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L'Italia nel 20° secolo 1870-1913

 

1870: la sinistra storica al potere - In Italia, dopo il 1870, si assistette a notevoli cambiamenti della politica italiana: la politica della destra aveva scontentato i ceti meno abbienti, tartassati dalle tasse, i quali erano stati loro malgrado gli unici attori del risanamento delle casse dello stato. Anche la borghesia, però, era scontenta: essa mancava di poteDepretisre politico pur avendo in mano le sorti economiche del paese. Una volta raggiunto l'obiettivo del pareggio di bilancio molti deputati si convinsero che occorresse cambiare rotta dando maggiori poteri al ceto medio. Contadini, operai, analfabeti rimanevano ancora fuori dalla visuale dei politici del tempo.

Nel 1876 Agostino Depretis riuscì a formare un governo di sinistra. In seguito anche i risultati delle elezioni confermarono questa tendenza: la sinistra aveva sostituito la destra nella guida del paese. Ma chi formava questa sinistra?

Nella sinistra militavano politici liberali, politici di tendenza democratica, ex garibaldini ed ex mazziniani. I ceti sociali che si riconoscevano nella sinistra erano piccoli proprietari, piccoli industriali, commercianti, imprenditori, professionisti e intellettuali: quelli che noi definiamo ceto medio. Gente che vive agiatamente del proprio lavoro e non di rendita e possiede un certo grado di ricchezza e cultura.

Le riforme sociali della sinistra:

la legge Coppino del 1876, che introdusse l'insegnamento elementare obbligatorio;

l'abolizione della tassa sul macinato del 1883;

l'abbassamento del livello di ricchezza e di età richiesti per avere diritto al voto (1882). Gli elettori passarono da 450.000 a 2.000.000. La nuova legge elettorale permise per la prima volta a media e piccola borghesia e addirittura a una modesta quota di operai istruiti di partecipare alla vita politica.

Le conseguenze della nuova legge elettorale furono immediate: nelle elezioni politiche del 1882 la sinistra ottenne la maggioranza e in parlamento entrò addirittura un piccolo gruppo di socialisti. Dal punto di vista amministrativo ebbe luogo una maggiore autonomia dei comuni attraverso un maggiore decentramento amministrativo.

Il protezionismo -

La politica economica distinse maggiormente la destra dalla sinistra. La destra era stata liberista, cioè non aveva operato alcun tipo di protezione delle merci italiane. Questa politica avvantaggiava i settori nei quali l'Italia era più forte: agro-alimentare e semilavorati, ma svantaggiava la grande industria e quindi l'alta borghesia. La sinistra, invece, impose forti dazi doganali ai prodotti industriali provenienti dall'estero a prezzi più convenienti e dotati di una migliore qualità. La giovane industria italiana fu molto aiutata, ma l'esportazione dei prodotti agricoli fu fortemente penalizzata.

Il colonialismo -

Aiutare l'industria significava rendere l'Italia più forte anche sul piano militare, allo scopo di far partecipare il nostro paese alla spartizione coloniaEritrea - conquiste italianele del mondo. Tale scelta di politica estera fu sciagurata per due motivi:

primo -  l'Italia non poteva competere con le altre potenze coloniali, ben altrimenti armate e industrializzate,

secondo - era ormai tardi e i giochi erano stati fatti.

L'Italia in Africa - L'approdo più logico e naturale per le mire colonialistiche italiane appariva essere la Tunisia, poco distante dalla Sicilia. Ma la Francia nel 1881 occupò Tunisi con la mira di occupare l'intera Tunisia. Questa impresa compromise i buoni rapporti tradizionali Italo-Francesi e Depretis rinnegò la tradizionale politica di amicizia con Francia e Gran Bretagna e strinse un patto con Austria e Germania: la Triplice Alleanza. Tale alleanza apparve come una mostruosità a molti Italiani: l'Austria era stata il nemico più feroce dell'unità italiana e inoltre occupava ancora parte del territorio italiano. Oltre tutto la Francia rivoluzionaria e l'Inghilterra borghese e liberale apparivano l'antitesi di due paesi autoritari e conservaCrispitori. Eppure Depretis era convinto che non si potesse fare altrimenti.

Dopo la firma della Triplice Alleanza l'Italia si sentiva abbastanza forte da intraprendere l'avventura coloniale. Nel 1882 il governo acquistò dalla società privata Rubattino il porto di Assab, in Eritrea, allo scopo di espandersi in tutta la zona costiera. La Gran Bretagna, che controllava il Mar Rosso,  lasciò fare perché preferiva la presenza italiana a quella Francese. Le truppe italiane, entrate in contatto con quelle del sovrano d'Abissinia (negus), furono duramente sconfitte. A Dogali un corpo di spedizione italiano di 500 uomini fu completamente massacrato.

L'Italia di Crispi - Nel 1887 Depretis morì e gli successe Francesco Crispi alla guida del governo. Crispi era un ex garibaldino che col tempo era diventato fervente monarchico e ammiratore dello statalismo Bismarkiano. Riteneva, quindi, lo stato come unica fonte del diritto ed era favorevole all'intervento statale in campo economico e sociale. Crispi aveva una posizione fortemente critica nei confronti del trasformismo di Depretis, ma questo lo portava ad emarginare il parlamento cercando di tagliarlo fuori dal potere decisionale. Egli si vantava di non guidare un governo di partito o di favori, ma un governo che aveva l'unico obiettivo di rafforzare il prestigio statale.

Crispi ammirava la capacità del cancelliere Bismark di combattere contro il socialismo e il cattolicesimo, considerati forze antinazionali, e di promuovere l'intervento statale nel lavoro, la sanità, la scuola e il tempo libero.

Le riforme di Crispi:

Allargamento del suffragio nelle elezioni amministrative

elettività del sindaco

abolizione della pena di morte e ammodernamento del codice penale

controllo dello stato sugli enti ecclesiastici di beneficenza

costituzione di un sistema sanitario nazionale.

Rafforzamento del protezionismo e politica colonialista - Nel 1887 Crispi varò nuove misure protezionistiche in campo industriale e agricolo aggravando ulteriormente lo stato delle relazioni con la Francia. Riprese con vigore la penetrazione italiana in Etiopia e nel Corno d'Africa. Crispi firmò nel 1887 il trattato di Uccialli con il negus Menelik. In base al trattato l'Italia avrebbe avuto il protettorato su alcuni sultanati della costa somala e il possesso di alcune zone dell'Eritrea. Nel 1895, però, gli Italiani ripresero l'espansione verso l'interno provocando la fiera reazione di Menelik che si concluse con una nuova disfatta dell'esercito italiano. Nel 1896 presso Adua migliaia di soldati italiani furono massacrati dagli Etiopi. L'avventura coloniale italiana si arrestò bruscamente in un disastro e Crispi fu costretto ad abbandonare la vita politica.

Italia di fine 800 -

L'Italia nei primi trent'anni di unità era formata da un due per cento di abitanti che guidava il paese, aveva diritti politici, un ottimo tenore di vita e una buonTuratia istruzione. L'altro

98 per cento era ignorato dai governanti, lavorava più di 12 ore al giorno per un salario misero, non votava.

La maggioranza degli Italiani era formata da proletari, ma i socialisti non avevano un grande peso tra di essi. Molto forte, invece, tra contadini e operai politicizzati, era il movimento anarchico. Per gli anarchici il problema non era di sostituire un governo di padroni con un governo di lavoratori: per gli anarchici un mondo ideale era senza governo e senza stato, considerati entrambi strumento di oppressione e di ingiustizia. Il potere, quindi, andava combattuto con un'azione diretta e violenta. Solo negli anni ottanta si cominciò a pensare a un partito che rappresentasse gli interessi dei lavoratori in parlamento.

Nel 1892, finalmente, molte delle tante esperienze associative operaie diffuse in tutta la penisola si ritrovarono fuse e si riconobbero nel partito socialista italiano. Fondatori Filippo Turati e Leonida  Bissolati.

Il partito socialista basava i propri scopi sulle direttive del marxismo. Fu un formidabile strumento di partecipazione democratica perché anche chi non aveva ancora diritto di voto poteva comunque militare in un partito che difendeva in Parlamento le istanze dei lavoratori.

Leone XIII

I cattolici. Pio IX aveva vietato ai cattolici la partecipazione alla vita politica. Il suo successore Leone XIII, attraverso l'enciclica Rerum Novarum riconobbe ai lavoratori il diritto di organizzarsi per difendere i propri diritti ed esortò i cattolici a battersi per migliorare le condizioni di vita dei più umili. Non si trattava ancora dell'autorizzazione alla fondazione di un partito cattolico, ma sicuramente un invito all'impegno nella vita sociale. Ben presto nacquero migliaia di associazioni cattoliche, società di mutuo soccorso, istituzioni caritative, casse rurali a sostegno di mezzadri e contadini. Inoltre i cattolici per la prima volta si impegnarono a votare quei candidati liberali impegnati a sostenere gli ideali cattolici.

Crisi economica. I governi di sinistra provocarono una grave crisi economica e profondi squilibri. Il protezionismo giovò allo sviluppo dell'industria del nord, messa al riparo dalla concorrenza inglese e francese e rinforzata dalle commesse militari. L'agricoltura del sEmigrazioneud, invece, fu stroncata dal contro-protezionismo straniero perché essa non aveva sufficiente domanda interna. Quindi si può dire che lo sviluppo dell'industria del nord fu pagata con la crisi dell'agricoltura meridionale.

Emigrazione. Centinaia di migliaia di contadini soprattutto meridionali, ma anche delle zone più povere del nord, lasciarono l'Italia diretti negli Stati Uniti d'America, in Argentina e in Brasile. Si trattò di un fenomeno colossale e tremendo perché costrinse una massa enorme di persone a cambiare drammaticamente le proprie abitudini ed a confrontarsi con mondi diversi per cultura, per lingua, leggi e tutto il resto. Di fronte a tutto questo il parlamento italiano rimaneva chiuso, inerte e incapace perché rappresentava ancora una piccolissima elite di privilegiati.

Deriva autoritaria. Governi siffatti reagirono con estrema durezza alle richieste dei lavoratori effettuate attraverso scioperi e manifestazioni di piazza. A Milano, nel 1898, una manifestazione di piazza contro il prezzo del pane fu dispersa a cannonate dal generale Bava Beccaris. Dopo tale tragico evento fu limitata la libertà di stampa, furono vietate manifestazioni popolari e furono arrestati dirigenti socialisti. Però alle elezioni del giugno 1900, benché non esistesse ancora il suffragio universale, questa linea fu sconfitta e furono premiati i partiti d'opposizione: socialisti, repubblicani, liberali ostili al governo. Nel mese di luglio a Monza veniva ucciso il re Umberto I dall'anarchico Gaetano Bresci che intendeva vendicare le vittime del 1898 a Milano.

L'Italia di GGiolittiiolitti - Giovanni Giolitti nacque a Mondovi il 27 ottobre 1842 e morì a Cavour il 17 luglio 1928. Fu più volte presidente del Consiglio dei ministri.

I giudizi sulla sua figura politica furono diversi e contrastanti. Fu definito anche ministro della malavita. Di fatto fu uno dei politici che con maggiore efficacia:

- estese la base democratica del governo

- modernizzò il giovane stato italiano.

Fin dal suo primo ministero comprese che bisognava superare l'antitesi tra lo stato e le classi lavoratrici. Tale compito era reso difficile dal fatto che la società italiana presentava profonde contraddizioni:

zone arretrate coesistevano con regioni moderne e relativamente progredite,

operai e contadini politicizzati coesistevano con masse subalterne incapaci di incanalare le lotte sporadiche e violente in azione sindacale ordinata ed efficace.

La maggior parte dei politici liberali intendevano il liberalismo come una conquista riservata ai ceti dominanti della società e temevano ogni emancipazione dei ceti sottomessi. Giolitti era invece convinto che bisognasse permettere ai socialisti e ai sindacati di svolgere la loro opera in piena libertà e dignità, perché in tal modo le istituzioni statali si sarebbero rinforzate. Lo stato avrebbe in tal modo aumentato il suo grado di autorevolezza e prestigio.

Giolitti entrò nel governo Zanardelli nel 1901 come ministro degli esteri. Divenne presidente del Consiglio nel 1903 e resse le sorti dell'Italia, salvo brevi interruzioni, fino al 1914.

Era un politico pragmatico, convinto che si dovesse adattare l'azione politica alle circostanze. Quando le circostanze lo richiedevano non esitò a legare a sé deputati al di fuori del suo schieramento mediante concessioni e compromessi. Anche se era un liberale sincero evitò di prendere posizioni nette contro i latifondisti meridionali. Mirò sempre a conciliare le esigenze della borghesia con le istanze del partito socialista convincendo i borghesi a ricercare la pace sociale e il progresso mediante opportune concessioni sindacali e convincendo i socialisti a perseguire la strada del riformismo graduale piuttosto che attendere il crollo della società borghese.

Il partito socialista dell'epoca, guidato da Filippo Turati, seguiva una politica sostanzialmente riformista. La borghesia industriale del Nord era sufficientemente illuminata da accogliere favorevolmente l'impostazione politica di Giolitti.

Furono varate leggi a tutela del lavoro femminile e dei minori, le assicurazioni contro gli infortuni, la pensione per chi smetteva il lavoro per anzianità. Fu creato nel 1906 il Consiglio Superiore del Lavoro e un organo di assistenza agli emigrati. Anche le cooperative dei lavoratori furono ammesse a partecipare agli appalti per i lavori pubblici.

Il periodo di sviluppo economico dell'Italia, la solidità e l'accettazione internazionale della lira italiana davano alla politica giolittiana l'aureola del successo. Anche il clima internazionale era buono perché Giolitti era contrario ad ogni politica imperialista.

Pur appoggiando sostanzialmente la politica giolittiana i socialisti riformisti non accettarono mai impegni diretti nel governo perché ritenevano che larghe fasce della base non avrebbero capito. D'altra parte non avrebbe capito un tale ingresso nel governo anche buona parte della borghesia e molti ambienti della corte.

Nell'Italia meridionale Giolitti non aveva osato intaccare il predominio delle antiche oligarchie le quali ancora operavano stragi di lavoratori in sciopero, come avvenne a Candela in Puglia e a Giarratana in Sicilia.

Ferri e Labriola. Il partito socialista era formLabriolaato da due componenti: i riformisti e i massimalisti. I massimalisti erano ostili a qualunque collaborazione cFerrion il governo.

I massimi rappresentanti della corrente massimalista erano Enrico Ferri e Arturo Labriola. A Bologna, aprile del 1904, i massimalisti ottennero la maggioranza nel congresso del partito socialista. Alcuni mesi dopo, in seguito ad un eccidio di lavoratori avvenuto in Sardegna a Bruggerru, la Camera del Lavoro di Milano proclamò uno sciopero generale di protesta. Lo sciopero generale ottenne un'adesione molto massiccia e da parte dei lavoratori volavano slogan rivoluzionari che facevano paura ai conservatori.

Giolitti si rifiutò di reagire facendo ricorso alla violenza. Lo sciopero ebbe termine rapidamente senza alcuno sbocco rivoluzionario, anzi Giolitti sciolse il parlamento ed indisse nuove elezioni che ottennero un risultato nettamente sfavorevole ai socialisti.

Deputati cattolici. Pio X si convinse a mitigare l'astensionismo politico dei cattolici italiani e questi ne approfittarono per eleggere un certo numero di deputati.

Dopo una breve pausa durante la quale il ministero fu tenuto da Alessandro Fortis, giolittiano, e poi dal leader dell'opposizione, Sonnino, che seppe trarre dalla sua parte diversi deputati di sinistra, Giolitti tornò al potere nel maggio del 1906 riprendendo la sua politica moderatamente riformista. Contemporaneamente anche i socialisti moderati prendevano il sopravvento all'interno del loro partito fino ad ottenere la maggioranza nel congresso del 1908.

brigantaggio

Le leggi speciali per il Mezzogiorno - Dopo il periodo del brigantaggio e dopo le rivolte contro i latifondisti il problema meridionale era entrato in una nuova fase con lo sviluppo della grande industria al Nord. Alcuni speravano che l'industrializzazione si sarebbe diffusa in tutto il paese come una macchia d'olio grazie ad opportuni incentivi ed agevolazioni.

Altri pensavano che il massiccio esodo dalle campagne verso l'America avrebbe costretto i proprietari terrieri a migliorare le condizioni di braccianti e mezzadri, mentre le rimesse degli emigrati avrebbero potuto ravvivare l'economia delle zone più povere. Questo era il parere di Francesco Saverio Nitti, economista lucano. Altri pensatori invece ritenevano che il mantenimento dell'industria del Nord rendeva necessario conservare le regioni meridionali in una situazione di perenne inferiorità economica: un territorio a cui vendere i prodotti industriali protetti da una politica antiliberista e da cui ricavare materie prime e manodopera a basso costo. Salvemini rimproverava al partito socialista di trascurare il problema meridionale e di sostenere gli interessi corporativi degli operai dell'industria in contrasto con le esigenze del Mezzogiorno.

Le leggi speciali emanate a favore del Mezzogiorno tra il 1904 e il 1906 furono criticate dai meridionalisti perché esse erano basate sull'incremento di opere pubbliche e su agevolazioni fiscali, mentre secondo loro il governo avrebbe dovuto proteggere e potenziare l'agricoltura anziché puntare tutto sullo sviluppo industriale. Il tentativo di Giolitti di risolvere i problemi del Mezzogiorno mediante leggi speciali ebbe scarso successo e il Sud rimase arretrato sia sul piano agricolo che industriale.

Crisi economica del 1907 e conseguenze per l'Italia - La prima conseguenza, in Italia, della crisi economica internazionale del 1907 fu l'allentamento dell'alleanza tra liberali, riformisti e progressisti. Giolitti intervenne nei confronti della agitazioni dei contadini meridionali sia con metodi repressivi, sia dando precise direttive ai prefetti affinché agissero a favore dei candidati governativi durante le competizioni elettorali.

In seguito alla crisi si formarono trust e accordi tra le imprese: ciò diede una spinta alle tendenze monopolistiche e rallentò la disposizione dei padroni a fare concessioni alle classi lavoratrici. Di conseguenza anche i buoni rapporti tra governo e socialisti cessarono. Gli anarchici espulsi dal partito socialista nel 1908 tornarono alla ribalta promuovendo nelle campagne parmensi uno sciopero generale di parecchi mesi.

Anche questa volta i sindacalisti rivoluzionari furono sconfitti e si allargò il solco tra sindacato e politica giolittiana.  Altra conseguenza dello sciopero anarchico fu la giustificazione, in certa opinione pubblica, dell'eversione di destra che considerava troppo spinto il riformismo di Giolitti. A causa della forte opposizione dei grandi gruppi economici e finanziari alla proposta di introdurre aliquote progressive d'imposta, Giolitti fu costretto alle dimissioni nel 1909. Nei due anni seguenti ci furono un ministero Sonnino e un ministero Luzzati.

Giolitti tornò nel 1911 e rimase alla guida del governo fino al 1914. Il suo ritorno avvenne all'insegna delle riforme, ma anche di una parziale accoglienza delle istanze nazionaliste. Grazie alla riforma elettorale furono ammessi a votare anche i nullatenenti e gli analfabeti, purché avessero raggiunto i trent'anni e avessero adempiuto al servizio militare. Non era ancora concesso il voto alle donne. La riforma elettorale del 1912 fu messa in pratica l'anno seguente, portando al voto otto milioni e mezzo d'Italiani. Furono nazionalizzate le assicurazioni sulla vita e fu regolamentata l'istruzione elementare: questi provvedimenti non furono molto graditi ai conservatori.

Libia

La conquista della Libia -

L'occupazione francese del Marocco diede a Giolitti la possibilità di mettere in pratica gli accordi presi con la Francia nel 1902, che lasciavano all'Italia mano libera in Libia. In tal modo Giolitti riteneva di venire incontro alle richieste dell'opposizione di destra e alle richieste di importanti gruppi economici, come il Banco di Roma che già operavano in Libia e nell'Impero turco. Approvarono la guerra alla Turchia (settembre 1911) quasi tutte le forze politiche e sociali, ma non i socialisti. Un gruppo di artisti e intellettuali che si richiamavano al futurismo e al nazionalismo inneggiarono alla guerra. L'aspetto più preoccupante dell'ondata i bellicismo che attraversò l'Italia fu l'appoggio da parte degli industriali e degli uomini d'affari, che vedevano in una politica imperialista buone prospettive di guadagno. La parte di sindacalisti e socialisti favorevoli all'impresa coloniale riteneva che si trattasse di un'occasione di saziare la fame di terra delle masse di contadini diseredati.

L'andamento della guerra raffreddò gli entusiasmi dei favorevoli e aizzò gli animi dei più accaniti oppositori della politica giolittiana. La resistenza delle tribù berbere della Libia si protraeva ben oltre le previsioni e il costo dell'impresa diventava troppo pesante. Giolitti decise allora di farla finita con la pace di Losanna del 1912 dopo aver conquistato le isole del Dodecanneso.

Questa conclusione aizzò le critiche sia dei nazionalisti, che avrebbero voluto una guerra in grande stile contro la Turchia, sia della parte dei socialisti da sempre contrari all'impresa.

patto Gentiloni

La caduta di Giolitti e la fine dei compromessi - La guerra di Libia, anziché rinforzare la politica di compromessi di Giolitti, le diede il colpo definitivo. L'opposizione conservatrice si rafforzò grazie all'apporto della borghesia industriale che ormai aveva sposato la causa dell'imperialismo.

L'opposizione di sinistra si radicalizzò e furono espulsi dal partito le componenti favorevoli all'impresa libica. Indebolita dalla scissione, la corrente riformista turatiana fu messa in minoranza dai massimalisti i quali affidarono la direzione dell'Avanti a Benito Mussolini, messosi in luce per il suo acceso massimalismo e per le sue simpatie nei confronti del sindacalismo rivoluzionario.

Giolitti, nelle elezioni del 1913 riuscì ad ottenere una larghissima maggioranza grazie anche al patto Gentiloni. Con questo patto egli ottenne dai cattolici l'impegno a votare i candidati liberali in quei collegi dove si fosse profilata la possibilità di una vittoria della sinistra. A loro volta i liberali si impegnavano ad astenersi per il futuro da iniziative anticlericali.

Si trattava di una grande maggioranza numerica, ma estremamente frammentata nel suo interno. Alcune componenti erano favorevoli alle riforme altre fortemente contrarie, alcune seguivano le chimere del nazionalismo, alcune manifestavano forti tendenza autoritarie.

Anche questa volta Giolitti provò a giocare la carta del ritiro e del ritorno: si dimise dal governo e suggerì la designazione di Antonio Salandra. Egli sperava di poter tornare, come in precedenza, da risolutore perché, pensava, un governo conservatore sarebbe durato poco. Giolitti non aveva capito che ormai era diventato fuori tempo un compromesso tra socialisti e liberali.

Giugno 1914: in seguito ad una sparatoria della forza pubblica contro una manifestazione di scioperanti la Confederazione del lavoro indisse uno sciopero generale. Violenti moti di piazza esplosero nelle Marche e in Romagna, Benito Mussolini e Pietro Nenni manifestavano propositi rivoluzionari. Le manifestazioni, che presero il nome di settimana rossa, non costituirono in realtà alcuna reale minaccia rivoluzionaria, ma diedero al governo il pretesto per una repressione vasta e decisa.

Un mese dopo la settimana rossa, l'attentato di Sarajevo rese ancora più drammatica la necessità di una scelta: il tempo dei compromessi era finito.