XII° secolo - Europa e Italia 1609-1700

 

Guerra dei 30 anni

LA SPAGNA E L'IMPERO GERMANICO - La politica spagnola aveva fallito i suoi obiettivi in tutti i suoi domini e non aveva unito l'Europa, nè politicamente (sotto gli Asburgo) né dal punto di vista religioso sotto il cattolicesimo. Ma la Spagna, malgrado il dissesto finanziario e i disastri militari subiti, rimaneva comunque una formidabile potenza militare e un grande impero coloniale nei primi anni del seicento.Europa alla vigilia della guerra dei 30 anni
L'arte e la letteratura spagnole fecero parlare di secolo d'oro.
Ricordiamo solo Miguel Cervantes de Saavedra (1547-1616), che nel suo Don Chisciotte sembrava simboleggiare un lato della sognante anima castigliana, i grandi romanzi picareschi spagnoli, dalle strane avventure di zingari e di poveri diavoli, i drammaturghi come Calderòn, commediografi come Tirso de Molino, i suoi saggisti politici e morali.
Per l'arte ci basti ricordare la pittura di Velasquez, Murino e Ribera.
Forse un periodo di pace e tranquillità dopo tante guerre e un'economia più accorta avrebbe potuto evitare alla Spagna la disastrosa decadenza che si preparava, ma purtroppo l'assolutismo monarchico e una serie di sovrani inetti e tarati mentalmente non concessero alla Spagna un governo che assumesse le decisioni più opportune.
Il potere effettivo fu esercitato dai favoriti, che malgovernarono e lanciarono il paese in avventure folli. Dal 1618 al 1642 il conte duca Olivares fu il vero padrone della Spagna.
Nel 1619 furono cacciati i MORISCOS, cioè i discendenti dei mussulmani del regno di Granada, i quali resistettero scatenando una micidiale guerriglia, che durò molto impoverendo ulteriormente contadini e artigiani. Ma l'ultima e mortale decisione fu di riprendere la lotta contro tutti i paesi protestanti, scatenando la guerra dei trent'anni, che devastò l'Europa e segnò la morte della potenza spagnola.


Le conseguenze più gravi furono sopportate dagli stati germanici. - Nella seconda metà del Cinquecento, mentre Francia e Olanda erano state coinvolte in guerre sanguinose, la Germania aveva trascorso un periodo relativamente tranquillo grazie al fatto che gli Asburgo d'Austria erano stati troppo occupati a combattere contro i Turchi per potersi occupare dell'unità dell'impero tedesco. Inoltre la riforma protestante aveva ulteriormente rafforzate le spinte centrifughe.
La pace di Augusta del 1555, aveva mantenuto una relativa tranquillità nel corpo dell'Impero anche grazie alla tolleranza religiosa degli imperatori Ferdinando I di Asburgo (1556-1564) e Massimiliano II (1564-1576).
Sotto il regno di Rodolfo II le cose iniziarono a peggiorare anche per le rinnovate tensioni tra cattolici e protestanti. Principi luterani e imperatori cattolici avevano convissuto tranquillamente finchè il radicalismo calvinista, rifluito dalla Francia e dall'Olanda, fece proselitismo nei territori contigui della Germania e fu accolto nel Palatinato Renano la cui capitale, Heidelberg, diventava uno dei massimi centri intellettuali riformati.
Al polo opposto la Compagnia di Gesù spendeva tutte le sue influenze per la riconquista al cattolicesimo dei territori passati alla Riforma Protestante. I principali sostenitori dei Gesuiti erano i principi di Baviera.
Per la clausola CUIUS REGIO, EIUS RELIGIO della pace di Augusta, ogni volta che un principe cattolico aderiva al protestantesimo o viceversa, tutti i suoi sudditi erano costretti a cambiare anch'essi di religione oppure dovevano emigrare. La pace di Augusta conteneva anche la clausola del Reservatum Ecclesiasticum, per la quale i signori ecclesiastici, diventati protestanti, dovevano rinunziare ai propri feudi. Poiché questa clausola era stata evasa spesso esistevano vari signori protestanti, in posizione irregolare, i quali temevano per i propri beni e aderivano volentieri al radicalismo dei massimi nemici del cattolicesimo. A queste tensioni si aggiungevano gli effetti dell'inflazione che colpiva l'Europa. Essa decimava i patrimoni dei banchieri tedeschi e riduceva in critiche condizioni la piccola nobiltà spingendola a gettarsi in qualsiasi avventura. In questo clima si aprì la questione della successione di Clève, un vasto stato feudale nella zona renana, alla cui eredità pretendevano sia gli elettori del Brandenburgo, sia i duchi di Neuburg. Ambedue i pretendenti erano luterani, ma per trovare appoggio alle loro ambizioni passarono rispettivamente al campo riformato gli uni e cattolico gli altri.
Sorse così da una parte la Unione Evangelica, capeggiata dall'elettore del Palatinato Renano, e si creò dall'altra la Lega Cattolica, capeggiata dalla Baviera.
L'imperatore Rodolfo II si rivelò incapace di dominare la situazione. La Spagna appoggiò la Lega Cattolica, e l'Unione Evangelica, in risposta, cercò appoggio in Enrico IV di Francia. Si giunse così ad una crisi internazionale, che faceva riprendere il tradizionale duello tra Francia e Spagna.

LA FRANCIA - La pace di Vervins aveva chiuso la guerra contro Filippo II (1598). La Francia aveva finalmente trovato pace e benessere relativo sotto il regno di Enrico IV. Il sovrano francese si era proposto di promuovere il benessere del suo popolo, e chiamò a realizzare questo programma l'ugonotto DUCA DI SULLY, che riordinò le finanze del regno e promosse l'agricoltura, le bonifiche, i lavori pubblici.
Enrico IV cercò di sviluppare anche altre forme d'attività economica oltre l'agricoltura. Fu incoraggiato l'impianto in Francia di industrie di lusso, come vetrerie, maioliche, tappeti ecc. Furono fondate le prime colonie francesi nel Canada e nelle Antille.
Riconquistata l'antica prosperità economica, rafforzata nella struttura finanziaria, pacificata religiosamente dall'editto di Nantes, riordinata nella sua struttura amministrativa su basi fermamente assolutistiche, intese a comprimere l'irrequieta aristocrazia, la Francia tornava così ad avere un peso preminente nella politica internazionale.
Nel 1610 Enrico IV già mirava ad una ripresa dell'antico conflitto tra la Francia e gli Asburgo, profittando della questione di Clève e stringendo alleanze con l'Olanda, la Svezia, la Danimarca i protestanti tedeschi e il duca di Savoia, quando all'improvviso il suo assassinio per opera di un prete fanatico, Francesco Ravaillac interrompeva bruscamente i preparativi offensivi.
La Francia tornò ad attraversare una fase di torbidi interni. Insidiata dalla grande aristocrazia, osteggiata dal Parlamento di Parigi, MARIA DEI MEDICI reggente per il figlio giovinetto Luigi XIII (1610-1643) dovette rinunciare ad ogni ambizione espansionistica e cercare un ravvicinamento con la Spagna.
La situazione cominciò a migliorare quando Luigi XIII uscì dalla tutela della madre (1617), e giunse al governo della Francia Armand Duplessis di Richelieu (1585 1642), vescovo di Lucon, uno degli uomini che dominarono la scena politica dell'Europa. Abilissimo diplomatico e uomo di ferrea e spregiudicata energia, il Richelieu può considerarsi uno dei creatori della grandezza Francese. Prima di impegnare la Francia in una politica estera dai grandi obiettivi, Richelieu aveva bisogno di ristabilire l'autorità della monarchia, scaduta nel periodo della reggenza. Egli represse con pugno di ferro la superbia della nobiltà, di cui stroncò duramente le agitazioni. e domò gli ugonotti.
Richelieu
L'Editto di Nantes permetteva agli Ugonotti di opporsi con forze proprie alle forze del re per difendere i propri diritti. Per togliere di mezzo questa sorta di stato entro lo stato, il Richelieu adoperò le armi contro gli ugonotti, assediandone la fortezza principale, la Rochelle. benché questa, soccorsa da aiuti inglesi. resistesse per lungo tempo. Riuscito nel 1628 ad ottenere la capitolazione della Rochelle, il Richelieu fece seguire a queste drastiche misure un regime di tolleranza religiosa, col quale ogni residuo delle passate lotte intestine poté essere cancellato. Così pacificata e rafforzata, la Francia era pronta a entrare nel grande conflitto europeo.

IL PROBLEMA DEL BALTICO - Intanto sulle rive del mar Baltico le potenze rivierasche erano in competizione per il suo dominio. Sulle rive di tale mare si scontravano il cattolicesimo della Polonia, l'ortodossia della Russia, il luteranesimo dei re scandinavi e dei tedeschi. A tali rivalità religiose corrispondevano rivalità di traffico commerciale per il trasporto del grano russo e polacco, della canapa e del legname delle foreste dell'Europa nord-orientale, del rame e del ferro delle miniere svedesi, che venivano scambiati con i prodotti industriali dell'Occidente e quelli coloniali dell'Oriente.
Il Baltico rivestiva un'importanza determinante per tutti i paesi dell'Occidente europeo. Solo dal Baltico l'Olanda e l'Inghilterra potevano trarre le materie prime per le costruzioni navali. Dalle sorti del Baltico dipendevano le sorti delle grandi rotte oceaniche.
Il Baltico aveva visto crescere la potenza della DANIMARCA, che dominando sulla Norvegia e la Scania controllava lo stretto del Sund. Importantissima anche la posizione della POLONIA, che imponendo il proprio vassallaggio ai Cavalieri Teutonici, sulle coste della Prussia e della Livonia, controllava i porti e gli estuari da Riga sino a Danzica. A contrastare il controllo danese e polacco si affacciavano altre forze, tra cui il regno di SVEZIA, sorto a vita indipendente nell'epoca della Riforma, per opera del suo primo re GUSTAVO VASA.
Di questo paese, fino ad allora estraneo alla vita politica europea, Gustavo Vasa ed i suoi successori erano riusciti a fare uno stato moderno, governato da una monarchia assoluta, dotato di un ottimo esercito. Le risorse minerarie della Svezia erano sfruttate sempre meglio e le vaste foreste scandinave alimentavano una sempre più florida industria navale. La Svezia aveva fatto il proprio ingresso nelle questioni internazionali a fianco della Francia nelle guerre del sec. XVI contro gli Asburgo.
RUSSIA - Ad Oriente della Svezia un altro stato premeva per affacciarsi sul Baltico: la Russia. La Russia della seconda metà del sec. XVI appariva un paese più asiatico che europeo, estraneo alla evoluzione civile dell'Occidente. La lunga dominazione tartara aveva lasciato in eredità costumi poco europei, dall'abitudine di tenere chiuse le donne in una specie di harem o terem, ai lunghi caftani che costituivano l'abbigliamento usuale del popolo, dalla corruttela e dal dispotismo del governo, alla crudeltà asiatica dei suoi sistemi giudiziari.
Il sovrano russo viveva a Mosca in una specie di città entro la città, il Cremlino. Ai suoi ordini stava una guardia del corpo permanente — gli strelzy o moschettieri — simile ai giannizzeri turchi. Il suo potere, quasi divino, era senza limiti.  Una grande influenza sullo stato era esercitata dai monaci e dai preti o popi, spesso ignoranti, fanatici, superstiziosi. Accanto a loro avevano una parte più o meno notevole nel governo, a seconda della energia di ciascun sovrano, i nobili o boiari. Non c'era nemmeno da pensare a borghesia o ceti medi. I contadini russi o mugik, raccolti nelle loro comunità rurali o mir, esercitavano un'agricoltura arretrata e la loro condizione era praticamente di servi della gleba.  Alla metà del sec. XVI, tuttavia, lo stato russo aveva conosciuto un periodo di notevole rafforzamento sotto Ivan IV il Terribile (1533-1584), che, lasciato il vecchio titolo di Granduca di Mosca, aveva assunto quello di imperatore o Zar, a manifestare la volontà di continuare l'impero di Bisanzio. Ivan IV fu il vero creatore della potenza della Russia.
Lo stato moscovita, al momento dell'ascesa al trono di Ivan il Terribile, non comprendeva altro che la parte nord-occidentale della Russia propriamente detta. Priva di sbocchi sul mare. Sotto di lui il dominio russo si estese fino al Volga, sui territori fino ad allora dominati dai tartari, conquistando le piazzeforti fluviali di Kazan e di Astrakhan. Durante il suo regno furono allacciati i primi rapporti tra la Russia e l'Occidente attraverso i mercanti olandesi e la Compagnia Russa di Londra. Ad Ivan il Terribile risale la prima intuizione di quella che sarebbe stata per secoli la grande aspirazione della Russia: lo sbocco sul mare. Per accostarsi alle rive del mare, le orde di Ivan il Terribile si rovesciavano sulla Livonia ed entravano in competizione con gli altri stati rivieraschi. Da quel momento pertanto, l'Impero russo cominciava ad affacciarsi nella politica dell'Europa.

POLONIA - Anche il regno di Polonia era nelle condizioni di partecipare alla contesa per il dominio del mar Baltico. La Controriforma cattolica si era appoggiata in Occidente sulla Spagna e in Oriente sull'impero austriaco degli Asburgo. Stesso appoggio alla controriforma stava assumendo la Polonia nella seconda metà del secolo XVI grazie alla diplomazia dei Gesuiti.
Alcuni storici affermano che la potenza polacca a partire dalla seconda metà del cinquecento sia una creazione dei Gesuiti. Infatti il regno polacco sembrava avviato alla decadenza. La monarchia era in balia di aristocratici turbolenti e anarchici. La Polonia era incapace di sopportare la concorrenza degli stati vicini, più moderni e stabili.
Inoltre la Polonia era terreno di conflitto tra luterani, calvinisti, sociniani, cattolici.
La dinastia degli lagelloni si era estinta nel 1572 e le lotte per la successione avevano indebolito ulteriormente la monarchia, che si era trasformata in elettiva.
Il regno polacco poté risorgere fino al punto da competere per l'egemonia del Baltico, grazie agli sforzi combinati della compagnia di Gesù e dei due sovrani Stefano Bàthory (1576-1586) e Sigismondo III Vasa (1587-1632), cugino del re di Svezia, zelantissimo nell'opera della Controriforma. I gesuiti distruggevano il protestantesimo e rendevano la Polonia una roccaforte del cattolicesimo, contemporaneamente Stefano Bàthory prima e Sigismondo Vasa dopo estendevano la potenza della Polonia e la fede cattolica sui territori vicini. Le forze polacche e svedesi combinate costrinsero la Russia a ritirarsi dalle recenti conquiste della Livonia.
Subito dopo, l'ascesa di Sigismondo Vasa al trono svedese (1592-1599) offrì a quest'ultimo l'occasione di attrarre anche la propria patria di origine nell'orbita della politica polacca e della Controriforma. Riuscito vano il tentativo di assorbimento della Svezia, per la resistenza opposta tanto sul terreno religioso quanto su quello politico dai suoi abitanti, Sigismondo si volse verso la vicina Russia, dove un usurpatore, Boris Godunov (1598-1605), aveva fatto scomparire l'ultimo rampollo di Ivan il Terribile, il principe DEMETRIO, e si era istallato sul trono degli zar. Un falso Demetrio (1605-1606) sostenuto dai polacchi ed accompagnato da missionari gesuiti, e successivamente un secondo falso Demetrio (1609-1610), tentarono di impadronirsi della corona e insediarsi in Mosca. Se il tentativo dei falsi Demetri avesse avuto successo, la Russia sarebbe entrata nell'orbita della Polonia e del cattolicesimo, e la storia del mondo sarebbe cambiata. Ma la penetrazione polacco svedese in Russia fu respinta al pari della penetrazione cattolica. Dopo una fase di sanguinose agitazioni passata alla storia col nome di PERIODO DEI TORBIDI, il popolo alzava così al trono un principe interamente russo e di religione ortodossa. lo zar Michele Romanoff (1613-1645). Da allora fino alla rivoluzione del 1917, la famiglia dei Romanoff non sarebbe più discesa dal trono degli zar.

PERIODO BOEMO PALATINO - La guerra dei Trenta Anni consistette in diversi conflitti, incastrati l'uno nell'altro.
Nel primo periodo o boemo-palatino, la guerra appare come un conflitto interno dell'Impero. Inizia in Boemia, dove da tempo si contrastano l'elemento nazionale slavo con quello tedesco importato dagli Asburgo, il cattolicesimo della Controriforma ed il protestantesimo calvinista.
Nel 1609 i protestanti boemi avevano ricevuto da RODOLFO II una (Lettera di maestà), che garantiva il diritto di esercitare il proprio culto e di costruire le proprie chiese. In seguito, con l'imperatore, MATTIA (1612-1619), gli Asburgo si mostrarono meno tolleranti. Il malcontento dei protestanti si aggravò quando si seppe che al vecchio imperatore sarebbe succeduto l'arciduca FERDINANDO II D'ASBURGO, di cui era nota la determinazione di sterminare il protestantesimo.
In seguito a una violazione della Lettera di maestà, i boemi si ribellarono apertamente. Il 23 maggio 1618 due messi imperiali, furono gettati dalle finestre del castello di Praga (defenestrazione di Praga).
Bel presto la ribellione si allargò anche al territorio austriaco. L'imperatore Mattia morì e Ferdinando II (1619-37) gli succedeva. I ribelli si rifiutarono di riconoscerlo come re di Boemia ed elessero come proprio re Federico V, capo dell'Unione Evangelica ed elettore del Palatinato.
Alleati di Ferdinando II: la Lega cattolica, del duca Massimiliano DI BAVIERA, il re di Spagna FILIPPO III, che dalle Fiandre attaccava i territori del Palatinato.
Alleati dei ribelli furono i principi calvinisti della Transilvania.

Si mantennero invece neutrali i Luterani di Germania, la Francia e l'Inghilterra, anche se Federico V era genero del re Giacomo I Stuart.  Il conflitto si ripercosse anche in Italia, a causa dell'importanza strategica della Valtellina, via di comunicazione fra i domini spagnoli del Mediterraneo e l'Impero Germanico. Gli spagnoli, attraverso la Valtellina, portarono in Germania le loro invincibili fanterie.
Presso Praga (1620), i boemi furono schiacciati (battaglia della Montagna Bianca). Federico V fu deposto dalla dignità di elettore e cacciato dal Palatinato, che fu attribuito a Massimiliano di Baviera, assieme al titolo elettorale. L'Unione Evangelica fu sciolta, la Lega Cattolica trionfava in tutta la Germania.
La popolazione boema fu decimata; moltissimi nobili furono sostituiti con nobili di sangue tedesco. Funzionari asburgici imposero il dominio assoluto di Ferdinando II. I Gesuiti installati a Praga dispersero gli ultimi residui di opposizione religiosa. La religione, la lingua e la cultura boeme furono praticamente cancellate.
Sul trono degli Asburgo di Spagna saliva un altro fantasma di sovrano, FILIPPO IV (1621-1665)dominato dall'onnipotente CONTE-DUCA d'OLIVARES.
La situazione internazionale avrebbe offerto alla Spagna la possibilità di interrompere finalmente la rovinosa serie delle sue guerre europee. Ma il conte-duca era ambizioso e voleva la rivincita sui ribelli di Olanda. Prese occasione dalla sconfitta dei protestanti tedeschi e nel 1620, tornò a dichiarare guerra agli olandesi ed iniziava una serie di campagne in cui il meglio delle sue truppe sarebbe stato consumato in lunghissimi assedi contro le fortificazioni dei Paesi Bassi.
Ma non basta: contemporaneamente la Spagna fu impegnata contro la Francia, Venezia e il Duca di Savoia per mantenere aperta la via della Valtellina.

PERIODO DANESE - 
I piani dell'Olivares e le vittorie degli Asburgo d'Austria destavano l'ostilità della Francia. Mentre Richelieu contrastava la Spagna nella questione della Valtellina, la sua diplomazia aizzava le corti protestanti contro gli Asburgo ed incoraggiava gli Olandesi contro la Spagna. La vittoria cattolica convinceva gli Asburgo ad affacciarsi verso i territori protestanti della Germania settentrionale.
Preoccupato per questa avanzata e sostenuto da finanziamenti francesi il re di Danimarca CRISTIANO IV (1596-1648) entrava in guerra contro l'imperatore, aprendo il Periodo Danese (1625-1629) della guerra dei Trent'Anni.
Le vittorie militari toccarono all'esercito della Lega Cattolica condotto dal generale TILLY, e a quello dell'imperatore Ferdinando, guidato da Alberto di Wallenstein. Boemo di nascita, il Wallestein aveva parteggiato per gli Asburgo contro i suoi connazionali arricchendosi con i beni confiscati ai ribelli dopo il disastro della Montagna Bianca. Con queste ricchezze aveva messo insieme un esercito poderoso di mercenari, di cui si assicurava la fedeltà con i saccheggi e le contribuzioni, imposte con uguale rapacità ad amici e nemici. Era spietato, cinico e dimostrava uno straordinario genio militare. Cristiano IV di Danimarca fu battuto dagli eserciti di Wallestein e Tilly e obbligato a firmare la PACE DI LUBECCA (1629) ed a ritirarsi dalla lotta. L'imperatore emanò l'EDITTO DI RESTITUZIONE, col quale i protestanti erano obbligati a restituire i beni ecclesiastici incamerati dopo il 1552.

Il diretto dominio degli Asburgo venne esteso a varie città e terre della Germania settentrionale.
Lo strapotere degli Asburgo cominciava a preoccupare anche i principi cattolici della Germania. Appariva chiaro il progetto di Ferdinando II di unificare la Germania. Egli chiedeva inoltre la trasformazione della sua dignità da elettiva a ereditaria.

PERIODO SVEDESE - Un grande stato asburgico-cattolico, sostenuto dalla burocrazia viennese, dai gesuiti e dalle milizie del Wallenstein, stava per imporre la propria egemonia sul resto del continente.

Ma il cardinale di Richelieu, pur evitando ancora la guerra aperta, tesseva la propria trama contro gli Asburgo. L'ostilità dei principi tedeschi costringeva l'imperatore a sciogliere l'esercito del Wallenstein ed a rinunziare all'ereditarietà della corona imperiale. L'Olanda consumava le risorse della Spagna. In Italia, la Francia si ingeriva nella II GUERRA DEL MONFERRATO (1627-31), riuscendo ad invadere il Piemonte e a minacciare la Spagna nella Valle Padana.
Nel contempo, il Richelieu otteneva un decisivo successo politico attirando nella lotta contro gli Asburgo la potenza svedese ed il suo ardito e brillante sovrano GUSTAVO ADOLFO.
Mentre l'imperatore Ferdinando II e le truppe del Tilly e del Wallenstein disfacevano i protestanti ed instauravano il dominio degli Asburgo sull'Europa centrale, il giovane re degli svedesi, Gustavo Adolfo (1611-1632), aveva assicurato al suo regno il possesso delle rive del Baltico, con una serie di fortunate campagne contro tutti i suoi vicini. I russi di Michele Romanoff erano stati cacciati dal Baltico settentrionale ed i confini svedesi estesi dalla Finlandia alla Carelia ed alla Ingria (1617) comprendendo anche quel terreno sul quale molti anni più tardi sarebbe sorta Pietroburgo.
Sigismondo Vasa, re di Polonia, era stato obbligato a retrocedere la sua antica sovranità sulla Livonia e sulle coste meridionali del Baltico. Adesso che il re di Danimarca era stato battuto dalle forze cattoliche ed eliminato dalla lotta, la Svezia si vedeva direttamente in contatto con le forze del Wallenstein, rinforzati dalla parte del mare dalle flotte della Spagna, che risalivano dalle coste fiamminghe, mirando a tagliare fuori dal commercio con i mari settentrionali gli odiati olandesi. Il motivo economico del predominio marinaro sui traffici del Baltico, si fondeva così con i motivi della sicurezza militare della Svezia e della difesa della fede protestante dagli attacchi combinati delle grandi potenze cattoliche.
Nel 1630 il giovane sovrano si lancia in una guerra sul suolo tedesco contro la potenza degli Asburgo. L'oro della Francia e dell'Olanda lo sostiene. I principi protestanti del Brandenburgo e della Sassonia sono finalmente persuasi ad intervenire anch'essi nella lotta a fianco di Gustavo Adolfo.
Una serie di vittorie folgoranti segna il cammino di Gustavo Adolfo. A Breitenfeld, nella Sassonia, l'esercito del Tilly è messo in rotta (1631). Il ducato di Baviera è invaso: gli svedesi entrano nella sua capitale Monaco. In meno di un anno tutta la Germania è ai piedi di Gustavo Adolfo.
Nel colmo del pericolo, Ferdinando II richiama Wallenstein, il vecchio predone sfrenato, il quale è il solo che può salvare le fortune degli Asburgo.
A Norimberga il Wallenstein riesce per la prima volta a fermare l'impeto di Gustavo Adolfo. Poco dopo, sulla pianura di Liitzen (1632) i due grandi condottieri si fronteggiano per la seconda volta in campo aperto. Gli Svedesi vincono, ma Gustavo Adolfo muore in battaglia. L'esercito svedese continua la lotta sotto la guida del cancelliere AXEL OXENSTIERNA.
Nel campo imperiale regna il sospetto per la condotta equivoca del Wallenstein, che se ne sta ozioso in Boemia ed avvia trattative personali con i nemici atteggiandosi quasi a sovrano indipendente dai voleri dell'imperatore. Subodorando un tradimento, Ferdinando II fa allora sopprimere il Wallenstein da un gruppo dei suoi mercenari (1633). L'esercito imperiale coglie una brillante vittoria sugli svedesi sul campo di battaglia di Nordlingen (1634).
Stanchi di una guerra che appare sempre più combattuta sul suolo tedesco per interesse di potenze straniere, e rassicurati dall'imperatore circa la propria posizione religiosa, i principi della Sassonia e del Brandenburgo firmano la pace di Praga (1635). La Svezia è lasciata sola contro le forze dell'Impero, sul cui trono è asceso il nuovo sovrano FERDINANDO III (1637-1657).

PERIODO FRANCESE - Come una macchia d'olio, la guerra dei Trenta Anni si estende ancora ad altri paesi.

L'intervento della Francia del Richelieu nella lotta viene infatti a saldare insieme le due guerre tra Spagna ed Olanda e tra Svezia ed Impero, che fino ad allora si erano trascinate isolatamente l'una dall'altra. Anche l'Italia vede entrare in guerra contro gli Spagnoli, a fianco della Francia, il duca di Savoia Vittorio Amedeo I, il duca di Mantova, nonché quello di Parma, Odoardo Farnese. Già intorno al 1640 si comincia a delineare il fallimento della politica dell'Olivares ed il tracollo della potenza spagnola. In Catalogna, gli abitanti si sollevano contro il governo di Madrid e si pongono sotto la protezione della Francia, i cui eserciti invadono il Roussillon. Lo stesso fanno quelli del Portogallo, che dalla lunga unione con la Spagna non hanno ritratto altro che sconfitte navali e perdite nel proprio impero coloniale, rivendicando la propria indipendenza e ristabilendo sul trono la dinastia di Braganza. Nel 1643 il più grande dei generali francesi, il PRINCIPE DI CONDÉ, riporta a Rocroi, nelle Fiandre, una schiacciante vittoria, in cui le fanterie spagnole stesse sono per la prima volta sbaragliate in campo aperto.
La morte quasi contemporanea di alcuni tra i maggiori protagonisti dell'immane conflitto, come l'Olivares (1642), il cardinale Richelieu (1642) e Luigi XIII (1643), non basta ancora ad arrestare l'interminabile guerra. Soltanto la stanchezza consiglia finalmente i belligeranti ad iniziare trattative di pace, che vengono avviate nelle due cittadine di Munster ed Osnabruck nella Westfalia. Ma gli interessi sono tanti e contrastanti e i diplomatici per quattro anni non riescono ad accordarsi, mentre la guerra prosegue furiosa. Gli svedesi tornano a dilagare in Boemia e nella Germania meridionale, come nei giorni di Gustavo Adolfo: i calvinisti della Transilvania attaccano i territori asburgici della Moravia; il Condé marcia all'interno dei Paesi Bassi spagnoli, puntando su Anversa. Appunto sotto la spinta di questi ultimi eventi, le trattative di Munster ed Osnabruck arrivano finalmente alla conclusione nel 1648 nella pace di Westfalia, ponendo termine così ad una delle più spaventevoli calamità che l'Europa abbia subito.

LA PACE DI WESTFALIA - La pace di Westfalia segna il tramonto della egemonia degli Asburgo ed il crollo del disegno ambizioso di Ferdinando II di creare un grande stato cattolico ed unitario nell'Europa centrale sotto lo scettro austriaco. Viceversa essa rappresenta il trionfo della Francia, il riconoscimento della supremazia Svedese sul Baltico la definitiva affermazione dell'indipendenza dell'Olanda.

La politica di Richelieu ha trovato un degno continuatore nel cardinale italiano Giulio Mazarino, diventato il vero padrone della Francia, grazie alla fiducia della regina vedova Anna d'Austria reggente per il figlio bambino LUIGI XIV (1643-1715). Grazie al Mazarino, la marcia della Francia in direzione del Reno, iniziata cento anni avanti da Enrico II, con l'occupazione di Metz, Toul e Verdun, raggiunge il suo primo grande successo con l'annessione definitiva dei tre vescovati allo stato francese e l'acquisto di parte della Alsazia. A questa si aggiunge, a completare il capolavoro diplomatico del Mazarino, la distruzione dell'unità politica della Germania e la sua totale apertura alla penetrazione dell'influenza francese. Ciascuno dei 350 stati e staterelli dell'impero germanico acquista difatti, in forza delle clausole del trattato di Westfalia, il diritto di una potenza sovrana, cioè quello di fare alleanze con le potenze vicine, di dichiarare guerra e pace anche senza il consenso dell'imperatore. L'autorità di quest'ultimo e con essa ogni effettiva unità politica dell'Impero tedesco viene così a ridursi praticamente a nulla. La funzione di garante della esecuzione del trattato e di custode della libertà dei piccoli stati tedeschi, assegnata alla Francia dal trattato di Westfalia, le assicura qualsiasi possibilità d'intervento militare e diplomatico. Da allora in poi, l'egemonia dello stato francese sui suoi minuscoli ed impotenti vicini di oltre Reno è inevitabile; come inevitabile è la penetrazione della cultura francese nel cuore della Germania, impoverita economicamente e regredita verso i livelli più bassi della civiltà umana dall'imperversare trentennale della guerra devastatrice sui suoi territori.
La rovina della Germania viene ribadita nella sua parte settentrionale dalla installazione della Svezia sulle sue coste del Baltico e del mare del Nord. Già in possesso, dopo le sue guerre con la Russia e con i Polacchi, delle terre dell'Ingria, della Carelia e della Livonia, la Svezia completa il proprio dominio sul Baltico con l'acquisto di Stettino, Stralsunda e Wismar e mette il piede nel mare del Nord col possesso di Brema e Werden. Le foci di tutti i grandi fiumi della Germania, cioè le porte delle maggiori vie della penetrazione commerciale ed economica nell'interno dell'Impero, sono ormai nelle mani della Svezia. Unico compenso a tanto disastro è per la Germania la fine delle guerre di religione. La pace di Augusta viene riconfermata ed estesa ai calvinisti, oltre che ai luterani. L'elettore del Palatinato riacquista il titolo elettorale e metà dei propri territori, mentre l'altra metà, sempre col titolo elettorale, resta al duca di Baviera. In tal modo, il numero degli elettori del Sacro Romano Impero sale da sette ad otto.
Praticamente, la pace di Westfalia, ponendo fine al sogno egemonico degli Asburgo in Europa, riconoscendo l'indipendenza dell'Olanda e l'esistenza di più confessioni religiose all'interno dell'impero, rappresenta la fine dell'età della Controriforma.
Il grandioso progetto della ricostituzione dell'unità religiosa dell'Europa sotto la guida spirituale del Papato e della Compagnia di Gesù, l'egemonia politica della casa d'Austria e quella militare degli invincibili fanti di Castiglia è tramontata in uno dei più orrendi laghi di sangue che la storia occidentale abbia mai conosciuto
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LA GUERRA DI FRONDA - Durante trenta anni una gran parte del continente europeo è stata preda di saccheggi e stragi. Nessuno dei governi belligeranti era più in grado di pagare regolarmente le proprie truppe, ogni esercito si era abituato a vivere di rapina. Ai danni prodotti dal passaggio e dai saccheggi degli eserciti, occorre aggiungere gli effetti delle carestie e delle pestilenze, gli effetti dei carichi fiscali nei paesi belligeranti. In Germania la popolazione decimata ed abbrutita dalle sofferenze si è ridotta in talune zone ad un quinto e persino ad un decimo, miseria e disperazione regnano anche in Francia, in Spagna, in Italia, nei paesi della Scandinavia. La Spagna è ridotta ad un deserto, i domini spagnoli in Italia accusano una significativa diminuzione di abitanti, che arriva a toccare il 15-20 % della popolazione.
Comprensibilmente pertanto, gli anni della pace di Westfalia sono anni di violente crisi interne, di agitazioni nelle masse popolari, esasperate dalla intollerabile oppressione esercitata dai governi. Nei domini della Spagna, alle rivolte della Catalogna e del Portogallo, si aggiungono quelle di Napoli e Palermo.
La stessa Inghilterra subisce una rivoluzione religiosa, politica e sociale in cui il radicalismo calvinista avrà una parte preminente. Anche in Francia, nonostante i trionfi di Rocroi e della pace di Westfalia, si apre una crisi interna.
Il Mazarino, questo straniero che la voce pubblica diceva amante della reggente ANNA D'AUSTRIA, restava profondamente impopolare tra i francesi. I corrotti e primitivi sistemi fiscali, che il Mazarino aveva adoperato per procurarsi i mezzi per la guerra, esasperavano la borghesia ed il popolo.
Da parte sua la nobiltà intendeva profittare della minore età del sovrano per abbandonarsi nuovamente alle sue abitudini di indisciplina e di prepotenza, e non sopportava l'indirizzo autoritario del governo. In Francia non esisteva un organo rappresentativo del genere del Parlamento inglese, giacché gli Stati Generali, riuniti per l'ultima volta nel 1614, non si erano mai più adunati. V'era un organo di supremo controllo giudiziario, il Parlamento di Parigi, formato da magistrati della nobiltà di toga, che, sebbene di nomina regia, aspirava ad un controllo sugli atti del governo, simile a quello del Parlamento inglese.
Mazarino
All'indomani della pace di Westfalia, il malcontento generale sfociò in una rivolta contro il Mazarino, nota come rivolta della Fronda, dal nome di un attrezzo per lanciare sassi, assai in voga tra i monelli di Parigi. Il popolo Parigino si sollevò in seguito all'arresto uno dei presidenti del Parlamento, che si era rifiutato di legalizzare la politica fiscale del Mazarino. La corte fu obbligata a fuggire dalla capitale. Il principe di Condé, richiamato dal fronte dei Paesi Bassi, soffocò questa prima agitazione o Fronda Parlamentare.
Ben presto però il Condé prese un atteggiamento così tracotante, da indurre il Mazarino a farlo arrestare a sua volta. Allora la Fronda risorse più violenta guidata dall'alta aristocrazia, desiderosa di abbattere l'odiato italiano (Fronda dei Principi, 1650-52).
Mancava una vera coesione tra gli interessi dei vari gruppi che lottavano contro il Mazarino. I giuristi del Parlamento di Parigi non avevano alcuna simpatia per la plebe che alzava le barricate per le strade. Sia la plebe che i giuristi odiavano la nobiltà tracotante, che si batteva soltanto per i propri interessi. Dividendo i propri avversari, la corte costrinse il Condé a lasciare Parigi ed a fuggire nei Paesi Bassi. Il Mazarino poteva rientrare nella capitale e restare arbitro dei destini della Francia.

LE PACI DEI PIRENEI, DI OLIVA E DI COPENAGHEN - Due conflitti restavano aperti: la guerra tra la Francia e la Spagna, non rassegnata ancora alla sconfitta, e l'interminabile lotta per l'egemonia sul Baltico. E dell'uno e dell'altro appunto Mazarino riusciva a trovare la soluzione, ribadendo la preponderanza francese sull'Europa, di cui aveva gettato le basi nel trattato di Westfalia.
Contro la Spagna il Mazarino riuscì a guadagnarsi l'alleanza dell'Inghilterra di Cromwell e il formidabile esercito dei puritani. Al comando del TURENNE gli eserciti di Francia e d'Inghilterra schiacciarono presso Dunquerque (1658) l'esercito spagnolo. Stremata la Spagna chiese negoziati di pace che il geniale ministro trasformò in un nuovo trionfo della potenza francese. Col trattato dei Pirenei (1659) gli Asburgo di Spagna cedevano quelle terre del Rossiglione e della Cerdagne. che Carlo VIII aveva ceduto a Ferdinando il Cattolico al tempo della sua spedizione contro Napoli cioè consentivano alla Francia di portare il proprio confine sino alla invalicabile catena montana dei Pirenei. Cedevano inoltre parte dell'Artois e talune città delle Fiandre, nonché Dunquerque, che veniva attribuita all'Inghilterra, in cambio del suo intervento. Cosa ancora più importante, lo scaltro cardinale otteneva per Luigi XIV la mano di MARIA TERESA, figlia del re di Spagna Filippo IV. Qualora cioè gli Asburgo di Spagna si fossero estinti, come già appariva probabile, dato lo sfacelo fisico della dinastia, Luigi XIV avrebbe potuto legittimamente appropriarsi della stessa corona spagnola. Era vero che la pace dei Pirenei lo impegnava a rinunciare ad ogni pretesa del genere, ma il Mazarino aveva subordinato questa rinuncia al pagamento integrale della dote di Maria Teresa, fissata in una cifra talmente alta che ben difficilmente sarebbe stata pagata date le casse esauste di Filippo IV.  Mazarino si volgeva poi a sistemare a vantaggio della potenza francese anche il conflitto del Baltico.
La corona di Svezia era stata compromessa dagli sperperi e dalle follie della figlia ed erede di Gustavo Adolfo, la regina CRISTINA (1632-1654).
Finalmente, quest'ultima si era indotta ad abdicare, per convertirsi al cattolicesimo e recarsi a vivere in Italia, lasciando il trono ad un cugino, CARLO X, della dinastia tedesca degli Zweibrucken.
Costui aveva lanciato il paese in un nuovo conflitto (Prima guerra del Nord: 1654-1660) aggredendo la Polonia e minacciando di distruggerla. L'intervento però della Danimarca e dell'elettore del Brandenburgo, contro la Svezia, aveva messo quest'ultima a mal partito, minacciando di sovvertire l'assetto stesso sancito dai trattati di Westfalia. Il Mazarino allora, trascinandosi dietro, ancora una volta, l'Inghilterra e l'Olanda, riuscì a porsi come mediatore fra i contendenti ed a chiudere tutta la partita, con le paci di Oliva, tra Polonia e Svezia, e di Copenaghen, tra Svezia, Danimarca e Brandenburgo (1660).
Con questi trattati, Polonia e Svezia erano ugualmente salvate dalla rovina e quindi legate in permanenza alla Francia, cui dovevano guardare da allora in poi come alla propria salvaguardia contro i loro vicini. La Danimarca era obbligata a cedere alla Svezia la Scania, cioè il lembo di costa scandinava prospiciente il Sund, e quindi cessava di detenere la porta d'ingresso del Baltico e di potere esigere tributi dalle navi in transito, con evidente vantaggio per il traffico marittimo anglo-olandese, riducendosi pertanto ad una potenza di second'ordine. All'influenza francese, ormai stabilita saldamente sull'Europa orientale, altresì, veniva legata una nuova potenza, che giusto allora cominciava ad affacciarsi sul Baltico: la dinastia degli Hohenzollern.

L'ITALIA NELLA PRIMA META' DEL 1600 - Dopo il 1598 comincia ad incrinarsi la soggezione dell'Italia alla politica degli Asburgo.
La nuova direzione della vita politica italiana ha le proprie radici nella mutata situazione internazionale dopo la pace di Vervins. La Spagna non ha più il prestigio che pochi anni prima terrorizzava gli stati italiani. Viceversa lo stato francese è ritornato unito con Enrico IV e fa sentire la propria influenza negli affari internazionali. Gli stati italiani intravedono la possibilità di una politica più libera nei confronti del loro più potente vicino.
In Italia qualcosa si sveglia. A cavallo tra il 500 e il 600 avviene una ripresa della cultura. Ricordiamo solo GALILEO GALILEI (1564-1642), le nuove prospettive teologiche di GIORDANO BRUNO (1548-1600) e TOMMASO CAMPANELLA (1568 -1639) . Nel campo della critica politica della storia, ENRICO CATERINO DAVILA (1576-1630) pubblica la sua Storia delle guerre civili di Francia (1630), Traiano Boccalini (1566-1618) nei suoi "Ragguagli dal Parnaso" condanna con feroce ironia il malgoverno spagnolo e frate PAOLO SARPI (1552 1632), scienziato, teologo, giurista, storico, attacca violentemente i gesuiti e l'autorità assoluta dei pontefici nella Storia del Concilio Tridentino (1619).
Naturalmente la repressione da parte della Spagna e della Curia Romana è pronta e feroce. GIORDANO BRUNO muore sul rogo. TRAIANO BOCCALINI morì forse avvelenato per mano degli Spagnoli. GALILEO GALILEI viene tradotto davanti all'Inquisizione e costretto ad una ritrattazione umiliante. FRA PAOLO SARPI è pugnalato da emissari della Curia. TOMMASO CAMPANELLA trascorre ventisette anni nelle carceri degli Spagnoli e della Inquisizione. Solo Venezia accoglie questo anelito di nuovi orizzonti scientifici e filosofici. Ricordiamo anche l'università di Padova, dove insegnò Galileo. In economia la ricchezza italiana del Rinascimento è tramontata per colpa delle guerre, del malgoverno spagnolo, dell'inflazione provocata dall'argento americano, dei nuovi mercati aperti dalle rotte oceaniche. Nei primi anni del 600 si assiste comunque ad una ripresa del Mediterraneo di cui si avvantaggiano Venezia, Genova e Livorno. La rovina di Anversa e i continui attacchi alle navi Spagnole da parte di Inglesi e Olandesi fecero riapparire le spezie sui mercati del levante a vantaggio di Venezia, che conservò anche la sua preminenza nel commercio dei cammei con l'impero Ottomano.
Le difficoltà finanziarie della Spagna consentono guadagni enormi ai banchieri genovesi, che finanziano le folli imprese dell'impero spagnolo.
La Spagna, combattendo contro gli Olandesi e in Germania e non potendo più servirsi delle rotte atlantiche saldamente in mano dei nemici, per comunicare con i campi di guerra è costretta a fare affluire i suoi uomini a Genova per farli proseguire via terra attraverso il Piemonte o la Lombardia, alla volta dell'Europa settentrionale. Da qui tanti conflitti fra la Spagna e gli stati italiani, per il controllo delle vie che portano ai valichi alpini, e un continuo conflitto d'interessi tra la Spagna e la repubblica di Venezia per i traffici nel Mediterraneo.


VENEZIA CONTRO LA SPAGNA - L'INTERDETTO - Venezia ed il granduca Ferdinando I di Toscana sostengono la rinascita della Francia di Enrico IV, in contrappeso all'egemonia spagnola. La Spagna, tuttavia, mantiene nella propria sfera d'influenza lo stato dei Savoia, il cui duca Carlo Emanuele I (1580-1630), profitta delle guerre di religione per ingrandire i propri domini a danno della Francia e continua a combattere contro Enrico IV anche dopo la conclusione della pace di Vervins. La diplomazia spagnola procura la pace fra Carlo Emanuele I ed Enrico IV con il trattato di Lione (1601), per cui il duca cede alla Francia vasti territori transalpini, come il Bugey e la Bresse, in cambio del ducato di Saluzzo. Il baratto avvantaggia la Spagna, che elimina l'ultima testa di ponte francese di qua dalle Alpi, rendendo più difficile ai principi italiani di svincolarsi dalla sua egemonia.
Appare in tutta evidenza la vitale importanza strategica della Valtellina. Attraverso la Valtellina, le forze spagnole provenienti da Genova e Milano possono raggiungere i domini degli Asburgo d'Austria; attraverso quella vallata Venezia, da parte sua, può raggiungere direttamente i Cantoni Svizzeri, attingendone soldati, o comunicare con la Francia, aggirando l'ostacolo della Lombardia e del Piemonte. Il controllo di questo corridoio montano è importantissimo ugualmente per spagnoli, francesi e veneziani. La Valtellina soggiace al Cantone dei Grigioni, in cui si scontrano cattolici e riformati. La Spagna appoggia la fazione cattolica mirando a isolare Venezia dalla Francia rendendola impotente militarmente.
Proprio adesso esplode la vertenza dell'interdetto di Venezia da parte del pontefice PAOLO V BORGHESE (1605-21) Venezia tende a limitare l'aumento dei beni del clero e sottopone anche gli ecclesiastici alla giurisdizione dei tribunali ordinari. Il pontefice sostiene invece che i membri del clero non possono essere processati nei tribunali laici anche se colpevoli di reati comuni. Due preti accusati di violenze furono arrestati a Venezia e il papa lanciò l'interdetto contro la repubblica. Venezia ordinò agli ecclesiastici di proseguire l'esercizio delle funzioni religiose malgrado la scomunica papale e allontanò i gesuiti perché non obbedirono alle sue disposizioni.
Anima della resistenza di Venezia alla Curia é il consultore teologico della Repubblica, FRA PAOLO SARPI, che spera di uscire dalla vertenza con una rottura tra Venezia e il papa e una nuova riforma religiosa. Olanda e Venezia offrono il proprio appoggio alla repubblica mentre la Spagna mobilita truppe sui confini veneziani.
Enrico IV fa da mediatore e Venezia è costretta ad accettare una soluzione comunque onorevole, anche se lontana dalle aspirazioni di Paolo Sarpi. D'altra parte Venezia non poteva tirare troppo la corda dato che non poteva servirsi della Valtellina per procurarsi i soldati necessari. La repubblica esce bene dalla vertenza, rifiutando di chiedere perdono al papa e negandone la scomunica, ma resta cattolica, pure conservando al Sarpi la sua protezione. Il pontefice, invece, è costretto a ritirare l'Interdetto. Un sicario degli Spagnoli pugnala Paolo Sarpi.


LA I° GUERRA DEL MONFERRATO - Intanto il duca di Savoia Carlo Emanuele I è sempre più insofferente delle limitazioni spagnole alle sue ambizioni di ingrandimento territoriale. Coraggioso e irrequieto lascia l'alleanza spagnola per quella francese quando Enrico IV, approfittando della questione di Clève, sta per ricominciare la guerra contro la Spagna. Il Savoia ed Enrico IV si accordano segretamente a Bruzolo, nell'aprile del 1610, per un attacco congiunto contro la Lombardia. In caso di vittoria Carlo Emanuele avrà Milano e il titolo di re contro la cessione della Savoia alla Francia. Enrico IV viene assassinato e la vedova reggente Maria dei Medici si affretta a riavvicinare la Francia alla Spagna. Venezia interviene a salvare il duca dalle rappresaglie spagnole: se la caverà solo con un atto di sottomissione a Filippo III.
Dalla morte di Enrico IV fino al raggiungimento del potere da parte di Richelieu la Francia attraverserà la lunga fase di crisi interna di cui abbiamo parlato e non potrà esercitare alcuna influenza in Italia. Anche la Spagna, in Italia, comunque, si trova in imbarazzo per la continua ostilità veneziana
Carlo Emanuele I approfitta della morte senza eredi del duca di Mantova e del Monferrato, Francesco Gonzaga, e ne invade il territorio dando inizio alla guerra del Monferrato (1612-17). Il Savoia accampava i diritti di una propria nipote contro quelli di Ferdinando Gonzaga, fratello del defunto Ferdinando Gonzaga. Siccome anche il Monferrato è strategicamente importante per il passaggio tra Genova e Milano, la Spagna fomenta la discordia nella speranza di impadronirsi del territorio in oggetto. Quando il governatore di Milano ordina a Carlo Emuanuele di sgombrare il Monferrato questi rifiuta di obbedire, resiste con successo e suscita un'ondata di simpatia colorata di una vago nazionalismo in tutta la penisola.
Venezia, come spesso le capita, gioca un ruolo doppio, anzi triplo: appoggia il Gonzaga contro Carlo Emanuele, ma appoggia anche quest'ultimo contro la Spagna; inoltre apre a sua volta la guerra degli Uscocchi. Gli Uscocchi sono pirati slavi annidati nel porto di Segna (in Istria) i quali, protetti dagli Asburgo d'Austria, infliggono danni alle navi veneziane. Venezia, approfittando dell'impossibilità della Spagna a intervenire, attacca gli Asburgo sull'Isonzo, attorno a Gradisca. Purtroppo le operazioni militari languiscono a causa dell'impossibilità di Venezia di usare la Valtellina per il rifornimento di soldati. Ma Venezia ha in serbo una formidabile mossa diplomatica: minaccia velatamente di passare nel campo della Riforma. La Spagna è costretta a firmare la pace di Madrid del 1617: gli Uscocchi sono allontanati da Segna e dispersi, Ferdinando Gonzaga rimane duca di Mantova e del Monferrato, Carlo Emanuele I esce indenne dallo scontro con la Spagna dopo aver inferto una bella sberla al suo prestigio militare.

GUERRA DELLA VALTELLINA A SECONDA GUERRA DEL MONFERRATO - Si delinea intanto lo scoppio della guerra dei Trenta Anni, con la ribellione della Boemia (1618), e Venezia tenta a sua volta di bloccare il passo della Valtellina agli spagnoli, sobillando i protestati dei Grigioni e consentendo loro di soverchiare così i cattolici. Ma la Spagna risponde a sua volta con opposti aizzamenti, per cui i cattolici della Valtellina insorgono contro il dominio dei Grigioni e fanno strage dei protestanti locali nel Sacro Macello della Valtellina (19 luglio 1620), aprendo le porte alle truppe spagnole.
valtellinaScoppia così la guerra della Valtellina (1620-26), in cui Venezia, Carlo Emanuele I e la Francia cercano di sloggiare gli spagnoli dalla vallata. Né vale ad arrestare il conflitto un tentativo di mediazione del pontefice Gregorio XV (1621-23), nelle cui mani viene rimessa per qualche tempo la Valtellina, come deposito. Carlo Emanuele I, anzi, estende il conflitto, tentando di attaccare Genova con aiuti francesi. Il duca viene però sconfitto ed inseguito sull'Appennino da forze ispano-genovesi, mentre la Francia si dibatte a tal punto in gravi crisi interne, che lo stesso Richelieu è costretto a negoziare con l'Olivares. Quest'ultimo ottiene una vittoria diplomatica col trattato di Monzone (1626), in cui la Valtellina resta di fatto autonoma e sotto protettorato spagnolo, sebbene ai Grigioni sia conservata un'ombra di sovranità nominale.
La delusione provata allora dagli stati italiani è tale da risospingere Carlo Emanuele I ad un ennesimo voltafaccia, passando dall'alleanza con la Francia a quella con la Spagna, nella II guerra del Monferrato (1627-31). Muore infatti senza prole l'ultimo dei Gonzaga, il duca VINCENZO II, ed i ducati di Mantova e Monferrato toccano in eredità a Carlo di Gonzaga-Nevers, discendente di un ramo cadetto, ormai stabilitosi in Francia. La Spagna si accorda perciò con Carlo Emanuele I di Savoia per strappare il Monferrato all'erede del ducato, cui Venezia offre viceversa la sua protezione. La guerra si trascina avanti per alcuni anni, complicandosi per le intricate iniziative del Savoia, cui l'alleanza con la Spagna non impedisce di tentare anche un colpo di mano su Genova (1628), valendosi di una congiura contro quel governo del nobile genovese Giulio Cesare Vachero. L'Olivares, d'altra parte, guadagna un altro successo diplomatico, ottenendo che l'imperatore Ferdinando II, una volta sconfitta la Danimarca, invii il proprio esercito in Italia contro il Gonzaga-Nevers.
Il passaggio delle feroci truppe imperiali devastò tragicamente la Lombardia e portò quella lugubre pestilenza, di cui scrisse il Manzoni nei Promessi Sposi. Né gli aiuti veneziani riuscirono ad impedire che Mantova venisse espugnata e saccheggiata spaventosamente dai tedeschi. Ma il Richelieu, nel frattempo, aveva consolidato la situazione interna della Francia, specie con l'assoggettamento degli ugonotti e la presa della Rochelle. Poté quindi intervenire in forze nella guerra, invadendo il Piemonte e riducendo allo stremo Carlo Emanuele I. Quest'ultimo inoltre mori nel 1630, lasciando i propri stati invasi a gara da francesi e spagnoli. Suo figlio, Vittorio Amedeo I (1630-37), fu costretto pertanto a firmare la pace di Cherasco (1631), che sanciva il trionfo politico del Richelieu.
Carlo di Gonzaga Nevers è riconosciuto duca di Mantova e del Monferrato. Vittorio Amedeo I riceve un lembo di quest'ultimo territorio con le città di Alba e Trino, ma viceversa si obbliga ad aprire le porte della catena alpina alla Francia, cedendo l'importantissima fortezza di Pinerolo e le valli alpine adiacenti.
Consegnate le porte d'Italia in mano alla Francia, il Piemonte deve da allora in poi rassegnarsi a restare per quasi sessanta anni un vassallo della politica francese. L'insediamento della Francia a Pinerolo è salutato però con gioia da gran parte dell'Italia, che vede nella costante presenza della Francia di qua dalle Alpi, la rottura definitiva della pesante oppressione spagnola.

ITALIA CENTRALE  1598-1618 - Tutta questa intensa vita politica degli stati dell'Italia settentrionale, come Venezia, il duca di Savoia, il duca di Mantova ecc., trova scarso riscontro nella parte centrale della penisola.
La morte di FERDINANDO I DEI MEDICI (1609) segna l'inizio di una lunga agonia dello stato toscano, che lentamente si spenge sotto i mediocri od inetti epigoni di casa Medici. Ancora uno sprazzo di vita, in tanto avvilimento, rappresenta l'attività scientifica della scuola di Galileo, che vanta scienziati di fama mondiale, come EVANGELISTA TORRICELLI (m. 1648), l'inventore del barometro. Ma l'inerzia politica e la decadenza economica paralizzano ormai il piccolo stato.
Tra i papi della prima metà del secolo XVII, abbiamo già ricordato il fastoso e altero PAOLO V per la controversia dell'interdetto di Venezia. Qualche tentativo compirono ancora i suoi successori, come il già ricordato GREGORIO XV, per inserirsi nelle vicende della politica europea, riassumendo quella funzione di supremo moderatore ed arbitro delle controversie, che aveva avuto il Papato nei secoli del Medioevo. In genere però l'esito di questi tentativi fu negativo, in quanto i grandi stati assoluti, predominanti in Europa, erano ormai interamente alieni dal riconoscere al papa alcuna supremazia di carattere politico e difficilmente ammettevano interferenze altrui nell'ambito della propria sovranità.
Dei pontefici della prima metà del sec. XVII, una delle figure più notevoli è il munifico ed autoritario URBANO VIlI BARBERINI (1623-1644), che tentò appunto d'intromettersi nella II° guerra del Monferrato per sostenere la tesi francese, ritenendo che l'ingresso della Francia nella penisola italiana avrebbe servito da utile contrappeso alla potenza spagnola. Il suo pontificato merita di essere ricordato altresì per l'annessione allo Stato Pontificio del piccolo ducato d'Urbino, avvenuta nel 1631, alla estinzione della famiglia dei Della Rovere. Questa direttiva politica portò però Urbano VIII anche all'assorbimento nello Stato Pontificio del ducato di Castro, feudo dei Farnese di Parma. E ciò scatenò la GUERRA DI CASTRO (1644-48), cioè un conflitto fra Urbano VIII ed i principi di Parma, Modena e Toscana, sostenuti da Venezia, che estese all'Italia centrale le devastazioni belliche e portò a grave scadimento il prestigio della Santa Sede.
Figure in genere prive di un grande rilievo politico o spirituale, i papi del secolo XVII escono pressoché esclusivamente dalle file di un ristretto cerchio di famiglie

 aristocratiche romane, come i Ludovisi, i Barberini, i Borghese, i Pamphilj ecc., che finiscono per esercitare una specie di monopolio di fatto del potere pontificio. Se i papi dell'età del Rinascimento si erano abbandonati alla pratica del nepotismo, cercando di costruire degli stati veri e propri ai membri delle proprie famiglie, i papi del Seicento danno vita al così detto PICCOLO NEPOTISMO. Come per una tacita convenzione, ciascun papa tende ad innalzare alle più alte cariche ecclesiastiche, compreso il cardinalato, membri della propria famiglia, conferisce loro lucrose prebende e donativi di terre e di beni, così da arricchirli e da permettere loro una vita di fasto principesco, di cui sono traccia tuttora le grandiose ville cardinalizie ed i magnifici palazzi gentilizi, che ornano dovunque la città Eterna ed i suoi dintorni. Il papa per di più si serve come di una specie di primo ministro, di uno dei propri parenti, elevato alla porpora cardinalizia (cardinale nipote), il quale diventa in tal modo non di rado il vero arbitro della politica papale. Sorta dalla necessità di circondarsi di persone fidate, questa pratica doveva però rivelarsi per ovvie ragioni estremamente dannosa e corruttrice nell'amministrazione dello Stato Pontificio, che difatti continuò costantemente a decadere sia dal punto di vista economico, sia da quello della sicurezza pubblica.
Più che per la loro attività politica o religiosa i papi del Seicento lasciarono perciò una traccia nella storia per il mecenatismo col quale emularono i loro predecessori del Rinascimento nella protezione degli artisti e per la grandiosità delle costruzioni, cui legarono il nome proprio e quello delle proprie famiglie. In mezzo allo squallore di una campagna malarica, infestata dai briganti, Roma seicentesca alza così lo sfarzo squillante delle sue monumentali chiese barocche, dei suoi palazzi e delle sue ville, dei suoi parchi, delle sue fontane. E' di questi anni la mirabile attività scultorea ed architettonica di GIOVAN FRANCESCO BERNINI (1599-1680), il grande maestro del barocco romano, imitato da una pleiade di emuli, come il BORROMINI ecc. Di questo tempo è il completamento della costruzione di S. Pietro, vanto dei pontificati di Paolo V e di Urbano VIII, cui più tardi il Bernini aggiungerà la cornice scenografica della superba piazza col suo colonnato. Di questi tempi è la costruzione di quegli edifici e di quelle piazze monumentali, costituenti nei secoli il caratteristico volto di Roma papale. Proprio il fasto e gli sperperi della corte papale formavano però un triste contrasto con la miseria dilagante nello Stato Pontificio e con lo sfacelo della sua amministrazione.
San Pietro

RIVOLTA A NAPOLI E A PALERMO - Dalla pace di Cherasco in poi, la Francia del Richelieu poté servirsi del

Piemonte, come base di operazioni contro la Lombardia spagnola. Si è visto, infatti come nel 1637 il Richelieu riuscisse a coalizzare contro la Spagna, sotto l'egida francese, i principi dell'Italia settentrionale, cioè Vittorio Amedeo I di Savoia, Odoardo Farnese, duca di Parma e il duca di Mantova. La coalizione, tuttavia, non portò a risultati concreti e quindi la guerra si prolungò per decenni interi nell'Italia settentrionale, aggravandone la devastazione. L'unico progresso fu la liberazione della Valtellina dagli spagnoli ed il suo ritorno sotto il governo dei Grigioni, salve clausole speciali per il mantenimento della religione cattolica nella vallata.
La situazione venne anzi a complicarsi perché la morte improvvisa di Vittorio Amedeo I (1637) lasciò gli stati sabaudi sotto la reggenza della vedova, la principessa francese MARIA CRISTINA DI BORBONE, detta Madama Reale, contro cui si levarono in armi i fratelli del defunto, sostenuti dagli spagnoli. La guerra civile fra madamisti e principisti (1637-42) si aggiunse così a quella esterna nel completare la rovina del Piemonte.
Morto anche il Richelieu, il Mazarino tentò di giungere ad una soluzione del conflitto sul fronte italiano, lanciando un attacco navale alle posizioni spagnole nella Maremma toscana. La spedizione fu al solito scarsa di risultati, ma determinò ugualmente lo scoppio di rivolte contro la Spagna tanto nel regno di Napoli, quanto in Sicilia, in analogia a quanto accadeva nel contempo in Catalogna ed in Portogallo.
La Spagna soleva puntellare il proprio governo nel regno di Napoli accarezzando le classi privilegiate della nobiltà e del clero, a danno dei ceti popolari, verso cui praticava invece una politica di oppressione e di esoso fiscalismo. Già in passato, il prete napoletano Grumo GENOINO aveva cercato di indurre il viceré DUCA DI OSSUNA (1616-1620) ad una diversa politica, intesa a comprimere l'alterigia della nobiltà e favorire invece l'elemento borghese. Il tentativo fallì, perché la nobiltà sparse la voce che l'Ossuna intendesse farsi re di Napoli, e fece insospettire la corte spagnola, ottenendo che il viceré cadesse in disgrazia e fosse richiamato (1620). Anche il Genoino fu imprigionato durante lunghi anni. La questione sociale tornò però ad esplodere, allorché la pressione francese si fece sentire nel Mediterraneo.
Il viceré, DUCA DI ARCOS, per apprestare la difesa di Napoli, ebbe necessità di denaro e volle procurarsene ponendo una gabella proprio sulla frutta, costituente parte importante dell'alimentazione del più umile popolo. Scoppiò allora una violenta insurrezione della plebe napoletana (7 luglio 1647), capeggiata da un giovane pescivendolo, TOMMASO ANIELLO, detto Masaniello. Dietro al Masaniello, ricomparve anche il Genoino, il quale cercò di volgere il movimento popolare all'attuazione dei suoi antichi programmi. Il viceré, impaurito, abolì pertanto la gabella della frutta e concesse i provvedimenti costituzionali reclamati dal Genoino. Da Napoli, la rivolta dilagò nelle provincie del regno, assumendo carattere di moto antifeudale, in cui le città si sollevarono contro il dominio dei baroni.
Masaniello, circuito di perfide carezze dal viceré e nominato Capitan Generale del fedelissimo popolo di Napoli, non tardò a dare segni di stranezza e perì assassinato (16 luglio 1647). La feudalità fece blocco con la Spagna, soffocando la rivolta nelle province con le sue masnade. Fra gli stessi insorti di Napoli si aprì un dissidio fra la borghesia, che trovava la propria espressione nel Genoino, e le masse popolari, che stavano trovando un nuovo capo nell'armaiolo Gennaro Annese. Napoli elesse a proprio capo un patrizio, FRANCESCO TORALDO, PRINCIPE DI MASSA, che però si dimostrò vacillante, allorché la Spagna tentò la riscossa, inviando una flotta al comando di un suo principe, DON GIOVANNI D'AUSTRIA, mentre i feudatari bloccavano la città dalla parte di terra. Lo stesso Genoino finì col consegnarsi agli spagnoli (settembre 1647), e morì mentre veniva tradotto in Spagna per via di mare. Ma il più umile popolo trucidò il principe di Massa e resisté valorosamente agli attacchi sotto la guida dell'Annese. In risposta, anzi, proclamò la repubblica ed invocò la protezione della Francia (22 ottobre). Anziché le forze regolari francesi, giunse però a Napoli Enrico di Guisa, duca di Lorena, un principe che vantava diritti al trono napoletano come erede degli Angiò. Costui riuscì a farsi proclamare duce della Repubblica Napoletana e tentò di cattivarsi la nobiltà. Quest'ultima, però, restò in complesso ligia alla Spagna, in cui ravvisava la difesa migliore dei propri interessi, mentre l'atteggiamento del Guisa disgustava il popolo. D'altra parte, il Guisa non aveva nemmeno l'appoggio della Francia, in quanto era personalmente ostile al cardinale Mazarino. Don Giovanni d'Austria finì pertanto con l'aver ragione del duca di Lorena (aprile 1648), col favore stesso dell'Annese e dei popolari, ormai esasperati. Il dominio spagnolo fu restaurato su Napoli e seguirono dure rappresaglie, di cui fu vittima lo stesso Annese.
Analogo decorso ebbe una contemporanea rivolta che suscitò la fame a Palermo (maggio 1647) ed ebbe come proprio capo popolo il battiloro GIUSEPPE ALESSI. La fine del moto palermitano non fu però diversa da quella del moto di Napoli. L'Alessi, che era stato proclamato capitano generale, fu circuito dagli spagnoli, che fecero abilmente credere che egli si fosse venduto alla loro parte. Diventato odioso al popolo stesso, l'Alessi venne assassinato (agosto 1647) ed i rivoltosi, rimasti senza guida. finirono con l'essere domati. Nel 1649 anche in Sicilia il dominio spagnolo era così ristabilito completamente.

DECADENZA DELL'ITALIA - Neppure la pace di Westfalia pose fine alle calamità dell'Italia, in quanto Francia e Spagna continuarono a battersi nella Valle Padana sino alla pace dei Pirenei (1659), mentre Venezia continuava a logorarsi nell'interminabile guerra di Candia. Ai disastri della guerra, si aggiungevano calamità come la terribile peste del 1656, particolarmente micidiale per Napoli, di cui venne a completare la prostrazione. Il ritorno della pace, nel 1659, trovò pertanto l'Italia ad uno dei più bassi livelli della sua storia.

Devastazioni belliche, carestie e pestilenze avevano ridotto sensibilmente la popolazione italiana. Il collasso dell'impero spagnolo aveva trascinato nella decadenza la stessa Genova e si era duramente ripercosso sul resto della penisola, spegnendone la residua vitalità economica. La travolgente concorrenza olandese ed inglese aveva soppiantato il commercio veneziano nel Levante, aggravando gli effetti della guerra di Candia. L'Italia era ormai un paese quasi esclusivamente agricolo e per di più di una agricoltura quasi sempre povera ed arretrata.
Tutto ciò aveva avuto ripercussioni profonde sulle strutture sociali stesse del paese. Gli antichi ceti di imprenditori industriali e commerciali erano spariti o si erano trasformati in aristocrazie terriere: lo stesso patriziato di Venezia aveva investito in terre i propri capitali ed abbandonato del tutto gli affari. Le città avevano perso la loro antica vivacità e si erano ridotte a centri provinciali sonnacchiosi. La società italiana appariva ormai spartita fra un'aristocrazia fondiaria. per lo più inerte e parassitaria, monopolizzatrice delle cariche statali ed ecclesiastiche, ed una massa di contadini, in genere miserabile e priva di qualsiasi istruzione. Il più forte ceto intermedio restava quello delle professioni, ed in particolare il ceto dei legali, che a Napoli specialmente deteneva notevole prestigio sociale e culturale.
L'Italia aveva sofferto tutti i danni delle guerre, senza trarne alcun alleviamento nella propria schiavitù che veniva anzi raddoppiata con l'aggiungersi dell'egemonia francese sul Piemonte al tradizionale giogo spagnolo. Si aveva così uno dei periodi più squallidi della storia italiana, destinato a terminare soltanto ai primi del secolo XVIII, con l'eliminazione della Spagna dalla penisola.