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1917 - Rivoluzione Russa

 

La disastrosa sconfitta subita dalla Russia nella guerra contro il Giappone, mettendo in piena luce l'inefficienza e la corruzione del regime zaristico, contribuì a scatenare le tendenze rivoluzionarie che da tempo minavano la società russa.

Alla morte violenta dello zar Alessandro II (1818-1881), ucciso in un attentato terroristico il 13 marzo 1881, aveva fatto seguito una feroce repressione. Il nuovo zar, Alessandro III (1881-1894), con il pieno appoggio della Chiesa ortodossa e della nobiltà (le due colonne dell'autocrazia zarista), cancellò ogni traccia delle timide concessioni fatte dal padre.

Per legittimare in qualche modo la propria politica di integrale restaurazione dell'autocrazia, Alessandro III ricorse agli appelli alla salvaguardia dei valori tradizionali della "grande madre Russia". La polizia politica (Ochrana) infierì contro oppositori e studenti universitari, accusati di essere pericolosi propagatori di idee contrarie all'autentico rito nazionale e sovvertitrici dell'ordine sociale;

le popolazioni non russe dell'Impero vennero sottoposte a una brutale russificazione;

le religioni diverse da quella ortodossa furono perseguitate.

Contro gli ebrei venne lasciata mano libera al cieco risentimento popolare, che sfociò in sanguinose repressioni (pogrom).

Sotto Alessandro II e, successivamente, Nicola II (1894-1917) ben poco fu fatto per risolvere i problemi delle masse popolari, specialmente contadine, che premevano tumultuosamente per ottenere condizioni di vita più tollerabili.

Riforme notevoli, ma non certo atte ad alleviare le più misere condizioni, erano state promosse da Sergej Julevic Vitte, ministro delle comunicazioni, delle finanze e dell'industria dal 1892 al 1903: egli  inasprendo la pressione fiscale sulle campagne, era riuscito a stabilizzare il rublo e a favorire quindi quel flusso di capitali stranieri che aveva largamente contribuito al decollo industriale della Russia. Per ammodernare le infrastrutture del paese egli aveva inoltre promosso la costruzione della ferrovia transiberiana.

Ma la stessa borghesia, che pure aveva cominciato ad assumere una certa importanza grazie appunto al diffondersi di nuovi metodi di produzione, si vedeva negati i più elementari diritti politici. Essa pertanto esprimeva le proprie aspirazioni nel Partito democratico-costituzionale (meglio noto come Partito cadetto); così come il proletario rurale e urbano trovava i propri difensori nelle minoranze dell'intellighenzia che militavano nel Partito socialista rivoluzionario e nel Partito socialdemocratico russo.

Indipendentemente da questi ristretti gruppi politici, che solo più tardi avrebbero svolto una funzione determinante, le masse popolari esprimevano comunque la loro protesta attraverso frequenti ribellioni, regolarmente represse con spietata durezza dall'autocrazia zarista.Manifestazione 1905

Il crescente malcontento portò, il 22 gennaio 1905, ad un imponente manifestazione popolare. Guidati dal pope Gapon, il corteo di lavoratori marciò sul palazzo d'inverno. I manifestanti non intendevano chiedere un cambiamento di regime, né mettere in discussione la sovranità dello zar, ma soltanto presentare una petizione con cui supplicavano lo zar di porre termine alla guerra col Giappone, nonché di ottenere alcuni provvedimenti di riforma - come la convocazione di un'assemblea costituente - e miglioramenti salariali. Il popolo si rivolse al sovrano come a un padre reclamando la sua protezione - la presenza di intere famiglie e le icone che rappresentavano lo zar ne sono una chiara dimostrazione. Nonostante ciò i dimostranti furono accolti dalle fucilate dei soldati che provocarono molte centinaia di morti e di feriti, tanto che quel giorno è passato alla storia col nome di domenica di sangue.

L'indignazione popolare divampò allora diffusamente per tutta la Russia. Operai, soldati e marinai, si sollevarono spontaneamente, rilevando la profondità del malcontento che covava sotto la cenere, e il moto di protesta assunse ben presto le dimensioni di un autentica rivoluzione, da "oggetto" passivo della violenza delle autorità, il popolo divenne "soggetto" attivo della rivoluzione.

Il 22 giugno 1905, dopo l'uccisione per mano di un ufficiale, di un marinaio, l'equipaggio della corazzata Potemkin si ammutinò, impadronendosi della nave. I ribelli issarono la bandiera rossa nella baia di Sebastopoli, sul mar Nero, e dopo fatto scalo a Odessa puntarono sulla Romania, dove ottennero asilo politico.

Per la prima volta fecero la loro comparsa i soviet (consigli), organismi rappresentativi dei lavoratori sorti in modo spontaneo a Pietroburgo e, successivamente, nelle altre principali città. Il moto rivoluzionario toccava così il suo apogeo. Il 17 ottobre lo zar si risolse finalmente a sottoscrivere un Manifesto, col quale si impegnava solennemente a concedere le fondamentali libertà politiche e a istituire un parlamento elettivo o Duma.

Situazione socioeconomica della Russia tra il 1914 e 1917 - Nel 1914, a differenza delle altre potenze europee, la Russia viveva ancora in un paradossale intreccio di arretratezza semifeudale e di capitalismo industriale moderno. Nella Russia del tardo '800 e del primo '900, infatti, l'industrializzazione, promossa e accelerata dal Vitte, è particolarmente avanzata nelle regioni minerarie degli Urali, nella zona petrolifera di Baku Trasporto petrolio Bakue intorno alle grandi città di Mosca e di Pietroburgo, ed è alimentata da un massiccio intervento statale e da un forte afflusso di capitali europei. Fra il 1888 e il 1913 la rete ferroviaria viene più che raddoppiata, le esportazioni (principalmente di materie prime) crescono di quattro volte, le importazioni (principalmente di manufatti), di cinque. Gli operai, che nel 1890 erano circa 1.400 salgono a quasi 3.000.000 ai primi del '900, e il loro numero è in continua ascesa. Ma al promettente sviluppo economico non si accompagna alcun miglioramento nella vita dei lavoratori, retribuiti con salari miserandi, costretti a lavorare per 10-12 ore al giorno, privi di ogni diritto di sciopero e di organizzazione sindacale.

In condizioni diverse, ma certo non migliori, vivono le masse di gran lunga più numerose dei contadini, i quattro quinti dei quali, dopo l'abolizione nel 1861 della servitù della gleba, sono rimasti legati alle comunità semifeudali dei mir. Con la continua crescita della popolazione, le terre dei mir vengono divise tra le famiglie delle singole comunità in appezzamenti sempre più piccoli, e le comunità devono pagare solidalmente le imposte e il riscatto previsto dalla riforma di Alessandro II, non ancora estinto nel 1906.

Lo stato preleva principalmente dai contadini le somme necessarie per pagare gli interessi dei capitali prestati dagli stranieri, cosicché i contadini, nonostante l'insufficienza delle loro entrate, sostengono gran parte del costo dell'industrializzazione, mentre il mir, che comporta obblighi e diritti collettivi incompatibili con l'avvento di una società borghese, ostacola il progresso dell'agricoltura, già di per sé molto arretrata per scarsità di capitali.

La borghesia russa di allora comprendeva liberi professionisti, commercianti, finanzieri, direttori tecnici, funzionari: questa classe non ha sufficiente forza economico-politica per imporsi come egemone nel processo di rinnovamento del paese né per imporre allo zar l'auspicata svolta democratico-costituzionale, infatti non ha alle spalle un lungo periodo di tirocinio politico e inoltre gran parte degli impianti e delle fabbriche appartengono non a borghesi, russi ma  a capitalisti stranieri o allo Stato.                

Al vertice della società russa, come autentico retaggio di feudalesimo, sta la  nobiltà terriera, che circonda lo zar e ne condiziona e consiglia 1a politica, o che vive in provincia curando la gestione dei propri latifondi e monopolizzando l'amministrazione periferica.

La nobiltà considera mostruose anche le riforme promosse dal Vitte e dallo Stolypin, responsabili di aver introdotto nella «Santa Russia» i metodi capitalistici di produzione, tanto che, quando nel settembre 1911 lo Stolypin cade vittima di un attentato, molti pensano non senza ragione che il «rivoluzionario» autore dell'assassinio sia in realtà un agente dell'Okhrana, nobiltà russala polizia politica segreta zarista, postosi al servizio degli ambienti più reazionari.

La forte presenza della nobiltà conferisce un'impronta arcaica alla Russia dell'epoca, che risulta divisa piuttosto in caste che in classi: un abisso invalicabile separa infatti i contadini russi (mugik) e gli operai, reietti e analfabeti - dal mondo dei ricchi e dei nobili che, per cultura, costumi, stile di vita, presumono di appartenere a un'umanità superiore e diversa.

La rivoluzione del 1905 non ha modificato radicalmente il regime politico.

La prima Duma, eletta nel 1906 secondo modalità che favoriscono gli agrari e i nobili a scapito dei contadini e degli operai, viene sciolta dallo zar dopo solo due mesi di vita perché la maggioranza cadetta invoca  una riforma democratica della legge elettorale e pretende di esercitare il controllo sul governo, che invece - secondo la costituzione allora concessa - risponde del proprio operato soltanto allo zar. Nel paese si succedono intanto disordini molto gravi e ammutinamenti nelle file stesse dell'esercito, a fronte dei quali - con la connivenza documentata delle autorità - si consumano anche nuovi sanguinosi pogrom.

Viene, allora chiamato alla presidenza del Consiglio il ministro degli interni Pëtr Arkadevic Stolypin (luglio 1906), che per ristabilire l'ordine nelle campagne procede bensì a una grande riforma agraria, ma non appena si scontra con l'opposizione dei cadetti, non esita né a stroncare le proposte democratiche da loro avanzate, né a imporre una serie di drastiche limitazioni alla libertà di propaganda, né infine a far sciogliere il 16 giugno del 1907, anche la seconda Duma eletta in gennaio.

Infine la terza Duma (1907-1912), eletta con una nuova legge che accentua ulteriormente i privilegi dei grandi proprietari, evita lo scioglimento anticipato in quanto è  formata da una maggioranza conservatrice, che appoggia il governo senza ovviamente  pretendere, alcuna concessione di carattere liberale.

La quarta Duma (1912-1917), composta nonostante tutto da una maggioranza liberal-democratica, conduce bensì una decisa opposizione ai governi, ma riesce solo a ottenere che essi si avvicendino continuamente, senza mutarne però l'indirizzo politico reazionario.

Una riforma veramente significativa, come si è detto, viene però attuata dallo Stolypin, che tiene la presidenza del consiglio sino al 1911. Egli è convinto che il mir sia un'unità produttiva antiquata e inefficiente, quindi favorisce in ogni modo la formazione di proprietà individuali capitalistiche, sia abolendo i riscatti che i mir dovrebbero pagare collettivamente, sia autorizzando i contadini a vendere i loro diritti di proprietà comune e a liberarsi così dagli obblighi che ne derivano. In tal modo ottiene un duplice risultato: per un verso facilita e accelera la nascita di una classe di liberi e ricchi proprietari di terre (detti più tardi kulak), per l'altro stimola l'esodo dal mir di manodopera che potrà essere ingaggiata nelle attività industriali.

La riforma Stolypin, varata nel 1906, consegue un notevole successo: più di sei milioni di famiglie, sui sedici  che ne avevano diritto, abbandonano effettivamente il mir nel corso di un decennio, e più di dieci milioni di ettari di terra, sciolti da ogni vincolo passano alla libera disponibilità dei loro padroni; ma la nuova classe dei kulak rimane pur sempre ultraminoritaria rispetto alle plebi rurali sfruttate.

Pertanto, anche dopo la riforma, mentre circa 30.000 famiglie di nobili di latifondisti e di kulak kulak russoposseggono un terzo del suolo nazionale  gli altri due terzi sono suddivisi fra 13-14 milioni di famiglie: gli agricoltori ricchi posseggono mediamente terreni 225 volte più estesi di quelli dei contadini poveri. Questi ultimi non solo dispongono di terreni insufficienti, ma per la loro miseria non sono in grado di procurarsi i mezzi per uno sfruttamento razionale delle loro esigue proprietà, e spesso si riducono alla condizione di braccianti salariati (mugik) o alternano il lavoro sul proprio campo col lavoro alle dipendenze di un padrone.

Lo scenario politico - Gli schieramenti politici russi, presenti prima della guerra, erano così suddivisi:

  >>  Gli Anarchici, guidati da Mikhail Bakùnin (1814-1876), che sostenevano i metodi rivoluzionari delle congiure e degli attentati ed erano contrari ad ogni forma di collettivismo. Essi rappresentavano il cosiddetto sottoproletariato ed attribuivano la massima importanza all'iniziativa di singoli individui e di piccoli gruppi di avanguardia.

 >> I Populisti, che rappresentavano un complesso movimento politico, genericamente affine al socialismo utopistico che si fonda su un presunto istinto rivoluzionario delle masse contadine. Sostengono il passaggio diretto al socialismo senza passare dall'esperienza capitalista.  Per questo scopo si organizzavano in gruppi clandestini combattendo il regime con azioni terroristiche.

 >> I Nichilisti, che costituiscono un movimento filosofico-letterario, che contrapponeva alla liberazione sociale, quella individuale, riaffermando l'importanza delle "minoranze pensanti".

§    >> I Marxisti, intesi come effettivi sostenitori delle teorie di Karl Marx. In seguito all'opera di Plechanov prima e di Lenin poi, il movimento diventerà la base per la nascita del Partito operaio socialdemocratico russo. Esso si rivolge al proletariato industriale sostenendo la lotta di classe condotta da grandi masse  e la collettivizzazione dei beni di produzione. Successivamente nascono:

§    >> Partito costituzionale democratico o Partito cadetto: d'ispirazione liberale, esso rappresenta la borghesia russa, per la tenacia con cui si batterono contro l'autoritarismo zaristico, i cadetti goderono di un certo prestigio sino alla rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917. Decisivo fu il ruolo di opposizione nei confronti dei "governi zaristi".

§    >> Socialisti Rivoluzionari (comunemente designati con le iniziali «SR»), riprendendo alcuni temi cari al populismo, concentravano la propria attenzione sulle campagne e puntavano sulla naturale tendenza dei contadini al socialismo.

§   >> Partito operaio socialdemocratico russo: fondato a Minsk nel 1898 da nove rappresentanti di disparate organizzazioni locali delle grandi città (Pietroburgo, Mosca, Kiev) , destinato vent'anni più tardi ad assumere la guida della rivoluzione, è ancora di dimensioni assai modeste nel 1903, quando riunì all'estero, prima a Bruxelles poi a Londra, il suo II° Congresso.

Risale a questo congresso la distinzione fra bolscevichi e menscevichi, che in realtà, nonostante i ripetuti tentativi di conciliazione, costituirono fin d'allora due diversi partiti e, nel 1912, si separarono anche formalmente. I bolscevichi, guidati da Lenin, sostenevano la tesi del partito compatto, centralizzato, formato sostanzialmente da rivoluzionari di professione, impegnati fino in fondo nella lotta politica. I menscevichi ponevano invece una prospettiva più aperta e graduale, capace di mobilitare un grande movimento di opinione, che doveva in primo luogo battersi per una riforma democratica della società, lasciando al futuro il trapasso al socialismo. 

Dopo l'entrata nella I° guerra mondiale, le sconfitte del 1914-15 erano costate ai Russi più di due milioni di uomini e avevano comportato la perdita di grandi quantità di materiale bellico. La stessa vittoriosa avanzata del Brusilov nel 1916 aveva dovuto essere precocemente interrotta e alla fine fu risolta in un grave insuccesso, seguito da sempre più numerose diserzioni. Disastri analoghi, avevano subito tutti i paesi belligeranti, ma altrove si era corsi ai ripari mediante tempestive rettifiche politiche e militari, la Russia zarista si dimostrava incapace di ogni trasformazione. La stessa borghesia liberale, che si era spontaneamente mobilitata per sostenere lo sforzo bellico con svariate iniziative, era guardata con sospetto. Fra gli alti funzionari non pochi parteggiavano per gli Imperi Centrali, perché temevano il contagio democratico dei Francesi e degli Inglesi; altri speravano che la vittoria dei nemici fornisse l'occasione per abrogare anche le precarie conquiste costituzionali del 1905. Rasputin

Dopo l'assassinio dello Stolypin, ultimo autentico statista dell'ancien régime, si erano avvicendati al governo uomini retrivi e del tutto insignificanti. Gli ambienti di corte, e specialmente la zarina Alessandra, subivano la nefasta influenza di Grìgorij Efimovic Novych, più noto sotto lo pseudonimo di Rasputin: un santone ciarlatano e guaritore, senza i buoni uffici del quale era ben difficile trovare udienza presso i sovrani.

Verso la fine del 1916 la quarta Duma eleva una indignata protesta contro questa situazione intollerabile, e un complotto, cui partecipa anche un parente dello zar, pone termine agli intrighi di Rasputin eliminandolo (30 dicembre 1916).

Ma, di fronte a questi episodi che sono soltanto i sintomi della ben più vasta crisi dell'esercito e del paese, lo zar non sa reagire altrimenti che rafforzando la polizia e disponendosi a nuove repressioni, ormai chiaramente impraticabili dato che egli non può più contare sull'obbedienza dell'esercito.

La rivoluzione russa, ebbe un inizio abbastanza modesto, se paragonato al suo successivo decorso. Il 23 febbraio 1917, infatti, ottantamila operai manifestarono per le vie di Pietrogrado, la capitale dell’Impero dello zar, protestando contro il catastrofico tributo di morte, fame e sofferenza versato nella guerra.

In tre o quattro giorni fu il caos: le guarnigioni aderirono apertamente alla rivolta, fraternizzando con gli insorti; il presidente del parlamento, la Duma, si rivolse allo zar invitandolo ad accettare un governo popolare. I comandanti delle armate russe, impegnate al fronte, appoggiarono il parlamento. Il 2 marzo Nicola II (1868-1918), l’ultimo dei Romanov, prese atto della realtà e abdicò.

Un impero sconfinato, con otto milioni di uomini al fronte, crollò dunque in meno di una settimana, sotto il peso di una serie di violente e scoordinate convulsioni. Le perdite umane, su 140 milioni di abitanti, furono mille e trecento.

L'8 marzo 1917 (23 febbraio) gli operai di Pietrogrado insorgono perché la città è rimasta priva di pane. Le truppe di guarnigione si rifiutano di sparare sulla folla. Come nel 1905 si formano i soviet degli operai e dei soldati (ormai acquisiti alla causa della rivoluzione). La Duma preme perché si formi un nuovo governo, ma lo zar la scioglie. I liberali più autorevoli, riuniti in un comitato provvisorio della Duma, cercano di «ristabilire l'ordine statale e sociale» e di «creare normali condizioni di vita nella capitale», nominando un governo provvisorio e chiedendo l'abdicazione dello zar. Nicola II, quando anche i suoi generali gli dichiarano di non poter più rispondere dei loro reparti, si risolve finalmente ad abdicare in favore del fratello, granduca Michele (14 Marzo), che peraltro, data la situazione, rifiuta la corona, ormai evidentemente priva di significato.

Dal 17 marzo la Russia è dunque di fatto una repubblica, anche se ufficialmente lo sarà solo dal settembre per le resistenze opposte dai moderati, che non vorrebbero dichiarare decaduta la monarchia. E in questa repubblica - mentre è in corso un caotico processo di trasformazione - emergono due opposti punti di riferimento: il governo provvisorio, presieduto dal principe Georgij L'vov, liberale e sostenuto dalla borghesia, e il soviet di Pietrogrado, formato da SR, menscevichi, bolscevichi e socialisti indipendenti, sostenuto dalle masse popolari. Sull'esempio di Pietrogrado, altri soviet si formano nelle principali città della Russia occidentale e più tardi anche nelle campagne.

Rientrato dall'esilio svizzero con l'aiuto dei Tedeschi, che consideravano il "disfattismo nazionale" da lui propugnato un'arma potente rivolta contro la Russia, Lenin giunge a Pietrogrado nell'aprile 1917, e, coerentemente con la sua diagnosi sui soviet, pubblica immediatamente le tesi (note appunto come «Tesi di aprile») sui Compiti del proletariato nella rivoluzione attuale. Il proletariato - egli sostiene - deve battersi perché il potere passi per intero ai soviet, i quali, se non potranno per il momento eliminare la proprietà privata e operare il trapasso al socialismo, dovranno almeno assumere il controllo «della produzione sociale e della distribuzione dei prodotti», ossia di tutta l'attività economica. Questa scelta, riassunta nella parola d'ordine «Tutto il potere ai soviet», viene inizialmente respinta a grande maggioranza dagli stessi bolscevìchi, ma alla distanza essa risulterà decisiva per le sorti della Russia e per la vittoria della rivoluzione, quale Lenin la concepiva.

Gli obiettivi di Lenin erano:

 - conquistare la maggioranza nei soviet, sorti, come già nel 1905, a fianco al potere legale che si andava rapidamente sgretolando;

 - lanciare le parole d’ordine della pace, del pane, del controllo della produzione;

 - avviare, la seconda fase della rivoluzione e rovesciare il governo provvisorio, già definitivamente screditato dal tragico fallimento dell’offensiva d’estate.

Il completo crollo dell’economia di guerra, del sistema dei trasporti, delle riserve, dei salari, delle scorte alimentari, il fermento dei contadini, il flagello dell’inflazione, la crisi economica e sociale assunsero vaste proporzioni.

I bolscevichi seppero approfittarne in vari modi: non erano identificati con la screditata elite politica, potevano sfruttare l’attività politica dal basso, costituivano un’alternativa radicale attraente, si alleavano, assai spesso, con i soviet locali  guidati dal Soviet centrale di Pietrogrado, ad espressione genuina della politica popolare.

L’ultimo successo per il governo provvisorio fu la repressione della rivolta di Pietroburgo, a metà luglio, quando soldati e operai armati impedirono la partenza per il fronte di alcuni reparti: l’iniziativa, di cui i bolscevichi cercarono di servirsi, fallì.

I leader bolscevichi furono costretti alla fuga.

Lenin, stavolta, riparò in Finlandia.

Tuttavia, nonostante questo brusco arresto, la situazione si faceva rapidamente favorevole ai bolscevichi. Il principe L'Vov si dimise, e fu sostituito da Kerenskij, screditato dal fallimento dell’offensiva d’estate e da una politica personale che gli aveva alienato le simpatie del suo stesso partito, il social-rivoluzionario, e dei moderati.

A lui era apertamente contrapposto l’uomo forte di turno, il generale Kornilov, comandante dell’esercito.

Questi, ai primi di settembre, richiese con un ultimatum il passaggio dei poteri alle autorità militari: Kerenskij, facendo appello alle forze socialiste (compresi i bolscevichi) e distribuendo armi alla popolazione, riuscì a stroncarlo.Kerenskij

Ma veri vincitori dalla vicenda erano usciti proprio i bolscevichi, legittimati agli occhi della popolazione e capaci di conquistare la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e Mosca.

I tempi, finalmente, erano maturi. La decisione di rovesciare il governo, maturata in una drammatica riunione del Comitato Centrale del partito il 23 ottobre, fu fortemente avversata anche da alcuni compagni di Lenin: contrari erano Gregorij Zinov’ev e Lev Kamenev, due fra le personalità principali del partito, ad esempio. Favorevole, invece, un altro leader di prestigio, Lev Davidovic Bronstein ( meglio noto come Trotzkij), organizzatore e regista dell’insurrezione.

Nonostante i tentativi governativi di allontanare i reparti ribelli ed arrestare i dirigenti bolscevichi, la mattina del 7 novembre (25 ottobre in Russia) soldati e guardie rosse (operai armati) circondarono, isolarono e poi, in serata, occuparono il Palazzo d’Inverno, ex-residenza zarista e sede del governo provvisorio, dopo aver preso possesso dei punti nevralgici della città, incontrando scarsissima resistenza tra gli sfiduciati reparti di guardia: un assalto quasi incruento, destinato ad assurgere a simbolo, sulla falsariga della presa della Bastiglia.

Nello stesso momento a Pietrogrado si riuniva il Congresso Panrusso dei Soviet, l’assemblea dei rappresentanti dei Soviet di tutto l’ex-impero.

Il Congresso sancì l’avvenuta presa del potere in due modi: facendo appello ai belligeranti per una pace “giusta e democratica, senza annessioni e senza indennità”, e stabilendo, lapidariamente, la soppressione della proprietà terriera, “senza alcun indennizzo”, per accattivarsi le simpatie delle masse contadine. Gli altri partiti protestarono vivacemente, senza tradurre le proteste in azioni pratiche. Non organizzarono scioperi né manifestazioni, puntando le carte sulla prossima convocazione dell’Assemblea Costituente, le cui elezioni furono fissate per novembre.

Lenin, nel libello intitolato “Stato e rivoluzione”, scriveva nell’agosto invocando “il più stretto controllo da parte della società e dello stato”. E nei primi mesi del governo, il partito istituì in effetti ciò che questi definiva la “dittatura del proletariato”. 

L’Assemblea, nata in gennaio, accoglieva solo per un quarto (175 su 707) i bolscevichi, che subirono una grande sconfitta elettorale, con soli nove milioni di voti: venne allora rapidamente sciolta ad opera di militari rossi.

Proprio con lo scioglimento della Costituente, il potere bolscevico rompeva definitivamente con le altre componenti socialiste sia con la tradizione democratica occidentale. Una rigida autorità fu esercitata sul popolo dei Soviet, fu cancellato ogni ricordo di culture e istituzioni “borghesi”, fu ripristinata la polizia segreta, l’esercito fu riorganizzato.

 Il contrasto Lenintra bolscevichi e menscevichi riproduceva il disaccordo tra riformisti e massimalisti creatosi tra i socialisti occidentali. Le somiglianze però erano solo teoriche: In Europa occidentale si erano sviluppati la borghesia e il liberalismo insieme con il sindacato e i partiti socialisti che, a costo di dure lotte, avevano ottenuto il riconoscimento e il diritto di esistere. In Russia invece tutti i poteri appartenevano alla nobiltà zarista, mentre scarso peso politico aveva la poco numerosa borghesia. Inoltre il liberalismo non aveva casa in Russia e la polizia era particolarmente spietata contro ogni forma di organizzazione politica o sindacale. La base del partito menscevico era formata da operai specializzati, tipografi, ferrovieri, piccoli borghesi della classe impiegatizia; i bolscevichi avevano la base tra gli operai generici e tra i più poveri.
Vladimiri Ulianov detto Lenin era un esponente della piccola nobiltà terriera che era diventato uno dei leaders del partito bolscevico. Egli aveva rovesciato l'idea Marxista secondo cui la rivoluzione della classe operaia si sarebbe compiuta nei paesi più industrializzati come conseguenza del crescente sfruttamento degli operai da parte della borghesia. Lenin sosteneva, al contrario, che la rivoluzione avrebbe avuto luogo nei paesi più arretrati e poveri per le insostenibili condizioni di vita dei lavoratori. Questa elaborazione del pensiero marxista venne poi definito marxismo-leninismo.Lenin
Secondo Lenin la parte più politicizzata e "cosciente" della popolazione aveva il compito di guidare e di fornire i metodi e le strategie a tutti gli altri anche a costo di imporli con la forza. Il suo minuscolo partito, quindi, sarebbe diventato la guida e l'avanguardia rivoluzionaria di una nuova società comunista. La nuova società nata dalla rivoluzione si sarebbe basata sulla dittatura del proletariato (cioè sul dominio di tale classe sociale sulle altre, che avrebbero finito con lo scomparire) e sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione. La collettivizzazione avrebbe dovuto riguardare anche le terre riscattate da milioni di contadini dopo l'abolizione della servitù della gleba. Quindi si prospettava una società senza proprietà privata, senza classi sociali e senza più religione.

Società contadina - Escluso e lontano dall’idea rivoluzionaria bolscevica restava tuttavia il mondo contadino: un mondo disperso in un territorio sterminato, chiuso in piccole realtà separate l’una dall’altra. Nel primo Novecento i viaggi erano ancora difficili e ogni regione della Russia contadina viveva una sua vita tradizionale scandita dal ritmo delle stagioni. D’inverno l’attività agricola si riduceva quasi a nulla a causa delle proibitive condizioni climatiche, della neve e del gelo. Poi, in primavera, iniziava il disgelo e si ritornava alla vita dei campi. Ogni villaggio viveva raccolto intorno a pochi edifici: la chiesa, il mulino, l’officina, del fabbro, in qualche caso la stazione delle diligenze e poi in quella della ferrovia. Dal punto di vista economico la campagna russa presentava situazioni e figure diverse. Molti erano i braccianti e i contadini poveri, proprietari di minuscoli fazzoletti di terra che li condannavano a una vita di miseria e stenti.  I contadini russi erano in gran parte analfabeti e legati a una cultura orale fatta di racconti e di leggende, di favole e di avventure,erano anche fortemente tradizionalisti e molto religiosi. Fra loro la Rivoluzione di Lenin avrebbe trovato enormi difficoltà.
La rivoluzione di febbraio - Coinvolto nella prima guerra mondiale, il grande impero russo aveva dimostrato la fragilità e la debolezza della sua organizzazione politica e militare. In particolare, mentre le numerose sconfitte mettevano a nudo l'impreparazione dell'esercito, la produzione agricola si riduceva sempre di più, anche perché la maggior parte dei soldati proveniva dalle campagne, che restarono alle cure delle donne e dei vecchi.
Durante l'inverno 1916-17 vi fu una dura carestia e molte città rimasero addirittura prive di generi alimentari. La fame provocò sollevazioni popolari e disordini. Nel febbraio 1917 violente dimostrazioni operaie contro il governo imperiale scoppiarono a Pietrogrado.
Fu questa la prima fase della rivoluzione, la cosiddetta rivoluzione di Febbraio. L'imperatore Nicola II fu costretto ad abdicare a favore del fratello Michele, il quale tuttavia rifiutò di assumere il potere. Cessò così di esistere l'impero degli zar.
Dopo il crollo della monarchia zarista, due furono le forze che spontaneamente si organizzarono per prendere in mano le sorti della Russia: da una parte la borghesia liberale, dall'altra gli operai e, in parte minore, i contadini. Si formò un governo provvisorio, guidato da un principe liberale che aveva l'appoggio della borghesia. Gli operai delle fabbriche, i contadini delle zone prossime alle città e i soldati formarono dei soviet (in russo soviet vuol dire "consiglio") che avrebbero dovuto governare le fabbriche, le città, i villaggi e i reparti dell'esercito.
Quella dei soviet non era un'esperienza nuova: se ne erano formati anche durante la Rivoluzione del 1905 ed erano stati sciolti quando il governo zarista aveva ripreso il controllo della situazione.
Il governo borghese e il popolo dei soviet erano divisi da un profondo disaccordo su molti punti, ma in particolare sulla condizione della guerra: il governo infatti intendeva proseguire la guerra a fianco degli alleati dell'Intesa, mentre le classi popolari, quelle che avevano subito le sofferenze più dure, desideravano una pace immediata.
La rivoluzione d'ottobre - A metà del giugno 1917 un'offensiva dell'esercito russo fu fermata dai tedeschi e si risolse in un ennesimo disastro militare. La guarnigione di Pietrogrado si rivoltò contro il governo invitando il soviet della città a prendere tutto il potere. La rivolta fallì e molti esponenti del partito bolscevico furono arrestati. Lenin fuggì in Finlandia. La guida del governo fu affidata al socialista Kerenskij nella speranza che questi potesse riconquistare il consenso popolare. La politica di Kerenskij fu ambigua su un punto che invece era ormai decisivo per il popolo russo: la pace.
Egli prese tempo, rimandando ogni decisione. Debole fu inoltre la sua posiziona nei confronti di un colpo di stato tentato dal generale Kornilov, comandante supremo dell' esercito per stabilire una dittatura militare. Il colpo di stato fu sventato dai bolscevichi che organizzarono la resistenza armata contro il generale e decisero di prendere il potere.
Durante la notte fra il 6 e il 7 nRivoluzioneovembre 1917 formazioni armate bolsceviche occuparono tutti i punti strategici di Pietrogrado. L'8 novembre presero d'assalto e conquistarono il palazzo d'inverno, un'antica residenza imperiale dove era riunito il governo Kerenskij. Istituirono poi il nuovo governo rivoluzionario: il soviet dei commissari del popolo. Secondo il calendario allora in uso in Russia la data del 7 novembre corrispondeva al 25 ottobre. E' per questo che la rivoluzione iniziata in quel giorno è nota come la Rivoluzione d'Ottobre.
Le prime iniziative prese dal governo rivoluzionario furono l'impegno a firmare una pace immediata con la Germania (pace di Brest- Litovsk) e un decreto che confiscava le grandi proprietà terriere. Con un altro decreto fu stabilito il controllo degli operai sulla produzione industriale.
La guerra civile - L'armata rossa contro le armate bianche e l'intervento straniero.
Dopo la pace con la Germania la situazione continuò ad essere drammatica: in tutto il paese infuriava infatti la guerra civile. Contro il governo rivoluzionario si schierarono i generali rimasti fedeli all’imperatore, con le loro armate che furono dette armate bianche. La controrivoluzione trovò l’appoggio delle regioni che volevano costituirsi in repubbliche indipendenti come l’Ucraina, la Georgia, il Caucaso e l'Armenia.
Le grandi potenze: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, per evitare che la rivoluzione si allargasse fuori dai confini russi, inviarono truppe a sostegno delle armate bianche.
Lenin e Lev Davidovic Trotzkij, suo strettissimo collaboratore, agirono con grande durezza e decisione. Trotzkij in persona organizzò un esercito fedele alla rivoluzione, l’Armata rossa. Lo zar, già imprigionato in una località di campagna,
 Ekaterinenburg, venne fucilato con tutta la sua famiglia (1918). Lenin istituì una polizia politica, la Ceka, che perseguitò in modo spietato la borghesia, i contadini e perfino gli esponenti socialisti, rivoluzionari e anarchici che non avevano aderito al partito bolscevico. La guerra civile fu crudele e sanguinosa, tanto che si è parlato di "terrore bianco" e "terrore rosso". Moltissimi pagarono con la vita , fucilati o impiccati, la scelta di sostenere l’una o l’altra parte.
Il 1921 segnò la vittoria dell’Armata rossa: le truppe straniere vennero ritirate, si arresero i generali zaristi, furono sconfitti i governi autonomi che si erano formati in Ucraina, Georgia, Armenia. Nacque un nuovo stato: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. (URSS).
La nuova politica economica - Problemi enormi attendevano il nuovo governo sovietico, che aveva confiscato tutti i mezzi di produzione (terre, industrie, macchinari, miniere) e li aveva dichiarati di proprietà collettiva. La produzione agricola era nel frattempo calata al 55% rispetto a quella degli anni precedenti la guerra, mentre quella industriale era crollata addirittura al 10% e il commercio estero quasi non esisteva più. Lenin stesso si rese conto che non era possibile creare da un giorno all'altro una vera economia comunista. Trovò quindi una soluzione di compromesso che chiamò Nuova Politica Economica (abbreviato in NEP). I contadini furono autorizzati a mantenere una certa quantità di terre in proprietà privata.
Solo le proprietà che superavano certe dimensioni divennero collettive.
Nei settori dell'industria e del commercio lo Stato si limitò ad appropriarsi di tutte quelle aziende che impiegavano più di 20 dipendenti per un totale di circa 37.000 imprese. Restarono private quelle di dimensioni inferiori. In sostanza, restarono in mano ai privati molte proprietà contadine di dimensioni medio-piccole, gran parte del commercio interno, le piccole aziende familiari. Nonostante i severi limiti posti alle attività private, la NEP diede subito fiato alla disastrata economia sovietica: negli anni 1923-24 solo il 38,5% della produzione totale era frutto del lavoro del settore statale, mentre tutto il resto provenne dalle libere attività dei privati. La percentuale della produzione privata sul totale salì a oltre il 98% nell'agricoltura, grazie soprattutto all'intraprendenza dei Kulàki, i contadini benestanti.
Stalin -
Stalin Nel 1924, alla morte di Lenin, il potere passò a Stalin, che si sbarazzò con la forza di ogni rivale. Negli anni successivi egli affermò con spietata durezza il suo potere personale. Rivale di Stalin per il potere, ma anche sul piano politico, era stato Trotzkij, l'eroe della difesa contro le armate bianche. Trotzkij avrebbe voluto  l'esportazione del modello rivoluzionario sovietico, Stalin invece voleva mantenere il socialismo in Russia senza impegnarsi per il socialismo nel resto del mondo. Trotzkij fu costretto a scappare dalla Russia, ma Stalin lo fece uccidere da un sicario in Messico.
Lo stalinismo - culto della personalità e terrore
Stalin ebbe un immenso potere, un potere assoluto superiore a quello dei sovrani dell'antichità perché molto più capillare organizzato ed efficiente nel punire e anche nel prevenire ogni possibile forma di opposizione. Dopo lo sterminio dei kulaki il regime staliniano si fece ancora più oppressivo. Le persecuzioni
Armata Rossacominciarono a colpire non soltanto gli oppositori ma anche gli intellettuali e gli artisti, gli ufficiali dell'Armata Rossa, i vecchi bolscevichi di cui Stalin temeva il prestigio, e persino molti fedeli dirigenti comunisti. Bastava un semplice sospetto un'accusa di frazionismo (= volontà di dividere il partito) o di deviazionismo (= allontanamento, deviazione della linea politica ufficiale) per essere processati, torturati, costretti a confessare colpe mai commesse, e poi giustiziati o inviati nei campi di lavoro forzato.
La potente e temutissima polizia politica, i funzionari dello Stato Sovietico e del partito comunista, pretesero di regolare ogni aspetto della vita quotidiana dei cittadini. Fu imposto il culto della personalità di Stalin "geniale" erede di Lenin e "padre" del popolo sovietico. Centinaia di migliaia e forse ancora di più (è difficile calcolarle, perché molte persone semplicemente scomparvero senza lasciare traccia) furono le vittime del periodo compreso fra il 1934 e il 1939 , che fu detto del terrore staliniano o delle grandi purghe.
L'eco della rivoluzione - In Occidente le notizie provenienti dalla Russia sollevarono grandi preoccupazioni ed emozioni. I governi e le classi dirigenti ebbero il timore che il contagio rivoluzionario si allargasse. L'invio delle truppe occidentali in aiuto dei generali zaristi e delle armate bianche non fu sufficiente a sconfiggere la Rivoluzione, ma la guerra creò enormi difficoltà alla nuova dirigenza bolscevica e al nuovo stato comunista. Anche per questo motivo prevalsero le idee di Stalin sul rafforzamento del comunismo all'interno della Russia e sulla rinuncia di esportare la Rivoluzione nel resto del mondo. Fortissime invece furono le emozione e le speranze che la Rivoluzione fece nascere nelle classi popolari dell'Occidente soprattutto fra gli operai. La diffusione delle informazioni era allora assai più lenta e difficile che adesso. La Russia inoltre era un paese vastissimo e lontano dove le comunicazioni erano ben poco sviluppate. Per lungo tempo tutto ciò che si seppe in Occidente della Rivoluzione fu che il popolo si era ribellato e aveva preso il potere. Anche dopo quando maggiori notizie cominciarono a circolare poco o nulla trapelò delle crudeli lotte di potere che avevano luogo al vertice dello Stato Comunista, della tirannia imposta da Stalin al paese e delle persecuzioni che di lì a poco si sarebbero abbattute su chiunque avesse osato opporsi .
In questa situazione molti pensarono alla Russia sovietica per lungo tempo come al paradiso dei lavoratori: un paese dove il popolo poteva governarsi da sé, dove si era liberato con le proprie mani dall'oppressione e dallo sfruttamento. Anche se questo, molto più tardi, non si sarebbe rivelato vero, l'idea di "fare come in Russia" divenne per molti , che vi credettero in assoluta buona fede, un ideale traguardo di politica e giustizia sociale.