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XIV secolo - Età dei comuni e Rinascimento

Periodo 1310-1449

 

La venuta di Enrico VII in Italia (1310-1313) e il tramonto dell'Impero.
Mentre il giovane Corrado IV di Svevia muore in Italia (1254), la Germania è ancora tutta sconvolta dalla discordia fra i Guelfi e i Ghibellini, che si contendono il trono: si può dire che dalla morte di Federico II (1250), per più di venti anni, la Germania non ha un re universalmente riconosciuto (grande interregno 1250-1273).

Da queste lotte civili traggono vantaggio specialmente i feudatari tedeschi e le varie confederazioni di città libere, che si sono venute formando nella regione del Reno e verso le coste del Baltico e del Mare del Nord: gli uni e le altre consolidano i loro possessi territoriali, si rendono sempre più indipendenti, e contribuiscono a mantenere nella Germania quel frazionamento feudale, che negli altri paesi tende invece a scomparire per dar luogo alle grandi monarchie unitarie. Più tardi il diritto di eleggere il sovrano verrà accentrato nelle mani di sette grandi elettori, i quali tenderanno ad avere il controllo della politica imperiale. Scompaiono così quelle forti figure di imperatori assoluti, che avevano formato la grandezza della Germania medievale, mentre da ora abbondano scialbe figure di principi, che si muovono a stento fra le difficoltà create dal controllo dei feudatari tedeschi.
In questo periodo si afferma la Casa d'Asburgo nella persona di Rodolfo I, re di Germania dal 1273 al 1291, il quale, avendo conquistato l'Austria, la Carinzia e la Stiria, con queste province costruì la base della grandezza territoriale della sua famiglia, che, lasciato il vecchio nome di Casa d'Asburgo, prese quello più pomposo di Casa d'Austria. Anche Alberto I, figlio di Rodolfo, fu eletto re di Germania (1298-1308), ma non riuscì per allora a rendere ereditaria nella sua famiglia la corona; infatti alla sua morte fu eletto Enrico VII di Lussemburgo (1308).

L'imperatore Enrico VII di Lussemburgo in Italia (1310-1313)
Il nuovo imperatore, benché di modesta origine feudale, era uomo di idee grandiose,

sinceramente entusiasta della tradizione imperiale e deciso a farla prevalere non solo sui principi di Germania, come avevano fatto i suoi predecessori, ma anche sull'Italia, abbandonata a sé da mezzo secolo. L'impresa non appariva facile, perché il partito guelfo, per l'appoggio di Roberto d'Angiò, re di Napoli, succeduto da poco al padre Carlo II (1285-1309), era fortissimo in Italia, né i Ghibellini potevano offrire aiuti sufficienti al bisogno. Perciò Enrico VII volle piuttosto presentarsi come principe di pace, desideroso di ricondurre la calma nelle città sconvolte dai partiti. Così egli sperava di poter giungere senza gravi ostacoli a Roma, per ricevervi la corona imperiale con grande solennità: dai tempi di Federico II di Svevia non c'era più stata in Roma alcuna incoronazione imperiale.
Invocato dai Ghibellini, Enrico VII nell'ottobre del 1310 entrava in Italia con soli 5000 uomini, pieno di buone intenzioni, ma con scarse probabilità di successo. Passati i primi entusiasmi, a cui prese parte, insieme con tutti i fuorusciti di Firenze, guelfi e ghibellini, anche Dante esiliato, l'imperatore cominciò a capire come fosse ardua la sua azione di pacificatore, quando, presa la corona d'Italia a Milano nel gennaio del 1311, vide scatenarsi sotto gli stessi suoi occhi la guerra civile: i Visconti, ghibellini, che egli aveva fatto rientrare in città per conciliare tra loro i partiti, con un audace colpo di mano sbalzavano dal potere i guelfi Della Torre e li costringevano all'esilio. Allora parecchie città della Lombardia, temendo il risveglio del partito ghibellino, si dichiararono ostili a Enrico VII. Anche Firenze, guelfa e borghese, si chiuse in una superba diffidenza e promosse una lega di città toscane contro l'imperatore. E questi, che già aveva nominato vicario imperiale Matteo Visconti, fu costretto ad affidarsi al partito ghibellino e a combattere le città guelfe: Brescia fu assediata a lungo, e dopo una fiera resistenza, presa e saccheggiata.
Intanto a Roma il partito guelfo, ottenuto da Roberto d'Angiò l'invio di un notevole numero di cavalieri, si preparava ad impedire a Enrico l'ingresso in S. Pietro. Infatti nel maggio del 1312 l'imperatore, entrando in città, poté occupare il Laterano, ma per quanto tentasse con la forza di avviarsi verso la città Leonina, non vi riuscì, avendo i Guelfi munito il ponte e Castel Sant'Angelo. L'incoronazione avvenne nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, e fu celebrata da un cardinale, mancando il pontefice, il quale già da sette anni aveva trasferito la sede del Papato in Francia.
Contro l'imperatore avevano cospirato molto i Fiorentini, i quali, vedendo Pisa favorire l'Impero e i Ghibellini, si erano alleati con re Roberto, offrendo a lui la signoria della loro città. Per salvare il proprio decoro, l'imperatore doveva umiliare Firenze. Ma Enrico VII aveva truppe così scarse, che quando egli si presentò alle mura della città, i Fiorentini chiusero per disprezzo le sole porte che erano davanti al campo imperiale, lasciando aperte le altre al traffico e al pacifico passaggio dei cittadini. E fu necessità levare l'inutile assedio.
Enrico VII si ridusse a svernare a Pisa. per raccogliere armi ed aItalia 1300rmati, avendo in animo di assalire il Regno di Napoli e punire re Roberto, capo dei Guelfi e amico dei Fiorentini: a tal fine si era alleato con Federico, re di Sicilia, e aveva sollecitato aiuto di navi dalle repubbliche di Genova e di Pisa. Nell'agosto del 1313, ricevuti rinforzi dalla Germania, si mosse con un esercito più numeroso verso Roma; ma, giunto a Buonconvento presso Siena, morì di febbre malarica. I suoi fedeli portarono il cadavere a Pisa, e lo chiusero in un superbo mausoleo nel duomo: deponendo la salma del loro infelice sovrano, essi non sapevano di seppellire insieme con quella gli ultimi avanzi della potenza imperiale in Italia.
 

Il pensiero politico italiano.
L'impresa di Enrico VII di Lussemburgo riaccese le dispute fra Guelfi e Ghibellini e contribuì ad avviare verso un nuovo orientamento il pensiero politico italiano.
Dante, che aveva auspicato l'arrivo dell'imperatore come di un Messia, scrisse, forse in quei giorni, il suo trattato "De Monarchia" affermando energicamente l'origine divina dell'Impero, prestabilito da Dio per la pace del mondo, e rifiutando la teoria guelfa della supremazia politica del Papato. Nel concetto dantesco l'Italia appare inquadrata nell'organismo dell'Impero; essa è anzi il "giardin de lo Imperio" e non deve essere lasciata in abbandono da Cesare, il quale ha diritto di comandare all'Italia, perché egli è per volere divino "imperatore dei Romani",  cioé degli Italiani. Fin qui Dante si muove entro l'ambito delle idee medievali, come fanno l'amico Cino da Pistoia e parecchi tra i glossatori bolognesi. Ma un'Italia, concepita come nazione a sé, etnicamente unita, vivente la stessa civiltà (sia pure attraverso le diversità regionali) è apparsa chiara nella mente di Dante. Onde nella coscienza del poeta comincia ad affiorare il dissidio fra l'universalità dell'Impero e l'autonoItalia 1300mia dell'Italia. Tale dissidio lo risolvono radicalmente i Guelfi, i quali, difendendo le autonomie comunali contro l'Impero, a poco a poco si abituano a vedere in Federico Barbarossa, in Federico II, in Enrico VII non l'imperatore romano, ma il re di Germania. I Fiorentini, quando chiudono le porte in faccia ad Enrico VII di Lussemburgo, imprecano, non contro l'imperatore, ma contro il "rex Alamanniae".
La generazione posteriore a Dante abbandonerà le ideologie medioevali e parlerà più chiaramente dell'Italia, di un'Italia libera dagli stranieri, arbitra del suo destino. Tale è il pensiero di Francesco Petrarca nelle due canzoni: "Spirto gentil" e "Italia mia".
Né diversa é l'idea di Cola di Rienzo, il focoso tribuno che vagheggia insieme la restaurazione dell'antica Roma e la riscossa d'Italia. Ma il timore ghibellino di vedere l'Impero asservito al Papato in Roma, farà sorgere un'altra idea: l'imperatore romano sarà eletto dal suo popolo, cioé non dal papa, ma dal popolo di Roma, perché non la Germania, non il pontefice, ma il popolo di Roma è depositario della dignità imperiale. Questa teoria della "sovranità popolare romana", adombrata in Marsilio da Padova, sarà appunto il sogno di Cola di Rienzo: egli proclamerà che i barbari stranieri non debbono occupare l'Impero di Roma; sotto lo scettro d'un imperatore italiano "Roma e la sacra Italia sono da ridurre ad unione concorde, pacifica, indissolubile".

Il Comune di Firenze dalle origini al 1313
Intorno all'anno 1000 la città di Firenze era uno dei tanti centri cittadini del vasto Marchesato di Toscana. Essa cominciò a dare qualche segno di vitalità politica solamente durante la lotta per le investiture

(secolo XI), quando il popolo fiorentino, condotto da Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosani, iniziò una sorda e lunga battaglia contro il vescovo simoniaco Mezzabarba, emulando nei metodi i focosi Patarini di Milano.
Morta la contessa Matilde di Canossa (1115) e sfasciatosi il vecchio Marchesato di Toscana, Firenze rimase, come le altre città circostanti, senza alcun governo, in mezzo al groviglio delle contese tra Papato e Impero per la successione ai beni matildini. Cominciò allora a governarsi da sé, reggendosi a libero Comune e difendendosi contro i feudatari dei dintorni e contro i vicari imperiali di S. Miniato al Tedesco. Non prese parte alla lotta, che i Comuni lombardi ingaggiarono contro Federico Barbarossa; però nel 1197, proprio all'indomani della morte dell'imperatore Enrico VI, si pose alla testa della Lega di San Genesio, e con Siena, Volterra, Lucca, mantenne viva in Toscana la lotta contro l'Impero.
Firenze ebbe dapprima i Consoli; più tardi nominò in loro vece un Podestà, che, apparso la prima volta nel 1193, dopo l'anno 1207 divenne definitivamente la principale autorità del Comune, e presiedette ai due Consigli, maggiore e minore, e al Parlamento del popolo. Nei tempi più antichi il governo del Comune fu tenuto dai nobili, detti grandi o magnati, tutti feudatari e valvassori, venuti a vivere in città, e uniti nella potente Consorteria delle Torri; poca efficacia aveva il popolo, cioè la borghesia degli artigiani e dei mercanti, sebbene già cominciasse a organizItalia 1300zarsi nelle Arti.

Guelfi e Ghibellini; scissione della nobiltà; il "Primo Popolo" (1250).
Avvenne appunto in quei tempi la famosa divisione fra Guelfi e Ghibellini, a cui i cronisti diedero come spunto iniziale il romanzesco episodio di Buondelmonte de Buondelmonti. Aveva costui promesso di sposare una fanciulla degli Amidei, ma essendosi, pochi giorni prima delle nozze, invaghito di una Donati, e avendola sposata, i parenti della tradita giurarono di vendicarla, e il giorno di Pasqua del 1215 uccisero il giovane, che veniva a cavallo nei pressi di Ponte Vecchio. Da allora tutta Firenze fu scissa in due partiti: sostennero gli uni gli Amidei e gli Uberti, e furono detti Ghibellini, perché quelle erano famiglie di antica origine feudale, e amiche dell'Impero; parteggiarono gli altri per i Donati e i Buondelmonti, e furono detti Guelfi, inclinando essi verso la Chiesa e il popolo.
Sotto il racconto forse leggendario dei cronisti si nasconde un episodio grave per la storia del Comune di Firenze, la scissione della nobiltà cittadina: ne profitterà la borghesia degli artigiani e dei mercanti, contro la nobiltà indebolita dalla discordia. Tuttavia il governo rimane ancora in mano ai nobili, e specialmente ai Ghibellini che, forti dell'appoggio di Federico II, spadroneggiano in Firenze. Ma il governo ghibellino è duro, prepotente, incapace di secondare il meraviglioso progresso di Firenze nell'industria e nel commercio. Alla morte dello Svevo (1250), il popolo delle Arti, che vuole dare al Comune un orientamento politico decisamente mercantile, compie la sua prima rivoluzione eleggendo il Capitano del popolo: questi deve circondarsi di armati e provvedere alla difesa del popolo grasso contro la prepotenza dei nobili.
Per tal modo in Firenze, come in tante altre città, si hanno allora due governi, armati e organizzati, l'uno a fianco dell'altro, l'uno geloso e sospettoso dell'altro: da una parte il Podestà, che col Consiglio generale e speciale costituisce il vecchio Comune dominato dai nobili, il solo che ufficialmente rappresenti lo Stato; dall'altra sta il Capitano del popolo, che si circonda dei rappresentanti delle Arti. Non é questa la conquista del potere da parte della borghesia, perché dominano ancora i nobili; ma é un primo passo verso la conquista, tanto più che l'audacia del popolo cresce ogni giorno. Correttamente quindi gli antichi cronisti fiorentini chiamano questo ordinamento del 1250 il Primo Popolo, cioé il primo governo popolare in Firenze.
All'audace riforma non si sottomette di buon animo il partito dei grandi, onde i più intransigenti fra costoro, i Ghibellini, vengono cacciati dalla città (1251): da questo momento Firenze è la città guelfa per eccellenza. Alla conquista di essa mira allora re Manfredi nella sua effimera restaurazione del partito ghibellino in Italia; perciò manda aiuti di armi e di danaro a Farinata degli Uberti, capo dei Ghibellini esiliati. E Farinata marcia contro la patria, vince i Guelfi nella battaglia di Montaperti (1260, entra in città, rovescia il governo popolare e caccia il partito avversario: Guido Novello, signore di Poppi, domina in Toscana come vicario di re Manfredi.
Il dispotismo dei nobili fa la sua seconda cattiva prova in una città, che vive d'industrie e di commerci; morto Manfredi nella battaglia di Benevento, caduto in tutta Italia il partito degli Svevi, il popolo, aiutato da Carlo d'Angiò, re di Napoli e capo dei Guelfi, caccia per sempre i Ghibellini da Firenze, e restaura il governo di parte guelfa (1266).
 

L'istituzione del Priorato (1282)Firenze
Ma ormai Guelfi e Ghibellini sono nomi senza significato. Sotto la contesa politica si nasconde infatti la solita lotta di classe tra i due maggiori partiti: i magnati, cioé i nobili e il popolo, cioè la borghesia. Questa, che già nel 1250 aveva eletto il Capitano del popolo, nel 1282 fa un secondo passo più audace, e impone una nuova costituzione, per cui entrano a far parte stabilmente del governo, accanto al Podestà, anche i Priori delle Arti maggiori (Giudici e Notari, Mercanti di Calimala, Cambiatori, Lanaioli, Mercanti della seta o di Por S. Maria, Medici e Speziali, Pellicciai e Vaiai).
Così con l'istituzione del Priorato sale al potere il popolo, non quello che noi oggi intendiamo, bensì la parte più ricca della borghesia fiorentina, quella che fabbrica e smercia i suoi famosi pannilana per tutti i mercati del mondo, che apre in tutte le maggiori piazze i suoi famosi banchi, e sovvenziona con prestiti lucrosi la Chiesa romana e le principali corti d'Italia e d'Europa.
La politica di Firenze, guidata da uomini d'affari, assume allora più decisamente una direttiva affaristica e mercantile. Pisa, al cui porto mirano da tanto tempo i mercanti fiorentini, desiderosi di uno sbocco al mare, è in guerra con Genova; Firenze appoggia quest'ultima, e quando Pisa è battuta alla Meloria dai Genovesi (1284), si fa cedere terre e castelli dalla vinta città.
Ma anche Arezzo è nemica di Firenze e cerca di rovinarne il commercio impedendo il transito dei pannilana fiorentini verso Roma. Scoppia allora la guerra contro Arezzo: nel 1289 a Campaldino gli Aretini sono vinti; allo scontro prende parte anche Dante Alighieri, giovane allora di 24 anni. La pace di Fucecchio, conclusa con Pisa e Arezzo nel 1293, stabilisce l'esenzione dai dazi delle merci fiorentine che passano attraverso i territori di quei due Stati, e consacra definitivamente il predominio politico ed economico di Firenze su tutta la Toscana.

La vittoria del popolo grasso e gli Ordinamenti di giustizia (1293)
E' giunta l'ora: il popolo grasso, arricchito dai floridissimi affari, tenta il colpo di mano definitivo contro i grandi, escludendoli dal governo e riservando a sè soltanto le cariche pubbliche. Nel 1293, per opera principalmente di Giano della Bella, si approvano i famosi Ordinamenti di giustizia, coi quali:
-   si ammettono al Priorato solamente coloro che fanno parte delle Arti, cioé la sola borghesia (esclusi quindi i nobili e la plebe);
-   si chiamano al governo anche i medi e minori artigiani (cioé si allarga la base del governo borghese con l'ammissione al potere della media borghesia);
-   si stabiliscono gravissime pene contro i grandi, rei di persecuzioni contro il popolo (cioé si oppone la forza pubblica alla violenza armata dei nobili).
Si fissano allora nuove norme per la elezione dei Priori, si porta il numero delle Arti a ventuno: sette maggiori, cinque mediane, nove minori; viene stabilita una nuova carica, il Gonfaloniere di giustizia, che, eletto ogni due mesi, siede coi Priori, comanda una forte schiera di armati a difesa dei cittadini delle Arti, e riceve in consegna il gonfalone del popolo. Così la borghesia schiaccia senza riguardo la nobiltà, e la rende impotente, togliendole ogni influenza politica. E sebbene poco dopo Giano della Bella debba uscire esule da Firenze, gli Ordinamenti di giustizia rimangono sempre in vigore e costituiscono il palladio intangibile della ricca borghesia fiorentina.

La scissione tra i Bianchi e i Neri (1300); il priorato di Dante Alighieri
I malcontenti non si rassegnano al trionfo del popolo grasso: nobili, piccoli artigiani e popolino fanno Arti fiorentinelega tra loro per rovesciare il governo della ricca borghesia. Serve dl pretesto una nuova discordia fra le maggiori famiglie fiorentine. Intorno al 1300 due grandi casate guelfe si contendono tra loro il predominio in città: i Cerchi "uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi" (dice Dino Compagni), dei quali è capo messer Vieri de' Cerchi, e i Donati "più antichi di sangue ma non sì ricchi", obbedienti tutti a Corso Donati, uomo che per audacia e superbia è da tutti ammirato e temuto. Intorno a queste due famiglie si vengono orientando i cittadini; quelli che stanno per i Cerchi si dicono Bianchi; quelli che sono per i Donati si chiamano Neri. Questa denominazione di Bianchi e Neri pare sia stata introdotta a imitazione dei due partiti in cui era divisa la nobile famiglia dei Cancellieri di Pistoia; ad ogni modo essa comincia a divenire di uso generale in Firenze dopo il 1300, quando nell'occasione delle feste di calendimaggio di quell'anno, i Cerchi e i Donati arrivano a una serie di scontri sanguinosi, dividendo la città in due fazioni, che si combattono come prima hanno fatto Guelfi e i Ghibellini.
Ma anche questa volta sotto una competizione gentilizia si nasconde la lotta di classe; i Cerchi, mercanti arricchiti, raccolgono intorno a loro le simpatie del popolo grasso, quello precisamente che dopo gli Ordinamenti di giustizia è al potere; i Donati, nobili di origine e fieramente avversi al popolo grasso, che li ha allontanati dal potere, si vantano difensori delle antiche aspirazioni nobiliari, mai tramontate, e si fanno forti dell'appoggio della parte del popolo minuto esclusa dal governo. Sono dunque bianchi i borghesi delle Arti maggiori; sono invece neri i nobili, i piccoli artigiani e i proletari.
Ed ecco in mezzo a tante discordie levarsi minacciosa la figura di papa Bonifacio VIII, il quale vuol far valere la supremazia politica del Papato anche sui Fiorentini, tanto più che la Toscana è un vecchio feudo della contessa Matilde, su cui il Papato vanta qualche diritto: egli si accorda segretamente con Corso Donati e coi Neri per scalzare la Signoria, che è bianca e custodisce gelosamente la libertà comunale. Col pretesto di pacificare Firenze viene mandato il Cardinale d'Acquasparta, il quale non riesce che ad acuire gli odi fra le due fazioni, tanto che la Signoria, di cui fa allora parte anche Dante come Priore, è costretta a bandire dalla città i maggiorenti dei due partiti (1300). Ma poco dopo i Bianchi rientrano col tacito consenso della Signoria, che è loro favorevole, mentre i Neri di fuori si raccomandano al papa, il quale invia come «paciaro» Carlo di Valois, fratello del re di Francia. La Signoria non s'illude sulla missione di lui; sa bene che egli viene per "abbattere il popolo e parte bianca"; perciò si raduna nervosamente per difendere gli Ordinamenti di giustizia, si abbandona a rappresaglie contro gli amici dei Neri e invia a Bonifacio VIII alcuni ambasciatori, fra cui anche l'Alighieri. Intanto Carlo di Valois entra in Firenze e dà man forte a Corso Donati, che in mezzo ai suoi varca la porta, da cui è partito esule, e traversa altezzosamente la città, tra la plebe che lo applaude al grido di "viva il barone!".
E incominciano le vendette: i Neri s'impadroniscono della Signoria e mandano in esilio, uno dopo l'altro, seicento ricchi e cospicui cittadini di parte bianca, tra i quali Dante Alighieri (1302). Ma l'intollerabile superbia di Corso Donati e l'insolenza della plebe risvegliano il popolo grasso, il quale, dopo qualche anno di lotta, riesce a riconquistare il potere e ad uccidere Corso Donati (1308).
La borghesia trionfa, ma agli esuli del 1302 nega il permesso di rientrare in Firenze. Costoro, guelfi, hanno fatto lega coi fuorusciti ghibellini, e insieme ad essi hanno tramato contro il Comune. Restano dunque fuori, a scrutare se da lontano giunge in loro aiuto il tanto sospirato imperatore. E anche Dante non può tornare.

L'infelice impresa di Enrico VII e il perenne esilio di Dante
Dopo la morte di Corso Donati, ecco (1310) apparire all'orizzonte politico d'Italia l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo: su lui si appuntano le speranze dei Ghibellini di tutta Italia; a lui si dirigono le suppliche degli esuli di Firenze, con Dante alla testa, che saluta nell'imperatore il principe di pace. Il fallimento dell'impresa di Enrico VII e la rapida fine di lui (1313) lasciano inalterate le condizioni d'Italia e di Firenze. I fuorusciti, ghibellini e bianchi, perdono ogni speranza di ritorno; Dante trascina ancora, lungi dal suo "bel san Giovanni", gli ultimi anni della sua triste vita di esule.

La Repubblica di Venezia ; lotte con Genova per il predominio nel LevanteItalia Rinascimento
In mezzo al turbine delle guerre e delle discordie, che agitano l'Italia nei secoli XIII e XIV, Venezia appare come un'oasi di tranquillità e di benessere. Senza dubbio Venezia non avrebbe potuto prosperare così, se non avesse avuto quel suo famoso governo oligarchico che, unico in Italia e forse nel mondo, diede per tanti secoli lo spettacolo della più illuminata energia. La repubblica non ebbe mai una vera nobiltà feudale, poiché nelle sue isole non vennero ad abitare né feudatari vinti, né vassalli del contado, come nei Comuni di terraferma; a Venezia chi prese in mano il governo della cosa pubblica fu un piccolo gruppo di cittadini, scelti fra quelle famiglie, che coi traffici si erano maggiormente arricchite. Così verso il secolo XII cominciò ad adunarsi il Maggior Consiglio, composto di 480 consiglieri, che avocò a sé gran parte delle prerogative dell'assemblea popolare.
Più tardi si venne formando il Minor Consiglio o Senato composto dei Pregadi, i quali avevano l'ufficio di assistere nelle sue deliberazioni il Doge. Questi era eletto a vita; perciò la sua scelta veniva fatta con cura e attraverso minuziosi controlli; la sua autorità era poi limitata dalla assistenza dei sei Consiglieri, che gli sedevano sempre a fianco; e insieme con lui e coi tre Capi della Corte d'Appello costituivano la Serenissima Signoria.
L'oligarchia veneziana, non contenta di avere il controllo del governo, volle con un colpo di Stato assicurarsi il perpetuo dominio della repubblica; infatti nel 1297 essa riuscì a imporre la famosa Serrata del Maggior Consiglio, con la quale limitava il diritto di entrare in quel consesso solamente a coloro che vi avessero seduto negli ultimi quattro anni, o i cui antenati vi avessero precedentemente appartenuto. Così una minoranza si impadronì per sempre del potere, trasformò la repubblica in un'oligarchia chiusa, ed escluse tutti gli altri cittadini da ogni partecipazione al governo. Fu compilato l'elenco delle famiglie privilegiate con la nota dei matrimoni e delle nascite, elenco che poi fu detto il Libro d'oro.
La famosa nobiltà veneziana ha una tale origine. Naturalmente ciò non poté avvenire senza provocare una reazione da parte degli esclusi, alla testa dei quali si pose nel 1310 Baiamonte Tiepolo. La ribellione fu soffocata nel sangue, e da allora la gelosa nobiltà istituì quel Consiglio dei Dieci, coi relativi tre Inquisitori, che é certamente il più formidabile tribunale politico del medio evo.

Il possesso dei mercati del Levante; rivalità e lotte con Genova.
La tranquillità interna permise alla repubblica di curare in modo specialissimo tutto il mondo coloniale e i vecchi e nuovi mercati. La quarta Crociata (1202-1204) e il successivo acquisto di gran parte delle isole e dei porti dell'Egeo e dello Ionio, avevano dato a Venezia il primato nei mari del Levante e il quasi assoluto monopolio dei prodotti orientali. Tutti gli anni, all'aprirsi della primavera, una grossa flotta mercantile partiva per i mari del Levante, toccava i porti più attivi e tornava in settembre, carica di spezie, sete, tappeti, broccati e damaschi levantini; un'altra partiva in agosto, svernava fuori e ricompariva verso maggio; il loro arrivo era il momento del massimo risveglio commerciale della città, alla quale affluivano i mercanti di ogni paese per gli acquisti immediati. Il predominio nel Levante costituiva la fonte maggiore della ricchezza veneziana, onde è naturale che i Genovesi tentassero tutti i mezzi per strappare ai rivali questo prezioso primato, cercando di colpire specialmente là, dove più vitali erano gli interessi veneziani, cioè a Costantinopoli. L'Impero Latino d'Oriente, fondato dai Veneziani nel 1204, era sempre rimasto un povero Stato feudale, combattuto a nord dai Bulgari, e a sud dall'lmpero di Nicea, piccolo Stato greco, formatosi nell'Asia Minore. Tuttavia i Veneziani erano riusciti a conservare intatti i loro privilegi, sì che essi, annienImpero bizantino nel 1265tata la concorrenza dei Genovesi e dei Pisani, avevano il monopolio del commercio nel porto di Costantinopoli, controllando tutti i traffici dell'Egeo e del Mar Nero. I Genovesi, colpiti così nei loro interessi, vollero ad ogni costo soppiantare i Veneziani; non c'era che una via: favorire le aspirazioni di Michele Paleologo, imperatore di Nicea, aiutarlo nella conquista di Costantinopoli, abbattere l'Impero Latino, ricostruire il vecchio Impero Bizantino, e da questo ottenere privilegi e concessioni identiche a quelle che godevano i Veneziani. Ciò fecero i Genovesi firmando con Michele Paleologo nel 1261 il Trattato di Ninfeo (Asia Minore), e offrendogli la loro flotta per compiere l'impresa vagheggiata. Infatti nello stesso anno Costantinopoli era presa; l'Impero Bizantino risorgeva con Michele VIII Paleologo; questi fondeva le nuove conquiste col suo Stato di Nicea, costituendo un Impero di notevoli dimensioni, senza riuscire però a riprendere le isole dell'Egeo, difese strenuamente dai Veneziani. Ma intanto Genova cacciava i Veneziani dal loro quartiere di Costantinopoli, demoliva le loro fortificazioni e occupava il sobborgo di Galata, che divenne il cuore del commercio genovese nell'Egeo e nel Mar Nero. Naturalmente la lotta fra le due repubbliche rivali si acuì al punto, da presentare spesso l'aspetto più di una impresa da corsari che di una guerra tra popoli civili. Innumerevoli furono le battaglie navali, nelle quali purtroppo si venne logorando la potenza italiana sul mare; di queste battaglie la più memorabile è quella di Curzola (a sud-est di Lissa) del 1298, in cui l'ammiraglio genovese Lamba Doria riuscì a distruggere l'armata veneziana, facendo un gran numero di prigionieri, tra i quali fu anche il famoso viaggiatore Marco Polo. Ma la potenza di Venezia aveva troppo salde radici perché una battaglia perduta potesse umiliarla: infatti quando, auspice Matteo Visconti, nel 1299 si firmava la pace a Milano, i vantaggi ottenuti dai Genovesi apparvero ben scarsi in confronto dei loro successi militari.

La Repubblica di Genova: lotte con Pisa e con Venezia.
La storia di Genova è strettamente legata a quella delle sue classiche rivali, Pisa nel Tirreno e Venezia nei mari del Levante.
Con Pisa i rapporti erano stati buoni nei primi tempi, quando le due repubbliche si erano unite più volte per lottare contro i Saraceni; ma più tardi, a causa del possesso delle isole maggiori del Tirreno, le rivalità si accesero e degenerarono in guerre disastrose. Così mentre Pisa si accostava al partito ghibellino, favoriva il Barbarossa e più tardi, alleata di Federico II, batteva i Genovesi nello scontro navale dell'isola del Giglio (1241), Genova appoggiava la parte guelfa, aiutava i Comuni e papa Alessandro III, e più tardi riusciva a trasportare Innocenzo IV e i suoi prelati in Francia a quel Concilio di Lione, che fu la disfatta di Federico II e della parte ghibellina in Italia. Ma l'occasione per vendicare la sconfitta del Giglio si presentò presto ai Genovesi. Nel 1282 la Corsica, soggetta a Genova, si agitava contro la madre patria, aiutata sottomano dai Pisani, i quali, possedendo già la Sardegna, volentieri avrebbero occupato anche l'altra isola. Ne nacque una guerra tremenda, che culminò nella famosa battaglia navale alla Meloria (1284), nella quale i Pisani furono disfatti, abbandonando ben 10.000 prigionieri, molti dei quali delle migliori famiglie pisane, onde venne il motto: "chi vuoi veder Pisa vada a Genova". Allora i Guelfi di Toscana, alleati dei Genovesi, minacciarono la marcia su Pisa; Ugolino della Gherardesca, eletto capitano del popolo, salvò la repubblica cedendo terre e castelli a Lucca e a Firenze, che si erano levate in armi, e cacciando i Ghibellini: ne ebbe più tardi in compenso la taccia di traditore e la morte per fame nella torre (cfr. Inferno, XXXIII). Ma dopo la Meloria, Pisa non si rialzò più, e Genova ottenne parte della Sardegna e il dominio assoluto sul Tirreno.
Meno felice fu la lotta con la più formidabile nemica dell'Adriatico, Venezia. Rimase tuttavia a Genova un bel campo di attività mercantile nel Mar Nero, dove essa ebbe il primato indiscusso fino alla presa di Costantinopoli, fatta dai Turchi nel 1453. Il traffico genovese proseguì a mantenersi vivacissimo per qualche secolo ancora per tutto il Mediterraneo occidentale, e altissima si conservò la fama dei Liguri come costruttori di navi, esperti piloti, audaci navigatori. Né minore fu la celebrità di Genova nel mondo finanziario, in mezzo al quale il famoso Banco di San Giorgio seguitò ad essere uno dei più forti istituti di credito fino a tutto il secolo XVI.

 

Papa Celestino V (1294)
Nel 1292 muore il papa Nicolò IV (1288-1292). I cardinali, divisi in tanti partiti (partito dei Colonna, partito degli Orsini, partito angioino), si radunano a conclave, senza però riuscire ad eleggere il nuovo pontefice. Moltiplicano le sedute a Roma, a Perugia, per ben ventisette mesi, ma sempre invano, tanto è profonda la divisione degli animi.
Allora un gruppo di cardinali propone di nominare papa un uomo completamente estraneo alle competizioni e universalmente conosciuto per la santità dei costumi. Non lontano da Sulmona, presso la Maiella, vive da anni un eremita: lo chiamano Pietro da Morrone, e alberga in una misera capanna, dove si sostenta con poco cibo e vive in contemplazione.
Le folle ne decantano i miracoli e vengono alla sua cella in pellegrinaggio, per raccomandarsi alle sue preghiere e alla sua santità. A lui dunque si volge il pensiero dei cardinali, che lo eleggono papa senza interpellarlo. Un fantastico corteo di prelati, di baroni, di popolo sale sulla Maiella, giunge alla povera capanna, s'inginocchia, annunciando la grande notizia. L'eremita non comprende dapprima, poi protesta che non accetterà mai un così grave incarico. Pressato dalle insistenze di tutti, si rassegna al volere dei cardinali, scende dal monte e su di un modesto asinello, alle cui briglie sono il re di Napoli Carlo II e suo figlio, entra in Aquila, dove, alla presenza di una folla plaudente, é consacrato papa col nome di Celestino V (1294). Al governo della Chiesa è un uomo che viene da quell'umile ambiente di povertà da cui sono sorte le maggiori opposizioni alla potenza politica del Papato.
L'esperimento fallisce. Il nuovo papa non é che un povero eremita, semplice e buono, ma completamente ignaro dei subdoli raggiri della vita di governo, per cui diviene uno strumento passivo della prepotenza di Carlo II, che se lo porta a Napoli, e lo tempesta di sempre nuove richieste. Ed egli, che in cuor suo rimpiange la solitudine della montagna, resiste sempre meno, finché si lascia andare a favori, benefici, nomine, prodigandole con una spaventosa incoscienza, che minaccia di porre la Chiesa a soqquadro. Finalmente comprende l'abisso, verso il quale cammina, e se ne ritrae spaventato. Chiede ai giuristi se un papa può rinunciare; avutane risposta affermativa, depone la tiara, e, dopo quattro mesi di inglorioso pontificato, ritorna ad essere un povero monaco.

Il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303)Bonifacio VIII
ll successore era pronto: il cardinale Benedetto Caetani, favorito dal re di Napoli, fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII (1294-1303). Pochi pontefici furono tanto odiati e perseguitati da pubbliche accuse. A lui i nemici rimproverarono complotti contro Celestino, costumi inadeguati, un'occulta miscredenza. Non è facile discernere la verità. Certamente Bonifacio VIII ebbe carattere aspro, violento, ambizioso; fu però anche uomo d'ingegno e di cultura, studioso di legge e filosofia. Difese energicamente la supremazia politica del Papato, secondo il programma di Gregorio VII e di Innocenzo III, e per questo subì rovesci diplomatici, guerre penose, insulti ed umiliazioni. Non aveva compreso che i tempi erano cambiati, e la missione politica del Papato si esauriva con la fine del medioevo. Nel gennaio del 1295 da Napoli, dove aveva avuto luogo il conclave, Bonifacio VIII entrava in Roma solennemente, su una bianca chinea, tenuta per le redini dal re Carlo ll, vassallo della Chiesa, e da Carlo Martello suo figlio, accompagnato da un gran corteo di prelati, di nobili e di popolo. Suo primo pensiero fu di catturare Celestino, che molti fautori si ostinavano a voler riconoscere come papa; lo fece inseguire e rinchiudere nel castello di Fumone, presso Alatri, dove lo tenne fino alla morte, avvenuta nel 1296. Il pericolo di uno scisma era evitato, ma intanto Bonifacio si era inimicato i partigiani dell'infelice monaco. Sgombrato il terreno da ogni preoccupazione ecclesiastica, Bonifacio VIII si accinse a realizzare il suo sogno di dominio politico. S'intromise negli affari del Regno di Napoli, cercando di decidere in favore dei re Angioini la guerra, allora scoppiata con gli Aragonesi della Sicilia; non riuscì che a metà, concludendo la pace di Caltabellotta (1302), la quale, più che una vittoria del Papato, è un compromesso. S'impicciò nelle faccende del Comune di Firenze, vi inviò Carlo di Valois col pretesto di favorire la pacificazione dei partiti, ma di fatto col proposito di appoggiare i Neri e di espellere i Bianchi. In Roma affrontò la potentissima famiglia dei Colonna, i quali parteggiavano per Celestino; contro di essi bandì una Crociata, promettendo indulgenze a chiunque vi prendesse parte; occupò le loro terre, e, costretti i maggiorenti dei Colonna a venire umiliati ai suoi piedi, ne confiscò i beni, distruggendo il loro castello di Palestrina.


La contesa tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, re di Francia.
Gli odi che con la sua politica si attirò Bonifacio VIII, furono grandissimi: Dante, cacciato da Firenze per causa sua, ebbe per lui parole roventi d'esecrazione. Ma chi gli resistette a viso aperto fu il re di Francia, Filippo IV il Bello. Trovandosi allora in lotta con l'Inghilterra e avendo bisogno di molto danaro per le spese di guerra, il re colpì con fortissime imposte i beni della Chiesa di Francia. Bonifacio VIII protestò contro questa violazione dei privilegi ecclesiastici e minacciò di scomunica chiunque osasse porre la mano avida sulle ricchezze della Chiesa. Filippo il Bello rispose alle minacce papali vietando l'esportazione di danaro, di pietre preziose, di oggetti costosi, impedendo così che le decime, pagate alla Curia romana dalla Chiesa di Francia, arrivassero al papa. Il danno subito dall'amministrazione pontificia e dai banchieri fiorentini, che erano i mediatori in questi affari, indusse il papa a un'azione più blanda.
La contesa, sopita per qualche anno, si, ridestò nel 1301 quando Filippo il Bello cominciò addirittura a incamerare le rendite dei vescovati vacanti e pose i beni della Chiesa sotto il controllo di un'amministrazione di Stato. Bonifacio VIII riprese le precedenti lagnanze e di nuovo minacciò di scomunicare il sovrano. Questi, di rimando, convocò gli Stati Generali, cioè l'assemblea dei rappresentanti del clero, della nobiltà, della borghesia, denunciò le gravi usurpazioni tentate dal papa contro il potere del re, e ottenne il consenso di tutta la nazione. Così Filippo il Bello poté unirsi ai nemici del papa, proteggere i fuggiaschi Colonna, lavorare occultamente alla rovina del pontefice. Bonifacio VIII però non era uomo da accettare imposizioni: alla guerra che gli si offriva, rispose con la guerra. Pubblicò allora la sua famosa bolla Unam Sanctam, nella quale arditamente sfoggiava di fronte al re francese il classico programma della supremazia politica del Papato: "la società costituisce un solo corpo, cioé la Chiesa, con un solo capo, cioé il pontefice; due sono i poteri o "le spade", spirituale e temporale; il primo potere è superiore al secondo; la Chiesa impugna essa sola la spada spirituale, e concede che il re adoperi la spada temporale, ma solo secondo i fini della Chiesa e in omaggio al volere del sacerdozio (ad nutum sacerdotis)". Un concilio, tenuto in Roma, aveva intanto giudicato il re di Francia: la scomunica papale era imminente; con essa sarebbe stata proclamata la deposizione di Filippo il Bello.

La contesa fra il re e il papa aveva suscitato in Francia un nugolo di polemiche e di scritti sulla questione dei due poteri. Ma a rompere gl'indugi e a passare violentemente ai fatti contribuì l'intervento di Guglielmo di Nogaret, dottore di leggi all'Università di Tolosa, il quale, discendente da un'antica famiglia di Albigesi perseguitati, covava da anni un odio cupo contro il Papato e la Chiesa. Egli indusse Filippo il Bello a convocare un concilio in Francia per eleggere un nuovo pontefice, essendo Bonifacio usurpatore della Santa Sede, simoniaco, spergiuro, reo di ogni delitto. Lo stesso Nogaret avrebbe trascinato il colpevole in Francia, davanti al concilio.

L'oltraggio di Anagni e la morte di Bonifacio VIII (1303)
ll 7 settembre 1303 Guglielmo di Nogaret, accordatosi coi Colonna, entra con una schiera di armati in Anagni, dove si trova il papa, e spaventato il popolo, si dirige verso il palazzo pontificio. Le porte vengono abbattute, gli sgherri entrano urlando, con le spade in pugno: Bonifacio VIII li attende intrepido sul trono, vestito degli abiti sacri; insultato, risponde con dignità e fermezza. Si disse poi che Sciarra Colonna, spinto dall'odio verso colui che aveva disperso la sua famiglia, gli desse sul viso un duro schiaffo con la mano coperta dal guanto di ferro: l'insolenza volgare suscitò lo sdegno dello stesso Dante (Purgatorio, XX, 86-93)
Fatto il colpo, il Nogaret si accorse come fosse impossibile trascinare il papa prigioniero attraverso tutta l'Italia, ed esitò. Il popolo d'Anagni il 9 settembre corse a liberare il pontefice, e costrinse i ribaldi alla fuga. Quattrocento cavalieri romani ricondussero nella città eterna Bonifacio VIII, offeso, ma non vinto. Poco dopo però, scosso dalle emozioni e logorato dagli anni, moriva (11 ottobre 1303).
Con lui si spegneva l'ultimo dei papi medioevali della grande scuola di Gregorio VII; ma l'umiliazione di Anagni chiudeva assai tristemente quel periodo di supremazia politica, che si era iniziato nel 1077 col trionfo di Canossa. Rimase però intatta al Papato la sua grande forza religiosa, e ne fu una prova il Giubileo, bandito la prima volta da Bonifacio VIII nel 1300, a cui convennero da ogni parte del mondo turbe di pellegrini, ansiosi di visitare le basiliche degli apostoli e di lucrare le molte indulgenze largite dal papa. Bonifacio e Filippo
Enormi somme di danaro furono offerte in quella occasione alle chiese romane e al pontefice, il quale se ne servì per grandi lavori nelle basiliche romane e nel palazzo del Laterano. E i pellegrini allora per la prima volta videro il papa coronato con un diadema di nuova foggia, ornato cioé di due corone, sovrapposte l'una all'altra, in segno della superiorità del pontefice su ogni sovrano della terra. Più tardi una terza corona si aggiunse alle due, e la tiara papale ebbe il nome di triregno.

I papi in Avignone (1305-1377) - Il breve pontificato di Benedetto XI (1303-1304)
Morto papa Bonifacio VIII (1303), il Collegio dei cardinali elesse come successore il pio Nicola Bocchini, generale dei Domenicani, il quale prese il nome di Benedetto XI. Benché più conciliante di Bonifacio VIII e propenso ad un accordo con Filippo il Bello, il nuovo pontefice non volle lasciar passare invendicato l'insulto di Anagni, al quale egli stesso aveva coraggiosamente assistito, e colpì con la scomunica il Nogaret e Sciarra Colonna, invitando a comparire davanti al suo tribunale tutti coloro che avessero preso parte a quel fatto delittuoso. Perciò si ritrasse in Perugia, lontano dall'influenza dei partiti, e già stava per affrontare con energia il ridestarsi delle opposizioni antipapali, quando, dopo appena pochi mesi di pontificato, morì nel luglio del 1304.


Il Papato trasporta la sua sede in Francia: la cattività avignonese (1305-1377)
Il nuovo conclave si svolse fra continui turbamenti: nello Stato Pontificio si combattevano gli Orsini, i Colonna, i Caetani; Filippo il Bello parteggiando per i Colonna, se ne serviva per influire sull'animo dei cardinali, che, divisi essi pure in due partiti, l'italiano e il francese, per parecchi mesi non riuscirono a mettersi d'accordo sulla elezione del papa. Finalmente decisero di scegliere anche questa volta un estraneo al Sacro Collegio, e, cedendo alle insinuazioni del re, elessero proprio un francese, Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V (1305). Questi, invece di andare a Roma, ordinò ai cardinali di venire a consacrarlo in Francia. La coronazione avvenne di fatto a Lione, alla presenza di Filippo il Bello, di Carlo di Valois e di tutti i più grandi signori del regno; fu però funestata da un grave incidente, perché durante la processione rovinò un muro, trascinando nella caduta molti spettatori e lo stesso papa, che cadde da cavallo e per poco non rimase ucciso: la folla superstiziosa vide in questo fatto il pronostico di un pontificato infelice. Il nuovo papa non mostrò alcun desiderio di andare a stabilirsi a Roma, dove la vita era assai difficile per le continue lotte civili; dopo aver peregrinato un po' qua e un po' là, nel 1309 pose sede stabile ad Avignone, con grande scandalo della cristianità. Così nel 1305 comincia per il Papato il periodo della cattività avignonese (1305-1377)
Questo per la Chiesa fu un periodo di servitù, a vantaggio della Francia, la quale in parve disporre del Papato come di un organo di Stato. Primo a dare un esempio di tale asservimento alla Francia fu papa Clemente V. Egli, debole, irresoluto, senza idee, cedette a tutte le richieste di Filippo il Bello, disdicendo quanto Bonifacio VIII aveva fatto, ritirando la bolla Unam Sanctam, rinunciando alla punizione dei colpevoli dell'insulto di Anagni, restituendo i beni ai Colonna, i benefici ai prelati, colpiti dalle sanzioni di Bonifacio VIII e di Benedetto XI. Ugualmente poco decorosa fu la condotta del papa nell'affare dei Templari. Questo celebre Ordine cavalleresco, dopo la perdita di Gerusalemme, si era ritirato in Europa, aprendo case in parecchi Stati e accumulando grandi ricchezze, specialmente in Francia, dove il "Tempio", cioé la residenza del Gran Maestro a Parigi, poteva dirsi una vera reggia. Perduto ormai lo scopo della loro istituzione, i Templari, profittando della disseminazione delle loro case in Europa, si erano dedicati agli affari, prestavano danaro, trafficavano, si arricchivano sempre più. Si parlava volentieri in Francia dell'immoralità dei Templari. Filippo il Bello, che aveva posto l'occhio su tante ricchezze, esagerò queste voci, mise in giro calunnie, arrestò parecchi Templari e impose al papa la soppressione dell'Ordine. Dopo molte titubanze Clemente V cedette, e nel Concilio di Vienne (1312), contro il parere di molti, condannò i Templari come empi ed eretici, li soppresse e passò i loro beni agli Ospitalieri. Filippo il Bello poté per parecchi anni trattenere le pingui rendite dei Templari, mentre faceva ardere sul rogo più di cinquanta cavalieri, tra i quali era lo stesso Gran Maestro dell'Ordine.
Clemente V in Avignone ribadì le catene del Papato, nominando in gran numero cardinali francesi; i suoi successori, quasi tutti francesi anch'essi, lo imitarono, rendendo così sempre più difficile il sollecito ritorno dei papi alla loro sede. La tradizione romana del Pontificato si affievolì. Santa Caterina da Siena e il Petrarca non si stancarono mai di esortare i papi a ritornare in Roma, pregandoli di considerare quale enorme danno recasse alla Chiesa l'allontanamento del pontefice dalla sua sede naturale. Infatti, diminuito il prestigio morale del Papato, venne meno a poco a poco anche il senso dell'unità della Chiesa, onde i germi di autonomia religiosa, nascosti in fondo alla nascente coscienza nazionale dei vari popoli, cominciarono ad apparire, per svolgersi più tardi nello scisma e nell'eresia.

Squallore dello Stato Pontificio
Tristissima allora divenne la condizione dello Stato Pontificio, nelle cui città da parecchio tempo spadroneggiavano potenti famiglie, tutte intente a formarsi una stabile signoria a detrimento dei diritti del Papato. A Roma poi, dove il Comune non era mai riuscito ad avere una vitalità paragonabile a quella dei Comuni dell'Italia settentrionale, la partenza dei papi segnò il periodo più acuto della lotta tra le maggiori famiglie, che si contendevano con le armi il possesso della città. Deserto il palazzo papale del Laterano, partiti col papa i cardinali e la corte, diminuiti di numero e d'importanza gli uffici della Curia, annientato l'afflusso dei pellegrini, Roma decadde rapidamente e si spopolò. Erano i giorni in cui Dante invocava l'avvento di un forte imperatore in questa povera Italia, che le discordie civili e l'abbandono dei papi avevano ridotta come "nave senza nocchiero in gran tempesta".

La lotta fra il Papato e l'imperatore Lodovico il Bavaro
Durante il periodo della cattività avignonese (1305-1377) il Papato si dibatte in gravi strettezze finanziarie, perché privo di gran parte dei redditi dello Stato Pontificio; perciò é costretto a:

aumentare le tasse per gli affari religiosi,

imporre nuove gravezze ai benefici ecclesiastici,

premere sempre più forte sui fedeli per ottenere decime ed offerte.

Rinascono allora contro la Chiesa le vecchie accuse di simonia, di avidità, di mondanità, e si destano diffidenze nei sovrani, i quali, preoccupati del carattere francese del Papato, cominciano a vedere in questo danaro, che emigra ad Avignone, una specie di tributo verso la monarchia francese. Ora, mentre il Papato si rimpicciolisce in un indecoroso vassallaggio e si fa sentire sui popoli più come esattore di imposte, che come maestro di fede e di virtù, tutta la Chiesa perde sempre più la stima generale. Anche la disciplina ecclesiastica, che le rigide riforme di Gregorio VII e di Innocenzo III avevano tentato di ristabilire, viene allentandosi; l'episcopato, sempre propenso alla mondanità in tutto il medio evo, dà spesso esempio di vita corrotta; il clero non é all'altezza della sua missione religiosa; gli Ordini mendicanti, che erano stati la gloria del secolo antecedente, abbandonano la semplice regola dei primi tempi, si arricchiscono, disdegnano l'umile missione tra i poveri, e si danno alla predicazione aulica, o si trastullano con le vane sottigliezze di una rinata sofistica. La Scolastica, che con S. Tommaso d'Aquino aveva raggiunto il suo più perfetto compimento, caduta ora in mano di discepoli senza genialità, si frantuma in una casistica quasi puerile, o si sgretola sotto la dialettica di Duns Scoto e di Guglielmo di Occam. Così si rivela la decadenza del pensiero filosofico-teologico del medio evo, mentre va sorgendo nello studio e nella vita quello spirito laico, che condurrà a poco a poco la società al naturalismo teorico e pratico dell'Umanesimo.
In questi momenti così difficili, il Papato deve sostenere una duplice lotta: religiosa contro l'eresia, politica contro l'Impero.

La lotta del Papato contro i Fraticelli
Da qualche tempo i Frati Minori sono in subbuglio. Morto San Francesco, alcuni tra i suoi discepoli cominciano a diffondere una più mite interpretazione della regola e tendono a dare all'Ordine un'organizzazione simile a quella degli altri Ordini religiosi; perciò edificano grandi chiese e vasti conventi, accettano eredità e benefici, si dedicano allo studio nelle Università, temperano insomma con le esigenze della realtà quotidiana la rigida severità del primitivo ideale francescano.
Contro costoro, detti Conventuali, insorgono i discepoli della prima ora: questi gridano al tradimento della regola, protestano in nome della povertà contro l'ingordigia degli altri e negano ai veri Frati Minori il diritto di possedere. Papa Clemente V cerca di mettere un po' di pace e impone ai dissidenti di rientrare nell'Ordine; ma costoro, sentendo che il Papato è contro di essi, vanno ancor più oltre con le loro affermazioni, attaccano il clero per la sua mondanità, disprezzano i papi per le loro ricchezze, e proclamano che non i Frati Minori solamente, bensì la Chiesa tutta deve ritornare alla povertà evangelica. A drappelli percorrono i borghi e le campagne, sollevando le plebi con il ricordo del poverello d'Assisi; si chiamano da sé Fraticelli.
Intanto ad Avignone, morto Clemente V, i cardinali hanno eletto un altro papa francese, Giovanni XXII (1316-1334), ambizioso, amante dello sfarzo, fiero ed energico nella lotta. Egli intuisce la minaccia che questi esaltati vanno preparando alla Chiesa, e ne condanna le dottrine; poi arresta i ribelli, parecchi ne fa bruciare sul rogo, e molti costringe alla fuga. Ma il movimento rivoluzionario non si ferma; i perseguitati affrontano la guerra col Papato, e offrono alleanza all'Impero, proprio nel momento in cui questo si accinge all'ultima lotta politico-religiosa del medioevo.

La lotta tra il Papato e l'imperatore Lodovico il Bavaro
Alla morte dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo (1313), di nuovo la Germania fu preda della discordia: si contendevano il trono Lodovico di Wittelsbach, duca di Baviera, e Federico il Bello, duca d'Austria; da una parte e dall'altra si combatteva con le armi e con gli intrighi. Papa Giovanni XXII, pieno delle vecchie idee di supremazia del Papato, impose ai due rivali di sottoporre al suo giudizio inappellabile i loro diritti e quando, vinto il nemico nella battaglia di Muhldorf (1322) e fattolo prigioniero, Lodovico si proclamò re di Germania, il papa pretese che egli dovesse andargli a rendere conto della validità della sua nomina. Lodovico IV il Bavaro si rifiutò, onde il papa s'indusse a scomunicarlo, dichiarandolo decaduto dal trono e brigando per dargli un successore (1324).
Erano proprio quelli i giorni dell'agitazione e della condanna dei Fraticelli. L'imperatore si diede ad appoggiare gli eretici e a denunciare pubblicamente il papa; poi accolse volentieri l'aiuto, che gli giungeva dagli uomini di lettere, in mezzo ai quali si erano rinnovate in quei giorni le dispute sulle relazioni tra il Papato e l'Impero.
Marsilio da Padova (1270-1342), intorno al 1324, cioé nei primi anni della controversia tra Giovanni XXII e Lodovico, aveva scritto il trattato Defensor pacis, nel quale, riprendendo in esame i rapporti tra l'Impero e la Chiesa, era giunto a conclusioni gravissime e spesso in contrasto con le idee della Monarchia dantesca, che forse di soli dieci anni é anteriore allo scritto di Marsilio. Dante ha senza dubbio dell'Impero un concetto altissimo; non giunge però mai a pretendere la soggezione del Papato all'Impero; dell'uno e dell'altro poi afferma risolutamente la origine divina: Dante si muove ancora entro l'orbita del pensiero politico-religioso medioevale.
Marsilio da Padova invece procede molto più avanti; spesso anzi si pone in aperto contrasto col pensiero religioso del suo tempo, precorrendo di qualche decennio le teorie ereticali di Wycliffe e di Huss, e accennando motivi polemici che troveranno poi il loro più ampio sviluppo nella riforma di Lutero e di Calvino. Il Defensor pacis non solo attacca le pretese di supremazia temporale del Papato, ma nega a questo il primato spirituale, asserendo che fonte di ogni potere nella Chiesa è il popolo, di cui l'imperatore è il solo legittimo rappresentante, e affermando in tal modo la totale dipendenza della Chiesa dall'Impero.
Mentre Lodovico accoglieva alla sua corte il dotto giurista padovano, il papa condannava il Defensor pacis (1327). La nuova lotta fra il Papato e l'Impero trovò alimento nelle condizioni politiche d'Italia. Qui infatti a capo del partito ghibellino era rimasto a lungo il potente Matteo Visconti, signore di Milano, nominato già da Enrico VII vicario imperiale. Contro di esso il partito guelfo aveva opposto Roberto d'Angiò, re di Napoli: a lui il papa, nella vacanza dell'Impero, si era affrettato a conferire il titolo di vicario imperiale, asserendo che solo chi dal papa fosse riconosciuto come tale, poteva portare quel titolo. La guerra, dichiarata da papa Giovanni XXII a Matteo Visconti, nemico della Chiesa e scomunicato, era stata condotta con qualche successo dal legato pontificio, l'energico cardinale Bertrando del Poggetto; ma la morte improvvisa di Matteo (1322) e l'avvento di Galeazzo Visconti, suo figlio, avevano portato, dopo alcuni anni di lotta, ad una pace che aveva permesso al legato papale di attendere alla riconquista dello Stato Pontificio, occupato da innumerevoli tirannelli. L'aspro conflitto, sorto fra il papa e Lodovico il Bavaro, riaccese nei Ghibellini d'Italia il desiderio di riprendere la lotta: essi chiamarono in Italia l'imperatore, il quale, accolto splendidamente da Galeazzo Visconti in Milano, vi ricevette la corona di re d'Italia dalle mani di Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, ribelle al papa (1327). Ma poi, fossero le riluttanze dei milanesi alle continue richieste di danaro fatte dall'imperatore; fosse la dubbia condotta di Galeazzo, certo è che Lodovico si rivelò improvvisamente nemico dei Visconti, e, arrestato Galeazzo, lo fece chiudere nei Forni di Monza, le orribili carceri che quegli aveva fatto costruire per i suoi nemici.
Lasciato a Milano un vicario imperiale, Lodovico il Bavaro passa in Toscana, dove s'incontra con un altro potente ghibellino, Castruccio Castracani, signore di Lucca: con lui l'imperatore assedia e prende Pisa, che gli vuole tagliare la strada. Ogni resistenza è vinta : ormai non resta che cingere la corona imperiale in Roma: nel gennaio 1328 Lodovico il Bavaro riceve dalle mani di Sciarra Colonna, capitano del popolo, il serto imperiale: l'empio schiaffeggiatore del vecchio Bonifacio VIII si sostituisce al pontefice, dichiarando di conferire la corona imperiale a Lodovico in nome del popolo di Roma. Così, secondo le recenti teorie di Marsilio da Padova, si tenta di dare al Sacro Romano Impero una base popolare, e si crea un'antitesi a tutto il pensiero politico-religioso del medio evo. In tale eccitazione di animi sbocciano la ribellione e lo scisma: l'imperatore proclama deposto papa, Giovanni XXII, e, per compensare del loro appoggio i Fraticelli, nomina antipapa, col nome di Nicolò V, il loro capo, il minorita abruzzese Pietro da Corvara, uomo di poco conto e male accetto al popolo romano.
La vittoria di Lodovico il Bavaro fu breve: da ogni parte i Guelfi rialzavano la testa, mentre il partito ghibellino perdeva proprio in quei giorni il suo maggiore sostegno, Castruccio Castracani. Questi era dovuto accorrere da Roma in Toscana per difendere il suo Stato; ma, dopo brillanti vittorie era morto improvvisamente (1328), lasciando le sue terre in pieno disordine, mentre il legato papale Bertrando del Poggetto da Bologna minacciava con le sue forze tutta la compagine ghibellina. L'imperatore, sentendosi ormai incalzato dall'esercito di Roberto di Napoli, abbandonò Roma in gran fretta e passò a Pisa, dove tentò invano di rialzare le sorti del suo partito. Ma l'equivoco atteggiamento di Azzone Visconti, di Can Grande della Scala e dei Gonzaga di Mantova gli tolse ogni speranza, per cui, raccolti più soldi che poté con la vendita di feudi e di titoli, lasciò per sempre l'Italia, abbandonando il suo antipapa alla mercé di Giovanni XXII e i suoi seguaci alle vendette dei Guelfi (1330).
La lotta col Papato si trascinò per molti anni ancora, tra un ripetersi continuo di scomuniche e di guerre civili, finché l'imperatore morì nel 1347, quando già il papa Clemente VI, uno dei successori di Giovanni XXII, aveva fatto eleggere Carlo IV di Boemia, della Casa di Lussemburgo. Il nuovo sovrano era uomo ben diverso dal predecessore: dovendo al papa la sua elezione, fu a lui fedele, e revocò quanto il Bavaro aveva fatto contro la Chiesa. S'interessò poco dell'Italia, dove venne nel 1355 per prendere a Milano la corona ferrea e a Roma la corona imperiale, senza però appoggiare i signori ghibellini, che molto si aspettavano da lui. Anche Carlo IV partì dall'Italia carico di soldi, ricevuti da città e da signori in compenso di privilegi concessi e di titoli venduti.

La restaurazione dello Stato Pontificio; Cola di Rienzo; il ritorno dei papi a Roma (1377).
Tra le aspirazioni dell'energico papa Giovanni XXII c'era anche la restaurazione dello Stato Pontificio, allora occupato da molti signorotti. Egli aveva perciò mandato in Italia il cardinale Bertrando del Poggetto, fornendolo di armati e di danaro (1319), ed aveva potuto rallegrarsi per le felici operazioni di guerra con cui il bellicoso cardinale era riuscito a riconquistare al papa Bologna e la Romagna. Il buon successo non fu però duraturo: i Visconti, gli Scaligeri e gli altri maggiori Ghibellini d'Italia si opposero al legato papale fin quando lo videro riprendere, sfiduciato, la via di Avignone (1334). Il sogno del papa crollava. Lo Stato Pontificio non risorgeva. Bologna, caduta sotto la signoria di Taddeo Pepoli, pareva perduta per sempre.
La Romagna, le Marche, l'Umbria pullulavano di piccole ma nervose Signorie, come quelle dei Da Polenta a Ravenna, dei Malatesta a Rimini,

 degli Ordelaffi a Forlì, dei Manfredi a Faenza, dei Varano a Camerino, mentre per le desolate campagne del Lazio spadroneggiavano i Colonna, i Caetani, i Savelli, i Frangipani, gli Orsini; Roma poi era sempre il classico campo di lotta fra le maggiori famiglie, e giaceva nella miseria e nel disordine.
Questa grande generale anarchia, durata per più di settanta anni (1305-1377), contribuì a rendere ancor più difficile il ritorno dei papi, i quali, appunto perché francesi, in generale sentivano poca attrazione per la vita di Roma e d'Italia, e trovavano perciò una giustificazione di questo loro allontanamento dalla sede naturale del Papato nella scarsa sicurezza dello Stato Pontificio.

L'effimera fortuna di Cola di Rienzo (1347 e 1354)
Proprio in quegli anni turbinosi emerse a Roma la singolare figura di un popolano, Cola di Rienzo (= Nicola figlio di Lorenzo). Benché di umilissima origine, egli ebbe una folle passione per lo studio delle antichità. Fin dalla fanciullezza, aggirandosi fra i ruderi di Roma, si era riempita la testa con storie degli antichi Romani e sognava un ritorno ai tempi repubblicani. Erano queste le vaghe aspirazioni del nascente Rinascimento, ma in Cola di Rienzo tali idee avevano un più vitale alimento dall'ostilità contro i nobili, nei quali egli vedeva l'antica avidità dei patrizi, mescolata con la brutale violenza dei signori feudali. Egli fu dunque con il popolo contro le grandi famiglie nobili di Roma. Nominato dai papi notaro della Camera Apostolica, si servì di tale posizione per la propaganda delle sue idee; nel 1347 con un abile colpo di mano abbatté i nobili, assunse il titolo di tribuno del popolo e incominciò a governare Roma ispirandosi alla democrazia, organizzando l'esercito popolano e amministrando saggiamente la giustizia. Vi fu un momento in cui la figura di Cola, sullo sfondo poetico dei ricordi dell'antica Roma, apparve quasi un simbolo di rinascita per tutta l'Italia; onde parecchi principi approvarono i suoi propositi di restaurazione, e anche il Petrarca ebbe per lui profonda ammirazione. Disgraziatamente il rapido trionfo tolse il senno a Cola, il quale si lasciò andare a stranezze e a vanterie indecorose; di esse approfittarono i nobili che riuscirono a farlo cacciare dalla città dopo appena pochi mesi di dominio (15 dicembre 1347).
Fuggendo da Roma, Cola di Rienzo si nascose nei pressi della Maiella, da dove nascostamente si mosse attraverso l'Italia e le Alpi, per rifugiarsi in Boemia, presso l'imperatore Carlo IV, il quale lo mandò al papa in Avignone. Là, dopo un periodo di prigionia e di oscurità, l'intelligente tribuno entrò nelle grazie del papa Innocenzo VI. Questi, che già aveva inviato in Italia per la riconquista dello Stato Pontificio il cardinale Egidio di Albornoz, pensò di valersi anche dell'opera di Cola nella restaurazione della sovranità papale nella città eterna. Perciò gli concesse il titolo di senatore, cioè governatore della città, e lo mandò a Roma (1354). Erano passati sette anni dalla fuga del tribuno, ma il popolo non aveva dimenticato quanto egli aveva fatto contro i nobili. Perciò Cola di Rienzo fu accolto con favore dalla plebe, la quale si strinse intorno a lui per difenderlo dalle insidie dei grandi. Ma anche questa volta il tribuno mostrò scarso equilibrio: amante del lusso, si diede da fare per procurarsi soldi e giunse fino al punto di tassare pesantemente il vino, il sale e le più comuni derrate. Il popolo, sobillato dai nobili, si ribellò e diede l'assalto al Campidoglio: Cola di Rienzo tentò di fuggire, travestito da carbonaio; ma, riconosciuto per i braccialetti d'oro che portava, fu ucciso a furor di popolo ai piedi del Campidoglio (8 ottobre 1354).

Il ritorno dei papi a Roma (1377)
L'opera di restaurazione nello Stato Pontificio rimase così tutta affidata all'Albornoz, forte figura di guerriero più che di prelato, di diplomatico più che di ecclesiastico. Egli in breve abbattè parecchie delle Signorie sorte nella Romagna e nelle Marche, riscattò dai Visconti la città di Bologna, la difese contro gli assalti di Bernabò Visconti, l'arricchì di privilegi e di donazioni per il suo famoso Studio, fondandovi un collegio per gli studenti spagnoli.
Recatosi nelle Marche, e pacificate quelle regioni, nel 1357 tenne a Fano un Parlamento, in cui riformò e unificò tutte le leggi dello Stato Pontificio, formandone un codice, detto Liber Constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, più conosciuto col nome di Constitutiones Aegidianae, che rimase il fondamento della legislazione nello Stato della Chiesa fino ai tempi moderni. A Roma riformò la costituzione comunale, ristabilì l'ordine, cosicché nel 1367 papa Urbano V pensò giunto il momento di ricondurre a Roma la corte pontificale. Vi arrivò infatti in mezzo all'esultanza delle popolazioni; lo stesso imperatore Carlo lV venne dalla Germania per fargli omaggio; ma essendo morto l'Albornoz e rinascendo di continuo le contese e i disordini in Roma, il papa, dopo appena tre anni (1367-1370), ritornò ad Avignone. Il successore, Gregorio XI, cominciò assai male il suo pontificato mandando in Italia alcuni legati, troppo lontani dall'Albornoz nell'abilità politica: tra essi ebbe triste fama il cardinale Roberto di Ginevra, che compì orribili stragi a Cesena. Il pontefice si inimicò anche la città di Firenze che, interdetta e perseguitata, inalberò contro il papa la bandiera della libertà (guerra degli Otto Santi). Finalmente ritornata la calma, Gregorio XI riportò a Roma definitivamente la sede papale (1377), ponendo termine alla cattività avignonese.

Lo Scisma d'Occidente (1378) e i Concili di Costanza (1414-1418) e di Basilea (1431-1449).
Un male, forse ancora più grave della cattività avignonese, sovrastava in quei giorni alla Chiesa: lo scisma.

Morto Gregorio Xl (1378), si raccolse, per la elezione del successore, il Sacro Collegio, composto di sedici cardinali, di cui solo quattro italiani, mentre gli altri erano quasi tutti francesi. Allora il popolo romano, che temeva la nomina di un papa francese e il ritorno della sede pontificia ad Avignone, cominciò a tumultuare sotto le finestre del conclave, gridando minaccioso : — Romano lo volemo o almanco italiano! — I cardinali, per evitare maggiori guai, si piegarono ai clamori del popolo ed elessero Bartolomeo da Prignano, arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI (1378). Ma essendo questi assai duro di modi, parecchi cardinali francesi, cominciarono dopo qualche settimana a spargere dubbi sulla validità di un'elezione avvenuta sotto la minaccia del popolo; quindi, fatta tra loro una congiura, dichiararono Urbano VI papa illegittimo e, radunatisi a Fondi, là elessero il noto cardinale Roberto di Ginevra, prelato assai giovane, mondano e superbo, odiatissimo in Italia per le crudeltà commesse a Cesena. L'antipapa assunse il nome di Clemente VII; costretto a rifugiarsi a Napoli, tentò di schiacciare il rivale con l'aiuto dei suoi Bretoni e della regina Giovanna I, fautrice dello scisma; non riuscendovi, tornò in Francia, dove aprì gran corte nel palazzo papale di Avignone (1379).
Così la Chiesa si divise in due parti: il papa di Roma ebbe intorno a sé i fedeli dell'Italia centrale e settentrionale, della Germania, della Polonia, dell'Ungheria, dell'Inghilterra, del Portogallo; l'antipapa di Avignone fu riconosciuto dalla Francia, dalla Savoia, dall'Aragona, dalla Castiglia e dal Regno di Napoli. Il prestigio e l'autorità del Papato caddero allora assai in basso; lo si vide nel rapido diffondersi di alcune eresie, come quella di Giovanni Wycliffe in Inghilterra e più tardi di Giovanni Huss in Boemia. Lo scandalo per tutta la Chiesa giunse a tal punto, che eminenti personaggi, laici ed ecclesiastici, credettero di dovere intervenire per ricondurre la pace religiosa. Nel 1409 si raccolse pertanto a Pisa un concilio, il quale però, invece di definire la contesa, diede alla cristianità un terzo papa, eleggendo, senza avere ottenuta la rinunzia degli altri pontefici, il cardinale Pietro Filargo, greco di origine, arcivescovo di Milano: egli prese il nome di Alessandro V e pose la sua sede a Bologna. Così la cristianità, anziché in due parti, si divise in tre, poiché i due papi, che il Concilio di Pisa aveva, di propria autorità, deposti, non riconobbero come legittime le decisioni conciliari. E non a torto, perché in quel Concilio, a base di tutto era stata posta una teoria, difesa allora da parecchi teologi, ma combattuta sempre dai papi, che cioé il Concilio fosse superiore al pontefice e avesse quindi il diritto di controllarne l'attività e anche di deporlo: la monarchia assoluta dei papi si sarebbe trasformata così in una oligarchia. La sospirata conciliazione, anziché avvicinarsi, sembrava farsi ogni giorno più lontana, perché ciascuno dei tre papi, per accrescere la propria influenza eleggeva sempre nuovi cardinali, concedeva ai principi titoli e privilegi, elargiva alle popolazioni indulgenze e favori. Ad aumentare la confusione del momento concorsero la morte del mite e pio Alessandro V, l'eletto di Pisa, e la fulminea elezione del suo successore Giovanni XXIII (1410), prelato intrigante, mondano, ambiziosissimo, il quale doveva poi essere il più implacabile nemico della conciliazione e della pace religiosa.
 

Il Concilio di Costanza (1414-1418) e la fine dello Scisma d'Occidente.
Il Concilio di Pisa aveva fatto obbligo al papa Alessandro V di convocare un Concilio ecumenico per provvedere all'estinzione reale dello scisma e alla definitiva riforma della Chiesa. Ciò che la morte aveva impedito ad Alessandro V, fu invece costretto a fare il suo successore, anche perché l'imperatore Sigismondo glielo impose energicamente. Giovanni XXIII convocò dunque il Concilio a Costanza, città comoda a tutti i tre i contendenti e vigilata dallo stesso imperatore (XVI Concilio ecumenico 1414-1418). Il papa di Roma diede il suo consenso; l'antipapa di Avignone rimase invece sordo ad ogni ragione. Giovanni XXIII, fiducioso di esser lui il preferito, appoggiò il Concilio; ma quando si accorse delle ostilità che l'assemblea aveva verso di lui, fuggì da Costanza, disdisse il Concilio e cercò di sollevare i suoi amici per evitare la catastrofe, che sentiva imminente. Ma il Concilio, ormai convocato e forte dell'appoggio imperiale, cominciò ad agire energicamente per ottenere l'abdicazione di tutti e tre i papi e per procedere poi a una definitiva elezione (1415). Il ribelle Giovanni XXIII fu allora inseguito, arrestato dai cavalieri imperiali e costretto a sottoscrivere la sua rinuncia; il papa di Roma, il pio Gregorio XII, spontaneamente abdicò; l'antipapa avignonese, sempre ostile, fu deposto come ribelle. Così, sempre in mezzo a non lievi difficoltà, il Concilio procedette all'elezione del papa, che fu il cardinale Ottone Colonna, romano, il quale prese il nome di Martino V (1417) e fu riconosciuto da tutta la cristianità. Il Concilio, prima ancora di eleggere il nuovo papa, aveva cominciato una energica epurazione della Chiesa: le idee dell'inglese Wycliffe, morto fin dal 1384, e del boemo Huss erano state prese in esame e condannate come ereticali; Giovanni Huss, arrestato a Praga, aveva lasciato la vita sul rogo (1415). Nominato il pontefice, il Concilio volle proseguire nella riforma della Chiesa, in capite et in membris (come si diceva allora), cioé dal papa fino agli ultimi fedeli. Questa riforma, da tanto tempo richiesta, era davvero necessaria, perché nel lungo periodo dello scisma la moralità dell'alto e del basso clero era spaventosamente decaduta; il momento scelto per una riforma così grave non parve però opportuno al nuovo pontefice e a quanti temevano il rinnovarsi di discordie, foriere di nuovi scismi. Si avverti allora un urto fra Martino V, deciso a mantenere la propria supremazia spirituale, e il Concilio, risoluto a voler governare esso la Chiesa e a dirigere il pontefice, secondo la teoria, condivisa da molti vescovi e dottori, della superiorità del Concilio sul papa. Martino V evitò ogni dichiarazione di massima e con molta abilità avviò il Concilio alla chiusura (1418): quello però non si sciolse, se non dopo avere imposto al papa l'obbligo di convocare nell'anno 1423 un nuovo Concilio a Pavia. Queste complicate vicende dimostravano che, pur essendo estinto lo scisma, rimanevano tuttora attive le cause, che potevano da un momento all'altro farlo rivivere.

Il Concilio di Basilea (1431-1449) e la ripresa dello Scisma d'Occidente
Martino V seppe un'altra volta disciogliere il Concilio, convocato nel 1423 a Pavia, e per parecchi anni riuscì a calmare le pretese degli zelanti, interessati forse più a rinnovare disordini che a riformare la Chiesa; tuttavia non poté esimersi dal convocare un nuovo Concilio a Basilea per il 1431. Mentre cardinali, vescovi, dottori si avviavano a quel consesso, papa Martino V moriva. Toccò dunque al suo successore, il veneziano Eugenio IV (Gabriele Condulmer), il grave compito di affrontare un'assemblea, i cui memori più influenti erano a lui ostili e convinti della superiorità del Concilio sul papa. Egli si provò a trasportare il Concilio a Bologna, per vigilarlo meglio, ma dovette desistere dal suo proposito di fronte alla aperta ribellione dei prelati e questi cominciarono a legiferare sulla Chiesa senza fare gran calcolo del papa. Più tardi però si offerse al pontefice una buona occasione per riprendere l'idea del trasferimento. Da qualche tempo infatti l'avanzata dei Turchi nella Tracia minacciava così da vicino Costantinopoli, che l'imperatore d'Oriente, incapace ormai di difendersi, aveva dovuto ricorrere al papa e a tutta la cristianità perché si facesse una grande Crociata contro gli infedeli; per commuovere più facilmente il pontefice, l'imperatore si offriva di compiere l'unione della Chiesa greca con la latina, vagheggiata da tanto tempo dai papi. L'affare era di tale importanza, che Eugenio IV volle trattarlo davanti al Concilio: ma siccome questo si trovava a Basilea, città troppo scomoda per i plenipotenziari greci giunti appositamente in Italia, il papa ordinò il trasferimento del Concilio prima a Ferrara, poi a Firenze. Si vide allora come fosse sempre vivo lo spirito scismatico e ribelle: mentre i più autorevoli fra i prelati obbedivano al papa, alcuni, non si piegarono, proclamarono la superiorità del Concilio sul papa, deposero Eugenio IV ed elessero antipapa Amedeo VIII, duca di Savoia, che prese il nome di Felice V (1439). Intanto a Firenze, dove erano convenuti anche l'imperatore d'Oriente, Giovanni VIII Paleologo, e il patriarca di Costantinopoli, si proclamava l'unione della Chiesa greca con la romana (1439), unione che praticamente non si fece mai per l'opposizione degli stessi Greci. Morto poi Eugenio IV (1447), il successore Nicolò V, accordatosi con l'imperatore Federico III d'Austria, faceva cacciare a forza da Basilea i pochi prelati, che ancora vi si trovavano a concilio, mentre Felice V spontaneamente abdicava e si sottometteva al papa (1449). Egli fu l'ultimo antipapa nella storia del pontificato romano. Così finiva lo Scisma d'Occidente. Da esso il Papato era uscito vittorioso, dopo un periodo di crisi, tra i più spaventosi che ricordi la storia della Chiesa. Ma la riforma, tanto invocata e tanto necessaria, non venne: non la promosse allora il Papato, che temeva il risorgere delle pretese del Concilio; non la desiderò, in generale, l'alto clero, distratto ormai dalle seduzioni del Rinascimento.
 

Romania

Durante il XIV secolo, nello spazio dell'antica Dacia, si formarono i principati di Valacchia, nel 1330 circa, e Moldavia, nel 1359 circa.

Nel 1235 fu fondato il patriarcato bulgaro, nel 1346 fu fondato quello Serbo.