomeno non riguarda solo le donne trafficate e i gruppi criminali che le trafficano, estremamente dinamici e pronti a strutturare nuove strategie e nuove rotte appena le loro modalità di organizzazione vengono individuate. Riguarda nella loro totalità i paesi di origine e quelli di destinazione; e riguarda questo nostro mondo che si trova di fronte a sfide sempre più faticose, a livelli di povertà crescenti, a conflitti inarrestabili, a dissesti climatici e ambientali di dimensioni sconosciute prima. Riguarda le persistenti e sempre più problematiche forme di discriminazione di genere che possono spingere le donne a partire, a qualunque costo. Riguarda gli sfruttatori così come i clienti o le comunità delle quali fanno parte; i “totalmente estranei” come gli “indifferenti”.E assumere una consapevolezza di ciò diventa difficile ogni giorno di più; perché la “guerra permanente” ci ha trascinato in una percezione di pericolo e di accerchiamento e ci rende sempre più insensibili a quello che accade al di là dalle nostre comode vite, da tutelare al di sopra di tutto. Ma non è possibile guardare oggi all’esplosione che il fenomeno ha raggiunto senza conoscerne la storia o ripercorrere i passaggi epocali avvenuti tra gli anni ’80 e ‘90. E senza conoscere e “ri-conoscere” le storie delle donne che ne sono vittima, che non possono essere oscurate, perché sono “vite-con-significato”, anche quando possono apparire percorsi insensate o senza speranza.Tra le tante prospettive dalle quali si può affrontare il tema, dunque, scelgo di tracciare un quadro sommario del sistema-mondo (quello globalizzato, appunto) nel quale il fenomeno si genera e di collocare al centro le vicende e le aspirazioni delle donne che ne sono vittima.

 

1. Iniziamo da una definizionePrima di tutto occorre avere chiaro di cosa stiamo parlando. Cos’è la tratta, dunque, o cosa vogliamo intendere per tratta?

La definizione più ampia e condivisa in sede internazionale è quella contenuta nel “Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persona, in particolare di donne e bambini”, allegato alla “Convenzione delle Nazioni unite contro la criminilità organizzata transnazionale” di Palermo 2000.Ai sensi del Protocollo, si considera tratta “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone tramite l’impiego o la minaccia dell’impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di posizioni di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento”. Per sfruttamento si intende “come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi”.

All’origine c’è uno spostamento da un paese all’altro, dunque; il reato di tratta tuttavia si configura soltanto quando esiste un legame “diretto” tra l’atto di facilitare questo spostamento e un vantaggio concreto ottenuto attraverso varie forme di sfruttamento che seguono l’arrivo a destinazione. Quando invece le reti criminali semplicemente “facilitano” il passaggio da un paese all’altro di una persona, allora la tipologia di reato ricade nella fattispecie del “traffico di migranti” (smuggling), definito da un secondo Protocollo.

Va subito detto che la linea di confine tra i due reati non è sempre così netta e può accadere che persone giunte attraverso canali regolari oppure aiutate solo a superare le frontiere finiscano comunque per essere controllate dagli stessi gruppi criminali che gestiscono la tratta. Perché il passaggio della frontiera, comunque venga realizzato, non elimina la situazione di vulnerabilità, discriminazione e bisogno cui i migranti finiscono per essere consegnati. E, se senza documenti è impossibile trovare lavoro o un posto dove stare, allora il ricorso alle reti criminali può divenire inevitabile. 

Inoltre, quando la vittima è un minore di 18 anni, il reato di tratta si configura anche se manca uno degli elementi sopra descritti: cioè anche quando non c’è spostamento fisico da paese a paese oppure anche quando non c’è un legame diretto tra il trasporto e lo sfruttamento. Questo vuol dire che anche lo sfruttamento sessuale dei minori all’interno del loro paese - a volte connesso al “turismo sessuale” – configura il reato di tratta.

Secondo l’organizzazione internazionale Save the Children, sono circa 1,2 milioni i minori di 18 anni vittime di tratta nel mondo: bambini e adolescenti venduti o comprati, rapiti o adescati per essere poi utilizzati prevalentemente nell’industria del sesso e della prostituzione ma anche nell’accattonaggio, in lavori irregolari o attività illegali, nell’ambito delle adozioni illegali e del traffico di organi. Sono il 30% delle vittime della tratta nel mondo e la loro età è compresa tra gli 8 e i 18 anni; ma la tratta arriva a coinvolgere anche neonati venduti per adozioni illegali a prezzi che possono variare dai 7.000 ai 15.000 euro.

La tratta, dunque, non equivale allo sfruttamento della prostituzione ma è un fenomeno ben più ampio. Oggi gruppi criminali più o meno potenti reclutano donne ma anche uomini e minori, non soltanto per fini di prostituzione ma anche per lavori entro l’economia informale, matrimoni servili, adozioni illegali. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ne sono vittima circa 4 milioni di persone nel mondo: di questi, la metà sarebbero donne sfruttate nella prostituzione. In alcuni casi il fenomeno si combina con il traffico di droga e organi e si alimenta di nuovi e sempre più terribili modalità oltre a quelle esplicitamente definite nel Protocollo, come la tratta delle donne incinte e il traffico di ovuli.

Nel mese di giugno 2005, per esempio, è stata individuata in Calabria un'organizzazione criminale bulgaro-italiana che operava nella tratta di esseri umani, di droga e armi. Tra i casi accertati, quello di un neonato acquistato da una coppia della provincia Crotone per 10mila euro da una donna bulgara introdotta in maniera irregolare nel nostro paese. Ancora da Save the Children arriva la denuncia sul numero crescente di donne rumene o albanesi che vengono fatte partorire in Italia o in Grecia, dove il neonato viene ceduto a coppie locali. E notizie analoghe appaiono ormai abitualmente sulle pagine dei nostri giornali.

Quanto al traffico di ovuli, in Colombia il fenomeno è stato documentato e denunciato dalla OIM. Secondo le testimonianze fornite da alcune vittime, pare che la cifra offerta alle donne sia di circa 5 milioni di Pesos (poco più di 1.500 euro). In alcuni casi l’estrazione avviene in patria; in altri le donne vengono portate all’estero e dopo l’estrazione vengono obbligate alla prostituzione.

Nonostante le modalità di tratta siano varie, nel mondo occidentale lo sfruttamento sessuale è il principale ambito di lavoro forzato per i migranti. Secondo un rapporto recentemente pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), circa un quinto di tutti i lavoratori forzati nel mondo sono stati vittime di tratta (oltre 2,4 milioni di persone) e il 43% di loro vengono utilizzati per lo “sfruttamento sessuale a fini commerciali”. Nei paesi occidentali (Europa e Stati Uniti) il 75% dei lavoratori forzati sono stati trafficati a scopo di sfruttamento sessuale: nel 98% dei casi si tratta di donne e bambine. Secondo stime dell’Europol, un protettore può guadagnare 110.000 euro all’anno per ragazza. Gli alti introiti hanno incentivato la proliferazione di reti criminali transnazionali, con base nei paesi d’origine (specialmente in Russia, Ucraina, Nigeria, Albania e Moldavia) o nei paesi occidentali di destinazione (Belgio, Grecia, Paesi Bassi, etc). In Italia sono circa 50mila le vittime della tratta di esseri umani per scopi sessuali giunte tra il 2000 e il 2004.

Sebbene, dunque, il nesso fra tratta e sfruttamento sessuale sia particolarmente evidente nel mondo occidentale, è errato pensare che il fenomeno si accompagni sempre a situazioni di violenza estrema o di coercizione o comunque di non consenso. La realtà è invece molto più variegata e complessa e si possono presentare situazioni di prigionia vera e propria così come forme di condizionamento sottili; comunque, ciò che va ben inteso è che il reato si configura anche di fronte ad un eventuale “consenso” della vittima. Facciamo un esempio.

Il paese è la Colombia, lacerata da una guerra che ha fatto 600mila morti in cinquant’anni. La città Medellín, quella che fa registrare uno dei più alti indici di violenza al mondo. Negli anni '90, le riforme di stampo neoliberista hanno provocato una recessione economica di dimensioni mai conosciute prima. Conflitto armato, violenza diffusa e crisi economica hanno provocato nei colombiani e nelle colombiane un profondo senso di sfiducia e di mancanza di prospettive verso il futuro, generando un desiderio di fuga all’estero. Un’inchiesta realizzata nel 1997 dal quotidiano El Tiempo rivelava che più del 70% dei cittadini avrebbe voluto emigrare e negli ultimi 10 anni oltre il 10% della popolazione è andato via dal paese.

Amanda è una giovane donna di Medellín destinata ad essere trafficata in Giappone passando per il Perù e la Tailandia. Vive un’esistenza abbastanza soddisfacente, nonostante sia cresciuta senza la madre ed abbia perso il padre quando era adolescente. Tutto sembra andar bene, fino a quando il marito non perde il lavoro e questo evento demolisce gli equilibri della sua tranquilla famiglia: lei, il marito, la bimba di 4 anni, la suocera. Quando le viene offerto di incontrare un uomo – il “peruviano” – “che porta le donne all’estero”, lei accetta. Si presenta al “colloquio” insieme ad altre ragazze e capisce subito di che tipo di lavoro si tratta. Per “partecipare alla selezione” deve consegnare delle foto che la ritraggono nuda e siccome non le ha portate deve farle sul momento. Amanda non riesce a spogliarsi e comincia a piangere. Il “peruviano” le dice allora di andar via: se piange solo per delle fotografie, come può pensare di essere adatta a “quel lavoro”?. Ma Amanda lo supplica di darle un’altra possibilità, lei vuole partire: perché la vita in Colombia non è facile e lei ha deciso di comprare una casa per la sua famiglia e di dare un futuro diverso a sua figlia.

Parte per il Perù, dove si dovrà predisporre la documentazione falsa e organizzare le tappe successive del viaggio. A Lima viene iniziata alla prostituzione e dopo un mese parte per il Giappone ma viene fermata all’aeroporto di Bangkok per possesso di documentazione falsa e passa un anno in una prigione tailandese: un anno durante il quale la sua famiglia non sa nulla di lei. Amanda viene trafficata. Voleva partire, ma questo elemento non modifica la realtà. Sulla sua pelle è stato commesso un reato, realizzato mediante l’inganno e l’abuso della sua situazione di vulnerabilità. Era consapevole che avrebbe esercitato la prostituzione ma non sapeva che avrebbe viaggiato con documentazione falsa né quanti soldi avrebbe guadagnato; non conosceva la lingua del paese dove andava né aveva strumenti per prevedere tutto quello che sarebbe accaduto dopo.

L’assurdità e la crudezza della sua storia ci aiuta ad avere chiara la complessità del fenomeno. Dopo un anno di permanenza nella prigione di Bangkok, riesce a mettersi in contatto con la sua famiglia, che si rivolge alla OIM di Bogotá. Viene liberata grazie all’intervento della GAATW, che in collaborazione con la OIM ne predispone il rientro in patria. All’inizio è felice di essere tornata ma poi qualcosa inizia a cambiare. Il modo in cui sono andate le cose l’ha messa di fronte alla “interruzione del sogno di cambiamento” che aveva fatto; e così inizia a pensare di ripartire.

C’è qualcosa di drammatico nella sua immagine di “futuro desiderabile”? Probabilmente, ma non spetta a noi dirlo. E comunque non è solo questo l’aspetto che deve far riflettere. Si tratta certamente di capire quanto l’esperienza del trafficking possa segnare - a volte in maniera irrimediabile - la vita di una donna; ma anche di avere chiaro che la decisione di ripartire che Amanda ha preso non esenta dalla responsabilità del reato i trafficanti che l’avessero fatta ripartire, per tornare a sfruttarla in situazioni sempre nuove e imprevedibili. Questo aspetto va tenuto chiaramente presente, perché di afferma - spesso  erroneamente - che il fenomeno appartiene ai contesti e alle epoche nelle quali le ragazze vengono rapite o partono senza il minimo sospetto di quello che andranno a fare.

 

2. I metodi di reclutamento e la lunga catena della tratta

Ma chi mette in contatto Amanda con il “peruviano”? È una sua collega di lavoro, con la quale lei parla in fabbrica delle difficoltà che sta affrontando e di come si sente.

Le persone di contatto sono spesso persone del quartiere, conoscenti, amici o addirittura membri della famiglia. La prossimità con la potenziale vittima li mette in grado di individuare situazioni di vulnerabilità particolarmente marcate; da qui l’offerta di un contatto con persone che rendono possibile “andare fuori dal paese”: per cercare un lavoro migliore, per guadagnare di più, per studiare, per trovare un marito, ecc. A volte sono le stesse donne a rivolgersi ad “agenzie” la cui presenza sul territorio è generalmente nota.

La proposta sul tipo di lavoro che si va a svolgere varia a seconda della situazione e del paese. In alcuni casi viene prospettato il lavoro domestico o la cura di anziani o bambini o il matrimonio con un uomo benestante; in altri la prostituzione è uno sbocco noto subito o intuito poco prima della partenza, anche se difficilmente chiare sono le modalità di esercizio o i guadagni che ne deriveranno. Oltretutto il contesto nel quale le donne vengono portate, l’assenza di documentazione o il possesso di documentazione falsa, il debito acceso per ripagare il costo del viaggio (che cresce in maniera esponenziale ogni giorno) si trasformano in barriere invalicabili. E per la stragrande maggioranza di loro – anche se non per tutte, questo è bene dirlo – uscire da questa trappola diventa impossibile. Così come diventa impossibile tenere per sé una parte soddisfacente dei guadagni. L’assurdità della situazione nella quale sentono di venirsi a trovare, così diversa da quella immaginata, genera in loro un terribile senso di impotenza che non fa intravvedere possibili vie d’uscita.

Non conoscono la lingua del posto né persone di cui potersi fidare; provenendo da paesi con sistemi istituzionali vacillanti – quando non corrotti – non avranno sufficiente fiducia nelle istituzioni dei paesi di destinazione. Oltretutto, la situazione di irregolarità nella quale spesso si trovano le consegna in maniera totale ai trafficanti, per assurdo loro unici “protettori”. Tutte queste considerazioni possono portare le donne vittime di tratta a non cercare di uscire dalla violenza, anche in situazioni estreme. Nella maggior parte dei casi, anzi, proveranno a trarre profitto dalla condizione nella quale si trovano e magari ad usare l’astuzia per trovare sbocchi possibili nel paese di destinazione. I “falsi matrimoni” realizzati dietro pagamento o i legami affettivi sviluppati con i clienti ne sono un esempio. Difficilmente, invece, il ritorno a casa verrà visto come una soluzione “riparatoria”, perché significherebbe tornare ad una situazione ancora più perdente di quella di partenza. Nella maggior parte dei casi i rimpatri sono realizzati in maniera forzata e riportano le vittime ad un contesto nel quale non è possibile nessuna forma di reinserimento dignitoso.

I reclutatori non sono che il primo anello della catena dell’organizzazione, quello più vicino alle donne. A loro si aggiungono tutti i più svariati personaggi che si occupano di procurare i documenti, disegnare le rotte, accompagnare alcuni tratti di viaggio o ricevere le donne a destinazione, controllarle e predisporre abitazione, luogo di lavoro, assistenza medica e tutto quello di cui avranno bisogno.

I trafficanti però non sono sempre associati in gruppi di stampo mafioso, anche se la partecipazione di questi ultimi nella tratta sembrerebbe in aumento. Per i migranti in partenza dal Sud America, per esempio, fino a quando in Europa non sono entrate in vigore norme restrittive in termini di ingresso, era facile arrivare con permessi turistici di 3 mesi, allo scadere dei quali entravano nell’irregolarità.

Marta, donna colombiana che esercitava la prostituzione a Trieste nel 2001, era partita come tante altre donne della sua città, Cali. Un trans della zona che era venuto in Italia già negli anni ’80 aveva iniziato ad organizzare i viaggi delle donne verso l’Italia. Procurava i documenti, prestava loro il prezzo del viaggio e una somma di denaro per vivere durante il primo periodo, trovava loro un’abitazione. Ma le donne gli rimanevano vincolate fino a quando non avevano finito di pagare il debito contratto, al quale ovviamente venivano applicati tassi d’interesse elevati.

Una ricerca realizzata recentemente su un campione di donne dominicane vittime di tratta ha rivelato che vengono portate fuori dal paese attraverso reti “amiche”, organizzatori di viaggi e persino da familiari o persone conosciute che le motivano a partire. Le aree di destinazione sono principalmente i paesi del Caribe, America Latina, Europa e Stati Uniti, dove esse vengono impiegate nell’industria del sesso. L’85% delle donne intervistate sapeva che tipo di lavoro andava a svolgere.

Anche in Albania, come si dirà meglio oltre, i casi di tratta gestiti da reti criminali sapientemente organizzate si alternano ai viaggi organizzati da singoli uomini – i “fidanzati” - che sfruttano una o più donne; per alcuni passaggi, per esempio per l’ottenimento di falsa documentazione di viaggio, essi dovranno comunque avvalersi dei “servizi” offerti da altri.

Ma la tratta delle donne, di cui sentiamo parlare in maniera quasi ossessiva ad ondate nel nostro paese - e l’ossessione della dis-informazione a volte non ci permette di assumerne la giusta conoscenza e coscienza - non è un fenomeno nuovo. È bene ricordare che sempre nella storia i corpi delle donne sono stati messi in “vendita” come merci preziose. I loro viaggi – forzati o volontari – purtroppo non sono adeguatamente documentati. Nella storia delle migrazioni questo aspetto è quasi totalmente oscurato e solo oggi, grazie ai drammatici sviluppi che il fenomeno ha assunto, se ne inizia a cercare gli albori. Qualche ricerca di storia delle donne o di storia delle migrazioni se ne occupa. E quando i dati sono inaccessibili, magari sepolti in archivi dai quali nessuno ha pensato di tirarli fuori, la finzione letteraria ci aiuta a fare luce su alcune drammatiche pagine di questo passato.

 

3. Frammenti di storia: la tratta delle “non solo bianche”

<<L’edificio in legno, a due piani, decorato con draghi e lampade di carta, si trovava proprio nel centro del quartiere. Senza bisogno di guardarlo due volte, capii che si trattava di un bordello. Su entrambi i lati della porta c’erano finestrelle sprangate da cui si affacciavano visi infantili che invitavano in cantonese: “entri qui e faccia tutto quello che vuole con una bambina cinese molto carina”. E ripetevano in un inglese incomprensibile, a beneficio dei visitatori bianchi e dei marinai di tutte le razze: “Due per guardare, quattro per toccare e sei per farlo”, mentre contemporaneamente mostravano dei minuscoli, commoventi seni e tentavano i passanti con gesti osceni che, così mimati, sembravano una tragica pantomima. (…) Le prostitute più povere tra quelle povere iniziavano molto presto e raramente arrivavano a diciotto anni; a venti, se avevano avuto la sfortuna di sopravvivere, erano già vecchie>>.

Sono le sing song girls nella California di metà 800, dove “il vizio, come le miniere d’oro, era uno degli affari più redditizi e sicuri”, scrive Isabel Allende. La scoperta dei giacimenti di metalli preziosi chiamò nella regione uomini da tutto il mondo e lì dove ci sono uomini soli, immediatamente prolifera anche l’offerta sessuale. Le sing song girls erano bambine rapite in Cina dalla strada o vendute dai genitori, i quali il più delle volte credevano sarebbero state condotte spose alla “Montagna Dorata”. Non venivano scelte tra le più belle – tranne quando venivano commissionate da uomini che le acquistavano come concubine – ma tra quelle che avevano una struttura fisica più forte e costavano meno. E inoltre tra le giovanissime, per la loro docilità.

Venivano trasportate nelle stive delle navi, nascoste all’interno di grandi casse imbottite; quelle che sopravvivevano alla dissenteria o al colera o agli abusi dei marinai – che s’incaricavano di iniziarle al lavoro sessuale - transitavano dal porto di San Francisco senza nessun ostacolo: “gli agenti dell’immigrazione che venivano riforniti di bustarelle, chiudevano un occhio davanti all’aspetto delle bambine e timbravano senza leggere i falsi documenti di adozione o matrimonio”. Arrivate negli States venivano messe all’asta e addestrate dalle più vecchie: dovevano imparare “ad attirare i clienti e a compiacerli per quanto umilianti e dolorose fossero le loro richieste”.

Venivano costrette a firmare contratti che le vincolavano a chi le aveva “acquistate” per cinque anni, ma di fatto non avevano nessuna possibilità di affrancarsi. Per ogni giorno di malattia che impediva loro di lavorare, il periodo di “servizio” stabilito veniva aumentato di due settimane; e se provavano a scappare perdevano per sempre la possibilità di tornare libere. Quando si ammalavano, venivano lasciate morire senza cure.

La tratta delle donne asiatiche raggiunse nella seconda metà dell’Ottocento un elevato livello di organizzazione ed esse non venivano spostate solo verso il nuovo continente ma nella regione. Dalla Cina venivano inviate nelle colonie di Hong Kong e Singapore, a quel tempo interessate da un rapido sviluppo dell’industria e dalla realizzazione di opere infrastrutturali. <<È documentato – scrive Paola Monzini – che solo una minoranza di donne partiva di propria volontà: la grande maggioranza era formata da ragazze rapite, ingannate o cedute a “mediatori” dalle proprie famiglie>>. 

In America Latina e nel Caribe il fenomeno è presente sin dall’avvio della conquista, quando a seguito dei colonizzatori venivano condotte volontariamente o in maniera forzata dall’Europa e dal Sud est asiatico. Le stesse indigene ne furono vittima: conquistate come bottino di guerra e trasformate in schiave sessuali. Successivamente alle prime fasi della colonizzazione, all’arrivo dagli altri continenti si aggiunsero anche gli spostamenti da un paese all’altro della stessa area. Nel continente latino, il fenomeno raggiunse dimensioni consistenti a partire dagli anni ’40 ed una delle principali aree di destinazione fu il Caribe. Nell’isola di Curazao - al tempo colonia olandese - il governo istituì in quel periodo il postribolo denominato Campo Alegre, oggi Le Mirage, per «soddisfare le necessità sessuali di uomini soli: marinai olandesi, militari degli Stati Uniti e operai delle multinazionali». Per preservare l’onore e la virtù delle donne del posto, si permetteva di lavorarvi soltanto a donne straniere, che ricevevano un permesso di soggiorno di tre mesi.

Le prime donne che vi giunsero provenivano da Cuba e dal Venezuela; in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia. Alcune viaggiavano in maniera indipendente, consapevoli del tipo di lavoro che andavano a svolgere. Altre venivano ingannate da intermediari con false offerte di lavoro. A partire da quella data, circa 25.000 donne avrebbero lavorato al Le Mirage. Il fenomeno si estese ad altre colonie olandesi, come Aruba, Saint Martin e Suriname. Molte di queste realtà si convertirono per migliaia di donne in luogo d’iniziazione e ponte di transito per l’esercizio del lavoro sessuale in Europa, specialmente in Olanda.

Nonostante il coinvolgimento nel fenomeno di donne provenienti da varie aree del mondo, maggiormente nota e documentata è la “tratta delle bianche”, che spostava giovani europee (“bianche”, dunque) verso le case di appuntamento e i locali delle colonie e delle grandi metropoli dell’epoca. Secondo Corbin il il fenomeno ebbe avvio per consentire il ricambio continuo di “offerta” all’interno delle case chiuse e dei bordelli del Belgio e dell’Olanda e – in misura minore – di Francia e Germania; le donne venivano prevalentemente dall’Inghilterra. Solo in seguito le rotte hanno preso a dirigersi verso i paesi dell’Europa orientale (Polonia e Russia, soprattutto) e le Americhe.

La vendita delle “bianche” conobbe un’espansione notevole tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando la seconda rivoluzione industriale mise in crisi le realtà socio-economiche tradizionali, spingendo ad emigrare e a tentare fortuna altrove. Le ragazze venivano rapite o reclutate con l’inganno e successivamente portate nelle principali città portuali d’Europa, da dove partivano i carichi per le colonie. Nell’area mediterranea i principali porti erano Marsiglia ed Alessandria d’Egitto, per il nord Europea Amburgo e Rotterdam.

Il fenomeno raggiunse uno sviluppo talmente drammatico da indurre a individuare strumenti di contrasto. Venne così siglato nel 1904 l’Accordo internazionale per la repressione della tratta delle bianche e nel 1910 si giunse alla prima Convezione internazionale “per la repressione della tratta delle bianche”. Il primo strumento ad hoc adottato dalle Nazioni unite fu, nel 1950, la “Convenzione sulla repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale altrui”, che si focalizzava ancora prioritariamente sulla tratta a scopo di sfruttamento sessuale.

 

4. Nell’era dell’economia globale: scenari contemporanei

È evidente da quanto detto che alcune caratteristiche dell’odierno trafficking appartengono almeno alla storia moderna. Tuttavia oggi il fenomeno assume caratteristiche e dimensioni inedite. Diventa più ampio il bacino di provenienza, aumentano i paesi di destinazione e si diversificano le cause. Si riducono le distanze e diventano più facili gli spostamenti. Emergono fenomeni nuovi ad esso collegati, come il turismo sessuale e tutte le svariate offerte dell’industria del sesso. E poi, si riducono i viaggi forzati e le forme di inganno diventano sempre più sottili ma aumenta anche la disponibilità delle donne ad accettare il lavoro sessuale come opzione di guadagno.

 Gli anni ’80 e ’90 hanno sicuramente portato con sé cambiamenti che sono stati determinanti. Il crollo del blocco sovietico ha aperto la strada verso una difficile e lenta transizione che per milioni di persone significa ancora oggi precarietà e mancanza di copertura di diritti più basilari. Nei paesi del Sud come in quelli del Nord si è imposta l’applicazione di politiche di stampo neoliberista che hanno reso più profondo il varco esistente tra ricchi e poveri. La distanza tra Nord e Sud del mondo in termini di benessere socio-economico e giustizia sociale è in progressivo aumento. E poi, l’estendersi di conflitti già esistenti e l’esplosione di nuove guerre ha generato senso di insicurezza e desiderio di fuga per intere popolazioni.

E mentre tutto ciò avveniva, il modello di vita della società dei consumi diventava riferimento in aree sempre più ampie del mondo. Inoltre, nel Nord ricco e dei diritti – oggi ormai purtroppo sempre più nominali –mestieri non più coperti dalla manodopera locale esercitano una funzione di attrazione.

Le implicazioni che in siffatti scenari si registrano sulla vita delle donne sono a volte drammatiche. In occasione della conferenza di New York “Pechino + 10”, numerose organizzazioni e associazioni hanno fatto il punto sui progressi e sulla strada da compiere per vedere realizzata la piattaforma firmata nel 1995 nella capitale cinese. Però purtroppo i dati a disposizione parlano di un grave e generalizzato peggioramento della posizione delle donne.

Non è casuale, dunque, se oggi il 51% di tutti i migranti nel mondo sono donne, le quali - secondo uno studio realizzato dalle Nazioni Unite - migrano spinte più da ragioni di emancipazione personale piuttosto che per far fronte alle necessità economiche della famiglia: fuggono cioé da forme di discriminazione di genere divenute per loro insostenibili. Spesso in famiglia sono le uniche a prendere l’iniziativa e assumono un dinamismo e un ruolo fondamentale anche per gli altri membri del nucleo.

Una buona parte delle migranti è costituito da madri singles; <<circa un quinto delle famiglie nel mondo ha a capo una donna: il 25 per cento nel mondo industrializzato, il 19 per cento in Africa, il 18 per cento in America Latina e nell’area caraibica e il 13 per cento in Asia e nel Pacifico. Molte di loro sono sole perché sono state abbandonate dai mariti o perché sono fuggite da compagni violenti. Oltre alle madri single, esiste anche un gruppo poco visibile di madri “quasi” single, solo nominalmente sposate a uomini alcolizzati, giocatori d’azzardo o semplicemente troppo provati dalle difficoltà della vita>>. L’apporto che esse danno alle economie locali è a volte notevole: basti pensare al caso Filippine, ove tra il 34 e il 54 per cento della popolazione basa oggi il proprio sostentamento sulle rimesse dei lavoratori emigrati, i due terzi dei quali sono donne. Ma il fenomeno apre scenari preoccupanti se si pensa che il 30 per cento dei bambini filippini vivono in famiglie nelle quali almeno un genitore è emigrato all’estero.

In un contesto siffatto, reti di traffico da sempre esistenti in funzione “facilitratrice” hanno via via raggiunto una strutturazione sapiente e capillare. La loro organizzazione si è affinata e rafforzata nel tempo, tanto da farli divenire capaci di gestire e accompagnare lo spostamento di migliaia di persone ogni anno. Una caratteristica di queste reti, oltre alla loro potenza e spregiudicatezza, è la capacità di studiare nuove rotte appena una di quelle battute viene messa in pericolo dai controlli delle forze dell’ordine. Le donne che ne sono vittima sono sempre più giovani e con minore esperienza e provengono da contesti socio-economici sempre più marginali; dunque sono meno preparate a proteggersi.

La tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale è un fenomeno che ormai interessa intere aree del mondo e non solo l’area occidentale: anche questo è bene ricordarlo per rimuovere la percezione dell’invasione che il cosidetto “Nord” sta subendo e non oscurare la natura globale del fenomeno. 

L’industria del sesso si amplia e si diversifica ovunque e le modalità di sfruttamento del lavoro sessuale sono le più varie. Dalla prostituzione di strada, quella più visibile, alla prostituzione negli appartamenti, negli hotel, nei locali notturni. Le aree maggiormente interessate sono il Sud Est Asiatico, l’ex-blocco sovietico e l’area latino-caraibica. Ma il fenomeno è presente anche in Africa e nell’area mediorientale.

Nigeria, Ghana, Etiopia e Mali sono i principali paesi di provenienza per le donne trafficate per l’area africana. Dalla Nigeria le donne partono verso Italia, Belgio e Paesi Bassi principalmente per la prostituzione. Mentre per gli altri paesi prevale il lavoro domestico sfruttato. Ma l’Africa centrale e occidentale è un’area marcata da gravi forme di violazioni dei diritti umani, prima fra tutte lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Secondo le denunce di Human Rights Watch, sarebbero migliaia i minori sfruttati nell’area in condizioni di schiavitù. A volte le vittime della tratta internazionale hanno iniziato esperienze lavorative già in tenera età e in contesti pericolosi.

Jenny è una ragazza nigeriana, la prima di dieci figli, trafficata in Italia alla fine degli anni novanta. Nella sua infanzia pochi altri ricordi oltre il lavoro, iniziato con i compiti domestici e il dovere di aiutare la madre, rimasta vedova, nella crescita degli altri fratelli. Finite le elementari, inizia a lavorare fuori casa.

<<Quando ho finito la scuola ho detto: “cosa vuoi fare?”. Vedevo com’era la vita di mia mamma, come soffriva, che era difficile darci da mangiare, mandarci a scuola, che non c’era nessuno che ci aiutava, allora ho detto: “Vado in città” Sono andata a Benin City, da sola e mi sono messa a lavorare per fare i soldi, per aiutare mia madre>>.

Inizia come baby sitter, poi fa la domestica, poi finisce a servire ai tavoli in un locale, poi di nuovo lavori domestici. A dodici anni è già di ritorno a casa, costretta a scappare da una famiglia nella quale il padrone aveva cercato di abusare di lei. E non può sorprenderci se alla fine incontra un uomo che le dice: “perché non vieni in Italia? Si sta molto bene lì”. Jenny viene trafficata ed era poco più che diciottene.

<<Ho detto: “Cosa vuoi fare?” La mia famiglia mi diceva: “Vai in Italia che lì ci sono i soldi! Noi abbiamo fame, abbiamo bisogno!”. Ho detto: “Ma voi sapete come vivono lì?”, e loro: “Vai, lì in Italia lavori in campagna, raccogli pomodori, aiuti a tenere i bambini, aiuti i vecchi, fai cose così>>.

Recentemente, anche il Sudafrica ha fatto la sua apparizione fra i paesi di provenienza. Secondo dati forniti dal Ministero della Sicurezza, infatti, nel solo 2004 sono spariti 3.591 tra donne, uomini e bambini: 9 persone al giorno. Secondo le autorità era dal 2001 che non si contava un numero così elevato di casi. La provincia di Gauteng è la più colpita: qui, negli ultimi 4 anni si sono perse le tracce di 1.461 persone (13.000 in tutto il territorio nazionale).

L’area del Mediterraneo orientale figura invece come zona di destinazione. Secondo un rapporto presentato alla Knesset nel mese di marzo 2005, sarebbero circa 3000 le donne trafficate in Israele, provenienti da Russia, Moldova, Ucraina, Uzbekistan e Kazakhistan. <<Vengono vendute all’asta, poi chiuse nelle case di appuntamento dove sono costrette a lavorare 7 giorni la settimana fra le 14 e le 18 ore al giorno. Per ogni cliente richiedono in media circa 20 euro, la maggior parte di questi trattenuti dai protettori>>. Il loro sistematico sfruttamento genererebbe profitti pari ad un miliardo di dollari l'anno.

In un rapporto del 2001 pubblicato da Amnesty International, una psicologa ucraina racconta la storia di come fu introdotta illegalmente in Israele. Credeva di andare a lavorare come rappresentante di un’azienda ma appena arrivata le venne sottratto tutto quello che portava con sé e rimase rinchiusa in un appartamento per due mesi, obbligata ad esercitare la prostituzione.

Le barriere sempre più rigide poste all’entrata nell’Unione europea hanno, inoltre, l’effetto di trasformare regioni che hanno avuto un tradizionale ruolo di “transito” in aree di destinazione. È il caso della Turchia. La mafia locale ha iniziato a gestire le rotte del traffico canalizzando l'esodo kurdo, turco e armeno. Poi il paese è divenuto luogo di transito di migranti provenienti dall’Asia (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka) e dai nuovi Stati dell’ex Unione Sovietica. Attraverso il Mar Nero, oggi le donne che giungono in battello dall’Ucraina e dalla Moldavia ma anche da Russia, Azerbaijan, Kirguistan, Romania, Georgia iniziano a fermarsi. In Turchia la prostituzione viene esercitata tradizionalmente da donne del posto nelle cosidette “case generali” ma recentemente è emersa anche qui la domanda di donne giovani ed esotiche, cui il nuovo affare fornisce ampia offerta. 

 

5. Il Sud est asiatico: area leader nel mondo

Negli anni ’90 il Sud est asiatico si è imposto come area leader nel campo dell’industria del sesso ed è da qui che proviene più della metà di tutte le persone trafficate nel mondo. Da quest’area le donne arrivano ai paesi del Nord del mondo ma anche ai paesi vicini: verso l’India vengono trafficate ragazze dal Bagladesh e dal Nepal. Dal Bangladesh vengono anche portate in India e Pakistan. Dal Vietnam in Cambogia e dalla Cambogia verso la Tailandia. E dalla Tailandia in Giappone.

Secondo i dati della OIM, negli anni ’80 e ’90 200mila donne sarebbero state trafficate dal Bangladesh a scopo di prostituzione. Nel 1993 l’ambasciata Tailandese in Giappone denunciava che fra 80mila e 100mila donne tailandesi erano sfruttate nella prostituzione sul territorio nipponico. Attirate con la promessa di impieghi remunerativi, esse finiscono per trovarsi intrappolate in debiti elevatissimi (dai 25 mila ai 40 mila dollari) che le obbligano ad anni di lavoro coatto.

In Tailandia l’origine del fenomeno risale alla metà del secolo XIX, quando venne favorita un’immigrazione massiccia di operai agricoli cinesi per incrementare la produzione. Un numero considerevole di donne seguì spontaneamente la corrente migratoria, altre vi vennero trasferite forzatamente. In un rapporto del 1933 della Società delle Nazioni, la Tailandia figura già come paese di destinazione di donne straniere. Secondo stime ivi contenute, ogni anno fra 2mila e 3mila donne cinesi arrivavano per esercitare la prostituzione. Il fenomeno conobbe un’altra fase di espansione alla fine degli anni sessanta, a causa dell’installazione di numerose basi militari americane nella zona. Dopo la fine della guerra in Vietnam, l’industria del sesso si espanse e il paese divenne meta di turismo sessuale.

Il paese divenne così luogo di destinazione di donne provenienti dai paesi confinanti di Laos, Cambogia, Birmania (oggi Myamar). Le stesse donne tailandesi iniziarono ad essere trafficate internamente e anche verso l’esterno, principalmente verso il Giappone. Nelle aree povere del paese, come nei paesi vicini, decenni di migrazione destinata alla prostituzione ebbe un impatto spaventoso. Al vedere tornare ragazze con denaro sufficiente a mantenere tutta una famiglia abituata a vivere di stenti, iniziarono ad essere gli stessi padri a cercare gli intermediari e a “vendere” le proprie figlie poco più che bambine. Oppure erano le stesse che chiedevano di seguire in città le sorelle più grandi già partite, per sfuggire ai carichi familiari.

Bastava poi un evento inatteso nella vita di una famiglia (un cattivo raccolto o la morte di uno dei componenti) perché le figlie – non i figli maschi – venissero vendute per poche decine di dollari. Ma si finì anche per ricorrere a questo “mezzo” per potersi permettere l’acquisto dei beni di consumo desiderati. A volte anche giovani donne rimaste vedove o abbandonate dai mariti non avevano altra strada che ricorrere alla prostituzione. Le terribili storie di violenza che giungevano nei villaggi non fermavano le donne dalla decisione di partire per “tentar la fortuna”.

L’industria del sesso è senz’altro uno dei settori economici trainanti nell’area e, oltre a soddisfare la domanda di clienti locali si rivolge anche alla rilevante presenza turistica. Una ricerca realizzata dalla OIL segnala che una percentuale compresa fra il 2 e il 14% del Prodotto Interno Lordo (PIL) di Indonesia, Malaysia, Filippine e Tailandia proviene proprio dal turismo sessuale.

In Asia vive oggi più della metà della popolazione mondiale, i due terzi di coloro che nel mondo vivono con meno di un dollaro al giorno, più della metà delle persone affamate e di quelle prive di abitazioni decenti, il 60% di coloro che non dispongono di acqua potabile e il 71% di coloro che non hanno accesso a cure sanitarie moderne. Asiatico è, inoltre, il 43% dei bambini che muoiono prima di compiere cinque anni, mentre nel sud-est asiatico il 36% dei neonati non supera le prime quattro settimane di vita.

 

6. America latina e Caribe: la decada perdida

Gli anni ’80 sono per l’area latina la decada perdida, il decennio perduto cioè, perché l’arretramento che vi si registrò in termini di benessere generalizzato per la popolazione e di tutela dei diritti fu di dimensioni ampie e inattese. L’ingresso nel mercato mondiale e le successive riforme di aggiustamento strutturale applicate comportarono costi economici e sociali elevatissimi in tutta l’area. Ed è proprio alla metà del decennio che si colloca l’inizio della esclalation crescente che, anche qui come altrove, il trafficking iniziò a far registrare.

In Sud America il fenomeno non è stato oggetto di analisi come in altre regioni del mondo (in Europa, soprattutto) e non si hanno informazioni approfondite sul numero delle vittime, le reti di trafficanti, le rotte e le modalità che il fenomeno assume. Un quadro scarno è quello che emerge da un rapporto pubblicato qualche anno fa dall’Organizzazione degli Stati americani (Organización de Estados Americanos- OEA), che scaturì prevalentemente dall’elaborazione di fonti secondarie: studi di caso, notizie divulgate nei mass media, rapporti di istituzioni incaricate di vigilare sull’adempimento della legge, governi e ONG. 

I principali paesi di origine sono Nicaragua, Honduras, El Salvador, Paraguay, Ecuador, Venezuela, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana. Da qui le donne vengono spostate sia all’interno della regione, che verso Europa e Asia. I principali paesi di destinazione sono Olanda, Spagna, Germania, Grecia, Italia e Svizzera. Tuttavia, tra le mete figurano anche paesi asiatici come Hong Kong, Singapore, Tailandia, Corea ma soprattutto Giappone. Centro America e Caribe sono contemporaneamente area di transito e di destinazione per la tratta inter-regionale.

Si stima che 50.000 donne della Repubblica Dominicana e 75.000 del Brasile siano coinvolte nell’industria del sesso all’estero, principalmente in Europa, anche se non è chiara la percentuale di quante si possono considerare vittime della tratta. Per la Colombia, l’Interpol calcolava nel 2003 che circa 45.000 donne stavano esercitando la prostituzione all’estero. Nella sola Spagna, secondo il Ministero delle Relazioni Esteri brasiliano, vivono 20mila brasiliane, di cui 10mila solo a Bilbao. Mentre le colombiane coinvolte nell’industria del sesso sarebbero circa 8mila.

Oltre alle rotte internazionali prevalenti, se ne segnalano altre meno battute: per esempio, quella tra Cile e Giappone. Nel 2003 è stata scoperta una rete gestita da una donna (Anita Alvarado) che veniva denominata “la geisha cilena”. Era divenuta milionaria dopo aver esercitato la prostituzione in Giappone e adesso si occupava di reclutare e trafficare altre donne. Sono, inoltre, state anche individuate reti che trasportavano le donne in Italia (a Parma e Venezia) dall’Uruguay a dal Paraguay all’Argentina e alla Spagna.

In misura inferiore, la tratta regionale ha come destinazione i paesi del Cono sud. Secondo notizie apparse sulla stampa cilena, per esempio, circa il 50% delle donne straniere che lavorano nei locali notturni della zona orientale di Santiago del Cile sarebbero sfruttate sessualmente. Esse sarebbero principalmente di nazionalità argentina e colombiana.

L’età delle donne latine coinvolte nel trafficking varia tra i 18 e i 45 anni ma la frequenza più alta si registra tra 19 e 29; è coinvolto, tuttavia, anche un notevole numero di minori. Anzi, la diffusione della prostituzione infantile nel continente è considerata dalla Organizazión de Estados Americanos (OEA) una delle problematiche che alimenta e contribuisce a determinare il traffico.

In Guatemala il fenomeno coinvolge soprattutto minori dei paesi vicini: principalmente El Salvador, Honduras e Nicaragua. La polizia di Ciudad de Guatemala informa che, solo in questa città, ci sono 2.000 bambine sfruttate in più di 600 bordelli. Tra le minori sfruttate sessualmente nella capitale, rilevante è la presenza di bambine rimaste orfane in seguito dell’uragano Mitch.

In Colombia, il Comitato Inter-istituzionale per la Lotta contro il Traffico di Donne, Bambine e Bambini stimava nel 1999 che ogni giorno scomparivano nel paese 15 minori, 12 dei quali a Bogotá; nella maggior parte dei casi, la loro destinazione era la prostituzione. Secondo la “Procuradoría general de la Nación”, 30mila minori esercitano la prostituzione in Colombia, molti dei quali vittima di traffico interno. Nel 1997 in Colombia una ricerca della “Defensoría del Pueblo” ha stimato la presenza di 2mila bambini e bambine nella prostituzione a Cartagena, principale città turistica del paese. Sono stati, inoltre, individuati uffici turistici nazionali e stranieri che offrivano ai turisti pacchetti comprensivi di biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e “bambini” con cui intrattenersi.

Secondo quanto riporta la OEA, la ONG Casa Alianza stima che a San José (Costa Rica) si trovano 2mila bambine coinvolte nella prostituzione. Fonti istituzionali, inoltre, segnalano la presenza di 25mila bambine “prostituite” nella Repubblica Dominicana e 500mila in Brasile, in maggioranza trafficate internamente.

Tra le zone critiche per la tratta dei minori, alcune aree di confine e località che sono meta di turismo di massa. Nella città messicana di Tapachula, nello stato del Chiapas, al confine con il Guatemala, si stima che il 90% delle prostitute siano centroamericane e circa la metà di loro hanno un’età compresa tra i 13 e i 17 anni.Le città turistiche del Costa Rica sono luogo di destinazione di minori provenienti da Colombia, Repubblica Dominicana e Filippine. Nelle case di massaggi e nei locali notturni di Panama sono presenti ragazze latinoamericane, soprattutto colombiane e dominicane.

 

7. I paesi in transizione: dopo l’abbattimento delle frontiere, altre frontiere

Gli anni ottanta portano con sé un altro cambiamento epocale: la caduta del muro di Berlino e il crollo del blocco sovietico. La fase di transizione post-comunista ha precipitato nella povertà ed ha messo in ginocchio interi paesi. Le scarse sicurezze sociali garantite dalle vecchie infrastrutture pubbliche si sono via via sgretolate e la loro ricostruzione si è rivelata un passaggio non facile. Nei primi anni ’90, la dimensione dell’abbandono nel quale si trovano intere fasce di popolazione è immensa e i tempi imposti dai cambiamenti non corrispondono alle aspirazioni dei singoli.

Per le donne la perdita di posizioni rispetto al passato è immediata e di dimensioni rilevanti. Prima dell’89, nei paesi dell’ex blocco sovietico il tasso di attività delle donne era il più alto nel mondo, così come il livello di scolarizzazione, che in alcuni paesi superava quello degli uomini. Il valore dell’occupazione per tutti, uomini e donne, era una asse portante dell’ideologia ufficiale; così, anche l'emancipazione delle donne doveva passare prioritariamente attraverso la loro partecipazione attiva alla vita produttiva. Tuttavia va detto che il “femminismo di stato” non si tradusse quasi mai in una realtà di pari opportunità; anzi, in alcuni paesi – come l’Albania - non intaccò in maniera significativa il sistema culturale patriarcale che reggeva la vita delle comunità. Fu dunque fatale che, ritornate alla sfera familiare dopo la chiusura dei luoghi di lavoro, le donne vedessero incombere la minaccia di vedere retrocessa la propria posizione di decenni, sia nella sfera pubblica che in quella privata.

<<Mio padre ha sempre bevuto tanto ma dopo la morte di mia mamma è peggiorato. Nell’ultimo periodo mi faceva sempre storie perché non era d’accordo che studiavo. Noi abitavamo fuori città e dopo aver finito la scuola con ottimi voti non avevo nessuna intenzione di fare la casalinga, come voleva lui. Quindi me ne sono andata di casa. (...) In Ucraina, quando non hai la casa che ti ha dato lo Stato e non hai soldi da parte, trovare un posto dove stare è difficilissimo. (...) Io pagavo un affitto che superava la mia busta paga: 25 dollari, più l’acqua e il gas. La casa costava tantissimo, per questo abbiamo deciso che era meglio che mia sorella lasciasse gli studi e si trovasse un lavoro. Lavoravamo per vivere, solo per vivere, non riusciva a risparmiare niente. Sempre debiti, sempre debiti>>.

È Diana che racconta, una ragazza ucraina trafficata in Italia verso la fine degli anni Novanta. Negli anni in cui lei decide di venire via, l’80% delle donne erano disoccupate, il cibo era razionato e bisogna fare i salti mortali per trovare l’indispensabile a sopravvivere. <<Io volevo più vita, più lavoro, forse anche mettere su un’attività mia. Così ho preso la decisione di andarmene>>. Diana pensava che bastasse il passaporto per andare in Italia invece scoprirà che l’unico rapido “lasciapassare” per raggiungere l’Ovest in quel momento per lei era la prostituzione.

Dall’Europa dell’Est e dall’ex-blocco sovietico proviene oggi la maggior parte delle donne trafficate a fini di prostituzione in Europa occidentale. Moldavia, Ucraina, Romania, ma anche Lituania e Russia sono i principali paesi di origine. Ma il bacino di provenienza si amplia e si sposta sempre più verso est. Secondo i dati della OIM, nel 1999 4mila donne sono state trafficate dal Kirguistan e 5mila da Kazajstan, prevalentemente a scopo di sfruttamento sessuale.

In Italia negli anni ’90 la nazionalità dominante tra le vittime della tratta era costituita dalle albanesi; oggi in Europa Occidentale e nei Balcani la maggior parte delle donne trafficate provengono da Moldavia e Romania. In Moldavia su un totale di 4 milioni di abitanti si calcola che 1 milione vive all’estero. Nel 1998 il Ministero degli Interni stimava che 400mila donne fossero state oggetto di tratta in un decennio ma ong e ricercatori sostengono che la cifra sia ancora più elevata. Sembrano cifre inverosimili e forse sono anche sovradimensionate. Ma sono stime che comunque ci permettono di intuire la percezione che del fenomeno si ha in un paese come la Moldavia, dove l’emergere del fenomeno ha rappresentato una frattura enorme con la cultura ed il sistema di valori del passato.

I paesi dell’Europa centrale vicini all’Unione rappresentano nella stesso tempo area di provenienza, transito e destinazione. Si è sviluppata, infatti, nell’area un’industria del sesso che copre la domanda dei clienti locali ma anche dei turisti occidentali. La Romania, per esempio, oltre ad essere grosso bacino di provenienza, costituisce paese di transito ma sta anche stabilizzando il suo ruolo di paese di destinazione. Le donne ivi impiegate provengono da Ucraina e Moldavia ed esercitano la prostituzione negli alberghi, in appartamento, nei bar, nei bagni pubblici ma anche nelle strade della capitale e delle altre grandi e medie città. L’Ungheria è divenuta una delle principali sedi europee dell’industria pornografica e la regione di frontiera tra Bulgaria, Grecia e Macedonia è considerata “il mercato del sesso più ricco di tutti i Balcani”.Una posizione rilevante fra i paesi in transizione viene ricoperta senz’altro dall’area balcanica, e soprattutto da Albania, Bosnia-Herzegovina e Kosovo. L’Albania  ha avuto per anni un ruolo strategico nell’ambito dei traffici di armi, droga e migranti verso l’Europa e, sebbene i flussi di “merci” e “persone” in partenza da qui si sia ridotto negli ultimi anni, nel “paese delle aquile” si è sviluppata via via una fiorente industria del sesso, mentre i gruppi criminali costituitisi nel corso degli anni ’90 hanno raggiunto notevole potere e capacità di azione anche fuori dai confini nazionali.

L’assenza di garanzie istituzionali che ha caratterizzato gli anni della guerra ha, infine, fatto sì che alcune zone della ex-Jugoslavia, venissero utilizzate come piattaforma di transito verso l’Europa e divenissero altresì aree di sempre maggiore sfruttamento sessuale.

Secondo i risultati di una ricerca realizzata da IOM, le donne destinate al Kosovo vengono trafficate da 3 a 6 volte prima di arrivarvi. E il Kossovo attualmente rappresenta, oltre a importante luogo di sviluppo dell’industria del sesso anche esempio emblematico della stretta relazione esistente tra presenza militare e sfruttamento della prostituzione.

 

8. Presenza militare e sfruttamento sessuale

<<Il Blues Sky sarebbe stato posto sotto sequestro e loro [N.d.a: le ballerine] si sarebbero trovate a spasso. Un vero peccato. Io invece avrei potuto ricavarci un bel po’ vendendone alcune alle bande di kosovari che da tempo ronzavano intorno ai locali del nord est a caccia di ballerine professioniste per i locali di Pristina. La gloriosa guerra di liberazione era finita da un pezzo, ma le truppe della Kfor, la forza di pace, non se n’erano ancora andate. E come tutti i soldati, anche loro avevano voglia di divertirsi e di scopare>>.

La guerra non è solo una delle cause scatenanti della tratta, in quanto affligge tanti paesi di provenienza delle vittime. In realtà c’è uno stretto e inquietante legame che corre tra presenza militare e prostituzione o tra guerra e tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale. Ed è un legame presente in varie epoche storiche ed in varie parti del mondo e che annovera tra i suoi protagonisti non soltanto spietati soldati (come quelli dell’esercito imperiale giapponese), combattenti appartenenti alle file della guerriglia o del paramilitarismo (come accade nella tormentata Colombia) ma anche soldati delle cosidette “forze di pace”.

Tutto ciò accade per un banale fatto: perché la guerra schiera “uomini” e li separa da un proprio contesto affettivo; così per loro acquistare servizi sessuali diventa un modo per soddisfare i propri bisogni fisici e affettivi. E fino a qui niente di strano. Il problema sorge invece quando le donne si trovano in una situazione di costrizione o quando sono minori di età o quando la presenza militare scatena processi che conducono ad una diffusione dell’industria del sesso tale da alterare gli equilibri locali, come è accaduto nel Sud est asiatico ai tempi della guerra in Vietnam o in Kosovo dopo la guerra.

Dopo il 1999, col l’arrivo della forza internazionale di peacekeeping (Kfor) e l’istituzione della missione delle Nazioni Unite per l’amministrazione ad interim (Unmik), il Kosovo è diventato il principale luogo di esercizio della prostituzione forzata nei Balcani. Si stima che il numero dei nightclub, dei bar, ristoranti, hotel and nei quali vengono sfruttate ragazze locali e “trafficate” è passato da 18 a circa 200 dal 1999 al 2003.

Amnesty International ha più volte lanciato l’allarme sulla gravità della situazione e nel mese di aprile 2004 ha pubblicato i risultati di una ricerca basata su interviste e racconti di alcune vittime che accusa in maniera chiara la comunità internazionale.

Nel periodo 1999-2000 il personale internazionale avrebbe costituito l’80% dei clienti dell’industria del sesso, che poi sarebbe cresciuta e diversificata in maniera tale da incontrare anche la domanda degli uomini locali. Nel 2002 il personale internazionale costituiva ancora il 30% dei clienti ma continuava a generare la parte più rilevante dei proventi: circa l’80%. Ad oggi, si stima che i clienti delle vittime di tratta siano costituiti per il 20% da personale internazionale, nonostante questa presenza non superi il 2% della popolazione locale.

La maggior parte delle donne straniere sfruttate provengono da Moldavia, Romania, Bulgaria e Ucraina; spesso vengono fatte transitare dal Kossovo ma sono destinate ad altri paesi, tra cui Gran Bretagna, Italia e Olanda.

La ricerca ha rivelato in coinvolgimento nel fenomeno di donne giovanissime, anche bambine di 11 anni. Sono state le stesse vittime a raccontare dell’esistenza di “case di vendita” nelle quali vengono trasferite dietro pagamento da un trafficante ad un altro o da un proprietario di locale ad un altro. La tariffa può variare da 50 a 3.500 euro. Il rapporto di Amnesty include testimonianze di coercizione, sottrazione della libertà, rapimento, maltrattamenti fisici e psicologici e persino casi di tortura.

<<Data l’importanza strategica della presenza dell’Unione europea in Kosovo, con oltre 36.000 soldati in servizio nella Kfor, chiediamo che sia fatto di più, sia sul piano finanziario che su quello legale, per contribuire a combattere una pratica ripugnante che si svolge proprio di fronte alla nostra porta di casa>>, ha dichiarato in occasione della presentazione del rapporto il direttore dell’ufficio di Amnesty International presso l’Unione europea.

Tuttavia, il personale della Missione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) e della Forza militare internazionale in Kosovo a guida Nato (Kfor) gode di immunità, salvo quando le inchieste vengano esplicitamente richieste direttamente dal Segretario generale dell’Onu o, nel caso della Nato, dai rispettivi comandanti nazionali. Nel gennaio 2001, Unmik ha adottato il Regolamento 2001/4 sulla proibizione del traffico di esseri umani in Kosovo, che criminalizza sia i trafficanti che le persone che consapevolmente si servono delle prestazioni delle vittime. Secondo i dati dell’Unità traffico e prostituzione della Unmik (Tipu), nel periodo compreso tra gennaio 2002 e luglio 2003, da 22 a 27 soldati della Kfor sono stati coinvolti in crimini connessi alla tratta. Tuttavia nel rapporto si afferma che Amnesty International non ha informazioni su eventuali procedimenti disciplinari a loro carico e la Tipu non ha saputo dare notizie al riguardo.

Sempre nell’area balcanica, qualche anno prima uno scandalo aveva colpito membri delle forze di polizia internazionale impegnati in Bosnia, i quali vennero accusati di essere coinvolti in un giro di prostituzione. I poliziotti erano impiegati della Dyncorp International, una compagnia militare privata che oggi gestisce una grossa fetta della ricostruzione dell’Iraq. All’accusa, formulata da una dipendente della stessa azienda, la DynCorp rispose licenziando l’accusatrice e ritirando dal paese gli accusati. Non ci furono però inchieste ufficiali, né processi.

Risalendo indietro di qualche decennio nella storia, uno degli esempi più eclatanti di sfruttamento sessuale collegato alla guerra è quello delle comfort women (le ianfu) dell’esercito imperiale giapponese: donne coreane, taiwanesi, filippine e di altri paesi occupati dal Giappone che durante la II guerra mondiale venivano tenute in campi di detenzione – denominati ianjo - posti sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese ed obbligate a prostituirsi ai soldati giapponesi.

Il sistema delle ianfu (...) è stato definito “il più grande ed elaborato sistema di traffico di donne nella storia dell’umanità”. Si trattò di una forma militarizzata di prostituzione forzata e di sfruttamento femminile la cui dimensione sbalordì per il numero di donne coinvolte, l’internazionalità del sistema, la capillarità dell’organizzazione militare proposta al procacciamento delle vittime, la durata del tempo in cui fu operante e l’ampiezza dell’area e dei paesi che interessò.

La misura veniva dettata dalla necessità di preservare i soldati dal rischio di contagio da malattie veneree ma anche per evitare che gli stupri di donne civili perpetrati dai soldati, che esasperavano l’antagonismo delle popolazione occupate. Inizialmente nei postriboli per soldati vennero condotte prostitute giapponesi ma con l’estendersi del fronte di guerra il numero delle donne che si richiedeva era sempre più alto. Fra il 1932 e il 1945 un numero compreso tra 80mila e 100mila donne sono state vittima di questa pratica; si ritiene che l’80% di loro fossero coreane. Le donne venivano reclutate direttamente da agenti di fiducia dello Stato maggiore (che utilizzavano: inganno, intimidazione, violenza addirittura rapimento) oppure erano i comandanti militari stessi che ne facevano richiesta ai capi civili locali, minacciando di distruggere interi villaggi se la richiesta non fosse stata soddisfatta.

Le atrocità commesse a danno di queste donne sono state taciute per decenni, fino a quando con l’appoggio di organismi internazionali e gruppi di difesa dei diritti umani non se ne inizia a parlare. Un passaggio importante, nella costruzione di questo percorso di denuncia, è costituito senz’altro dalla ricostruzione della memoria dei crimini commessi, attraverso i ricordi delle ormai poche “sopravvissute”. Le testimonianze raccolte rimandano a condizioni veramente spaventose. Basti leggere solo un passo di una delle tante storie, quella di Maria Rosa Henson, per esempio, ex janfu filippina:

Dodici soldati mi violentarono uno dietro l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono ancora dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio abito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore.

La questione è stata riportata all’attenzione del governo giapponese e del mondo durante gli anni Novanta grazie all’iniziative di un gruppo di donne coreane che ne sono state vittima e che sono ancora in vita. Ma il governo giapponese non ha mai riconosciuto che il sistema degli ianjo fosse stato pianificato e gestito direttamente dall’esercito, ne ha solo riconosciuto un coinvolgimento. E ovviamente non ha riconosciuto formalmente l’entità dei crimini commessi come “crimini di guerra” né ha accettato di risarcire le donne che ne sono state vittima.

 

9. Sogni in viaggio: il caso delle ragazze albanesi

Le ragioni che spingono le donne a partire adesso dovrebbero essere chiare, come dovrebbe essere chiaro che le vittime della tratta non fuggono solo dalla miseria, conclusione troppo banale anche se generalizzata.

L’esempio dell’Albania ci può servire per un’ultima riflessione. Perché le donne albanesi continuano a finire vittime della tratta? Perché assumono il rischio e partono? Perché l’informazione ormai diffusa non le ferma?

Facciamo l’esempio di Erinda, bella e giovane ragazza Rom: lucidi ricci neri, un brillìo negli occhi e le fossette sulle guancie quando ride. Erinda era stata trafficata per la prima volta in Grecia. Cioè, lei crede di essere partita con il suo “fidanzato” per la Grecia, lei crede che il suo fidanzato l’amasse e l’avesse aiutata a venir via da una vita senza speranza nel piccolo villaggio dell’Albania dell’interno dove era nata e cresciuta. Kuitim - il “fidanzato” di Erinda - l’ha portata via quando lei aveva 14 anni e mezzo. <<Ma non mi ha mai messo in strada lui - diceva sempre - lui mi voleva bene; quello che mi ha trattato male è stato il secondo>>. Perché dopo un anno e mezzo passato a “compiacere” pochi uomini scelti in un appartamento dove viveva con il suo “fidanzato”, viene trovata dalla polizia e rimandata in Albania.

Una donna che rientra può essere per la rete “merce ormai senza valore” oppure “merce valida”: allora si ritraffica appena possibile. Erinda viene subito “ricontattata” da un amico del suo “fidanzato” e questa volta viene portata in Francia. Ma lui la mette in strada e per lei sarà un’esperienza dura. Vi rimane solo sei mesi e poi viene nuovamente rimpatriata. È allora che la conosciamo. Aveva sedici anni e già tanta vita sulle spalle. La famiglia non voleva che ripartisse, il padre fece scattare la minaccia della vendetta contro qualunque uomo che tornasse ad avvicinarsi a lei ed Erinda ci chiede un sostegno. Vorrebbe imparare una professione e poi poter andare via dalla casa dei genitori: il clima di maltrattamento di sempre le era divenuto insopportabile.

Erinda è di un villaggio di Gramsh, che secondo i dati della Nazioni Unite è uno dei distretti più poveri del paese. A 15 anni dall’avvio della transizione l’Albania è ancora il secondo paese più povero d’Europa; il 25-30% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e un altro 30% vi è prossimo. Ma non è solo questo. Le politiche economiche adattate dopo il crollo del regime hanno comportato drammatici costi sociali ed economici, primo fra tutti l’emergere di una polarizzazione economica crescente che oppone aree in espansione continua ad aree che sembrano congelate in un tempo immobile; fasce della popolazione con uno standard di vita elevato e fasce consegnate alla mera sopravvivenza. A Gramsh la percentuale di abitanti che vivono in situazione di povertà è del 46%.

Si legge nell’ultimo rapporto sullo sviluppo umano per l’Albania: <<è chiaro che gli effetti delle riforme volte alla liberizzazione, al decentramento e alla privatizzazione non sono sempre stati quelli attesi. La logica è piuttosto semplice: la crescita economica non sta raggiungendo una percentuale significativa della popolazione e attualmente sta generando profonde diseguaglianze sociali. In più, la situazione delle donne e la loro posizione sociale in Albania NON è cambiata in maniera marcata nell’ultimo decennio. C’è un gap crescente tra ricchi e poveri, nonché un gap di opportunità e benefici tra uomini e donne e tra settori urbani e rurali della società.

Le donne, dunque, sono la maggior parte dei poveri del paese. Ma, ancora una volta, non è solo questo. Il loro status economico e sociale nella società non è cambiato molto negli ultimi vent’anni e la loro posizione nella famiglia è persino peggiorata. Durante gli anni del regime l’accesso al lavoro aveva fatto guadagnare loro l’uscita dall’asfissiante sfera domestica. Adesso, perdere il lavoro significa non poter disporre di nessuna entrata, dipendere finanziariamente dal marito ed essere “ricacciate” ad uno spazio familiare spesso caratterizzato da violenza e prevaricazione.

Il livello di diffusione della violenza domestica è uno degli aspetti più preoccupanti della vita delle donne. Secondo una ricerca realizzata nel 1996 da una ong locale, il 64% delle donne vive situazioni di violenza all’interno della famiglia e nel 40% dei casi la violenza è “fisica” e viene esercitata abitualmente. Esiste un sistema culturale patriarcale che la legittima, impedendo alle vittime di parlarne e anche solo di essere riconosciute come soggetto aggredito.

In Albania, la legittimazione ad esistere socialmente e ad essere rispettata passa per l’osservanza delle regole della famiglia e, ovviamente per l’appartenenza ad una famiglia. Se non si appartiene ad una famiglia non si è nessuno. Ecco perché è impossibile per le donne trafficate rifarsi una vita quando i familiari non sono disposti a riaccogliere: il rifiuto da parte loro equivale alla morte sociale.

Erinda riparte, perché l’entità del suo trauma è grande ma anche perché il contesto socio-economico nel quale aveva tentato un re-inserimento non poteva offrirle forme di riparazione. Tornare ad esercitare la prostituzione in Grecia per lei è senz’altro meno doloroso che rimanere in patria, portando il peso di un ingente fallimento.

Secondo una ricerca realizzata dall'organizzazione internazionale Save the children, già nel 2001 le albanesi costrette a prostituirsi in paesi stranieri sarebbero state almeno 30.000, molte delle quali minorenni: circa 15.000 nella sola Italia. Ma queste cifre sono sempre state contestate dal governo albanese, che le considera gonfiate e lontane dalla realtà.

Dati certi sul fenomeno non ce ne sono e in fondo la storia delle ragazze albanesi trafficate non è ancora stata adeguatamente raccontata. Ma una ricerca sulle sentenze penali del biennio 2001-2003 realizzata da una locale organizzazione di donne ha evidenziato che nella maggior parte dei casi portati a giudizio esisteva un legame tra la vittime e il trafficante: principalmente fidanzamento e falsa promessa di matrimonio.

Dal 2001 il loro numero è iniziato a decrescere e le modalità del rapimento e della costrizione sono meno presenti. Inoltre, si è ridotta l’incidenza della tratta internazionale mentre è aumentata quella regionale e lo sfruttamento della prostituzione nel paese; così come è aumentato il coinvolgimento delle donne nel reclutamento e nello sfruttamento. Tuttavia, nonostante cambino gli scenari e le modalità di realizzazione del fenomeno, le ragazze albanesi delle aree più marginali, ancora strette in una vita inaccettabile, continuano a portare in viaggio i propri sogni di cambiamento, a qualunque costo. 

 

Per concludere

La tratta configura una molteplice relazione di potere che non può essere spezzata definitivamente se anche solo un lato di questo “cubo magico” non viene smontato. Prima di tutto viene la relazione di potere fra uomo e donna, che fa sì che la stragrande maggioranza di persone che comprano servizi sessuali nel mondo sia costituita da uomini. E poi ci sono i capisaldi patriarcali che legittimano questa domanda maschile anche nelle situazioni più vergognose come quella appena descritta. E la mancanza di potere sociale ed economico delle donne, che per inseguire un’opportunità di cambiamento usano quella che a volte diventa la loro unica risorsa: il corpo. E, infine, la relazione tra Nord e Sud del mondo: nel mondo preso nel suo insieme e nello stesso Nord, tra nativi/e e migranti o “clandestini”.

Sono nodi di potere che è inevitabile sciogliere se si vuole pensare ad un futuro nel quale il fenomeno tramonti. Tutto quello che nel frattempo possiamo fare – legislazioni adeguate, misure di contrasto all’interno dei paesi e a livello trasnazionale, “buone pratiche” di lavoro sociale con le vittime nei paesi di destinazione e/o nei paesi di origine e di rientro, ecc. – è un contributo a contenere il numero delle vittime e a ridurre o “riparare” il danno che l’esperienza di tratta ha avuto e può avere nelle loro vite. È un contributo essenziale ma, qualora si accompagni alla negazione dell’immensa drammaticità del tutto, diventa solo ipocrisia.