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Chiesa protestantesimo e controriforma 1517-1563

 

LA RIFORMA PROTESTANTE - Nel corso del Medioevo la Chiesa diede spesso grande importanza non solo alla sua missione spirituale, ma anche al potere, alle ricchezze, alla politica. A causa del crescente bisogno di denaro per il mantenimento della corte e l’abbellimento di Roma, alcuni pontefici incoraggiarono la vendita delle indulgenze. Organizzata da banchieri e affidata a spregiudicati banditori, essa divenne via via più scandalosa. In particolare sollevò forti proteste quella che ebbe luogo per finanziare la costruzione della nuova basilica di San Pietro nel 1517.
Contro lo scandalo delle indulgenze levò la sua protesta il tedesco Martin Lutero. Egli scrisse 95 tesi contro la Chiesa di Roma. Inoltre tradusse in tedesco e fece stampare la Bibbia, per renderla comprensibile a tutti nel 1534.
Lutero negava la possibilità di salvezza dell’anima ottenuta in cambio di denaro (indulgenza) e sosteneva la predestinazione, negando perciò il libero arbitrio. Inoltre Lutero sosteneva la libera interpretazione dei testi sacri e quindi l’inutilità della Chiesa come organizzazione.
Le idee di Lutero ebbero uno straordinario successo. La Bibbia in tedesco si diffuse fra il popolo. Svariati principi tedeschi lo appoggiarono, sia contro le pretese della Chiesa cattolica in materia di tasse sia contro l’autorità dell’imperatore cattolico Carlo V. Ne seguì una lunga guerra contro l’imperatore. Nel 1555 la pace di Augusta riconobbe solo per i sovrani il principio della libertà di religione: i popoli dovevano adeguarsi alla scelta religiosa del proprio re. Alcuni stati della Germania abbracciarono la religione protestante, altri rimasero cattolici.
In alcuni paesi ebbe successo la riforma di Calvino (1536), basata sulla dottrina della predestinazione e su un forte rigore morale. I calvinisti furono chiamati ugonotti in Francia e puritani nel mondo anglosassone. In Inghilterra il re Enrico VIII si staccò dalla Chiesa cattolica per motivi politici. Desiderava infatti ottenere il divorzio dalla moglie, la spagnola Caterina d’Aragona, ma il pontefice, che non voleva inimicarsi la Spagna, non lo concesse. Il sovrano inglese la considerò un’offesa contro la sua autorità. Nel 1534 fece perciò approvare l’Atto di supremazia, con il quale decretava la separazione dalla Chiesa di Roma e la nascita della Chiesa anglicana, di cui il re era il capo.

 

IL PROBLEMA DELLA RIFORMA DELLA CHIESA - Già prima della ribellione di Lutero il problema della riforma della Chiesa era considerato molto importante da molti cristiani. Forti si erano state le richieste di un risanamento morale. Per molti si trattava di una riforma morale, per altri invece, la riforma doveva sconvolgere le strutture fondamentali della Chiesa stessa. Dopo i concili di Costanza e Basilea molti erano favorevoli a considerare l'autorità dell'assemblea dei vescovi superiore a quella del papa. In Francia si era inclini alla strutturazione di una chiesa nazionale diretta dai vescovi e controllata dal re. Princìpi analoghi erano diffusi anche fuori dalla Francia, e diverse erano le voci che consideravano il papa un usurpatore delle prerogative vescovili e un oppressore dell'autonomia delle chiese locali.
Ancora più estreme erano le posizioni di Giovanni Wycleff (1330-1384) e Giovanni Huss (1369-1415). Essi sostenevano che l'autorità in materia di fede consisteva nella Scrittura, invece che nel magistero papale, che la redenzione dell'uomo avveniva per fede nell'interno della coscienza di ciascuno, indipendentemente dalla minuziosa osservanza di pratiche esteriori, ed auspicavano un ritorno alla semplicità apostolica.
Dalla metà del sec. XV, tuttavia, le correnti conciliaristiche (coloro che consideravano il Concilio superiore al papa) ed i seguaci del Wycleff e dello Huss sembravano avere perduto qualsiasi importanza.
Gli hussiti sopravvivevano ancora in Boemia, il tentativo compiuto da Luigi XII di radunare un concilio antipapale (1511) era caduto miserevolmente tra l'indifferenza generale.
A far scattare la Riforma non sarebbero stati, perciò, questi movimenti di base, ma altre circostanze di carattere spirituale e materiale nei primi del cinquecento.
In primo luogo il vasto rinnovamento spirituale mosso da Erasmo e da altri umanisti. Esso aveva esercitato profonda influenza nella coscienza religiosa degli ambienti più colti di Europa, diffondendovi un desiderio di rinnovamento spirituale, ma anche un certo fastidio nei confronti della vecchia scolastica e l'avversione per l'ignoranza e i vizi del clero. Forte era anche in quegli ambienti l'interesse per lo studio del Nuovo e del Vecchio Testamento e la tendenza a portare in quest'ultimo il metodo critico introdotto da Lorenzo Valla e da altri umanisti italiani.
In secondo luogo il malcontento per la politica papale. Roma del Rinascimento era più la capitale di sovrani temporali, amanti del mecenatismo e pronti a combattere i propri avversari con tutte le armi disponibili, che non un faro di fede e di spiritualità. I papi rinascimentali avevano dato spettacolo di nepotismo e di mondanità.
Inoltre occorre ricordare che la Chiesa era un fenomeno molto importante anche sul piano economico. In ogni nazione il clero possedeva grandi ricchezze che facevano gola ai principi e ai potenti. Le spese di Roma per il fasto, le guerre e la costruzione di splendidi monumenti succhiavano somme enormi da tutta la cristianità.
Da tempo era in atto una guerra tra le monarchie europee ed il Papato attorno al diritto di proprietà e di sfruttamento delle rendite ecclesiastiche.
Nei paesi come la Germania, dove l'autorità dello stato era meno solida che in Francia o in Inghilterra, le esazioni di denaro da parte di Roma aumentavano insieme con l'indignazione delle popolazioni, per le ingenti ricchezze che andavano ad alimentare il fasto di una corte che sembrava aver perso il diritto di considerarsi una guida morale e spirituale per la cristianità.
Ma anche negli stati in cui la monarchia manteneva in pugno il controllo delle rendite della Chiesa la ricchezza del clero e l'estensione dei suoi possessi territoriali creavano gelosie e malumori. Dati i legami esistenti fra l'alto clero e le classi più elevate della società, ogni aspirazione riformatrice acquistava carattere politico ed economico.

MARTIN LUTERO - Nato ad Eisleben nella Sassonia, da genitori di modesta origine, fattosi monaco agostiniano e quindi salito alla cattedra di teologia dell'università di Wuttenberg, Martino Lutero aveva poco sentito l'influsso dell'umanesimo di Erasmo, verso cui nutriva antipatia, né aveva il temperamento del predicatore politico.
le 95 tesi di LuteroMonaco austero e disciplinato era stato a lungo travagliato da un profondo dramma religioso.
Pur seguendo le regole del suo ordine, il pensiero dell'indegnità dell'uomo, di fronte a Dio, lo atterriva, e gli sembrava impossibile sottrarsi all'eterna dannazione. A questa crisi non trovava soluzione nella teologia scolastica tradizionale. Cercò dunque una risposta al problema nella meditazione degli scritti di Paolo e di Agostino.
Da questi trasse la convinzione che la salvezza è il frutto non delle opere dell'uomo, ma esclusivamente della grazia di Dio, ricevuta con la fede, di cui le opere sono la conseguenza esteriore. La dottrina di Martino Lutero si distaccava da quella del magistero papale. Per Lutero la salvezza è frutto di una rigenerazione totale della personalità del credente, ricevuta per fede dalla Grazia divina, per la Chiesa cattolica l'uomo deve collaborare all'opera della salvazione con le proprie opere, che lo rendono degno del sacrificio di Cristo. Le buone opere che l'uomo compie hanno per la Chiesa tanta importanza che non valgono soltanto alla sua salvezza finale, ma anche alla remissione delle pene che l'anima dovrebbe subire nel Purgatorio. Le buone opere, anzi, possono essere compiute anche per la liberazione delle anime del Purgatorio. La Chiesa, infatti, disponendo del tesoro infinito dei meriti di Cristo e dei Santi, può concedere l'indulgenza delle pene del Purgatorio, proprie e altrui, a tutti coloro che le scontino con atti di pentimento, penitenze, pellegrinaggi, cerimonie religiose, offerte in denaro ed in beni alla Chiesa ecc.  Egli insegnava già da qualche tempo nei suoi corsi universitari la teoria della giustificazione per fede quando fu sottratto alla sua cattedra e imposto all'attenzione del mondo dalla questione delle indulgenze.

LE INDULGENZE - La vendita di indulgenze per la liberazione delle anime del Purgatorio, da parte della Chiesa, era divenuta pratica costante ed aveva provocato anch'essa un generale abbassamento di livello spirituale. Essa aveva assunto il carattere di una vera e propria transazione finanziaria, un comodo espediente per fare denaro.
vendita delle indulgenzePredicatori grossolani convincevano le folle che il pagamento di una somma fosse sufficiente all'indulgenza, le banche lucravano forti guadagni prendendo in appalto la vendita delle indulgenze. Gli stessi principi esigevano una percentuale sulle vendite delle indulgenze per dare l'autorizzazione.
Una concessione di indulgenze fu annunziata nel 1514 da Leone X. In Germania l' intromissione della banca Fugger e la rozzezza del predicatore GIOVANNI TETZEL, cui venne commesso l'incarico di bandirla, finirono per ridurla ad uno spettacolo tutt'altro che edificante.
Martin Lutero volle protestare contro il Tetzel e la vendita delle indulgenze. Per fare ciò, affisse alla porta della cattedrale di Wittenberg, il giorno della vigilia di Ognissanti del 1517, 95 tesi teologiche sull'argomento, offrendosi di disputarle contro chiunque. Da tale gesto si suole datare l'inizio della Riforma.

CONDANNA DI MARTIN LUTERO - Il contenuto delle tesi, in cui si denunciava la forma irriverente con cui le indulgenze erano concesse e si metteva in dubbio il potere del papa a concederle, commosse vivamente il popolo tedesco. L'ostilità contro lo sfruttamento della Germania a vantaggio della santa sede romana, provocò attorno al gesto di Lutero una vasta popolarità. Le dispute con i sostenitori delle indulgenze spingevano Lutero a precisare in senso sempre più radicale il suo pensiero. Un fiume di scritti usciva dalla sua penna, abbandonando il solenne latino dei dotti, e rivolgendosi al popolo della Germania nel linguaggio tedesco volgare.
Tre scritti del 1520 fissavano i tratti fondamentali della Riforma: il trattato "Della libertà del cristiano", in cui Lutero precisava la teoria della giustificazione per fede; il "De captivitate babilonica Ecclesiae", in cui veniva ribadito il concetto che solo la Scrittura poteva essere norma di fede; l'"Appello alla nobiltà ed ai magistrati della nazione germanica", in cui si esprimeva il concetto del sacerdozio universale dei credenti, di intervenire nella questione religiosa contro il papa ed i suoi sostenitori.
Si vide allora l'importanza della recente invenzione della stampa. Gli scritti del Lutero correvano tutta la Germania a migliaia di copie, destando dovunque polemiche ed acclamazioni. Dal mondo dei teologi, la discussione traboccava nelle vie e nelle piazze.
Martin Lutero raccoglieva i consensi di ogni strato sociale, dai dotti ai turbolenti cavalieri, avidi dei beni del clero ed infiammati dalle invettive anticlericali dell'umanista soldato ULRICO VON HUTTEN; dagli artisti, come ALBERTO DÙRER, ai principi e alle masse popolari.
Da principio Leone X non dette importanza a quella che gli sembrava una bega di frati tedeschi. Successivamente, il 15 giugno 1520, lanciò una bolla di scomunica contro Lutero. Quando la bolla giunse a Wittenberg Martin Lutero la bruciò sulla pubblica piazza.
La conseguenza di un gesto simile avrebbe dovuto essere una condanna al rogo, ma l'elettore FEDERICO DI SASSONIA esitò a perseguitare il riformatore.
La vertenza venne rimessa alla Dieta di Worms, tenuta nel seguente 1521 alla presenza del neoeletto imperatore Carlo V. Davanti alla Dieta, Lutero riaffermò i suoi principi e rifiutò di ritrattare i propri scritti. L'imperatore rispose mettendolo al bando dell'Impero. Ma nel ritorno da Worms, un gruppo di cavalieri mascherati, per ordine dell'elettore Federico di Sassonia, rapì il riformatore per sottrarlo all'arresto da parte dell'imperatore e lo condusse nel castello della Wartburg, dove egli restò per circa un anno, fino a che il pericolo non fu scomparso. Durante il suo soggiorno nella Wartburg Lutero redasse la sua traduzione della Bibbia in volgare, che ebbe nella storia letteraria del popolo tedesco importanza analoga a quella della Divina Commedia nel volgare italiano.

LA RIFORMA - Dal 1521 al 1529 Carlo V fu impegnato in guerre con Francesco I di Francia, che gli impedì di dare esecuzione al bando di Worms. Lutero, invece, dovette uscire dalla Wartburg, per affrontare la situazione creatasi a Wuttenberg ad opera di agitatori, come ANDREA CARLOSTADIO e TOMMASO MÙNTZER.
A Lutero i problemi organizzativi sembravano poco rilevanti rispetto a quello della salvezza delle anime. Egli desiderava più la riforma delle coscienze, che non quella delle strutture della Chiesa. Ma ormai il Carlostadio ed il Muntzer scagliavano le folle contro i preti ed i conventi.
Anche Lutero, dunque, per evitare tumulti, dovette proporre riforme del culto e degli ordinamenti ecclesiastici.
Il latino era sostituito dalla lingua volgare, compresa da tutti i fedeli. Nella messa, una parte preminente sarebbe stata occupata dalla lettura della Bibbia, da un sermone esplicativo, da un canto di fedeli scritto in volgare. Lo stesso Lutero ne compose alcuni. Accettando esclusivamente ciò che aveva fondamento nella Scrittura ridusse i sacramenti a due: il Battesimo e l'Eucaristia. Partendo dal sacerdozio universale dei credenti negava ogni differenza tra laici e clero, il celibato ecclesiastico veniva abolito insieme ai privilegi per clero e conventi. Lo stesso Lutero, qualche anno più tardi, si sposò con una ex monaca. E i rapporti con lo stato?
Partendo dalla convinzione che la sola cosa importante fosse la salute delle anime, Lutero considerava lo Stato null'altro che un freno agli istinti malvagi dell'uomo, voluto dalla Provvidenza, ma limitato solo all'ambito delle cose esteriori. In quell'ambito, il cristiano doveva ubbidire allo Stato e sopportarlo con pazienza, qualora fosse malvagio e persecutore. La vita spirituale restava fuori dalla sfera di attribuzioni dello Stato. Lutero riteneva che i principi e i magistrati fossero responsabili davanti a Dio dell'autorità ricevuta.
Se cristiani i governanti dovevano occuparsi non solo del buon andamento della società civile, ma altresì di assicurare quella spirituale dei sudditi, sostituendosi agli ecclesiastici, in caso di carenza di questi ultimi. Da un lato, dunque, il Riformatore tracciava una separazione fra potere civile e sfera religiosa; dall'altra, invece, sembrava invitare le autorità a riprendere quelle funzioni nel campo ecclesiastico, che gli imperatori del Medioevo avevano esercitato.
Dei due poli dialettici del pensiero luterano, il secondo finì per prevalere di fatto, per l'ovvio motivo che principi ed autorità si impadronivano dei beni ecclesiastici.
La Riforma luterana fu dunque promossa dalle autorità, a cominciare dall'ELETTORE di SASSONIA, il cui esempio fu seguito da altri principi territoriali, come il LANDGRAVIO DI ASSIA, nonché dalla maggior parte delle città mercantili, come NORIMBERGA, AUGUSTA, ULMA ecc.

CAVALIERI E CONTADINI - La Riforma scatenò la rivolta fra i contadini e la piccola nobiltà. Lutero non intendeva trasportare sul terreno politico, ma le sue intenzioni furono soverchiate dagli scontenti. Questi avevano acclamato la protesta di Lutero contro la Chiesa ufficiale, ma quando videro che la Riforma andava solo a vantaggio dei principi e delle città libere, lasciando i diseredati nella miseria, proruppero in aperta rivolta. La rivolta dei cavalieri scoppiò nel 1522-23, nei territori dell'elettorato vescovile di Treviri, del Wurttenberg e della Baviera, guidata da FRANZ VON SICKINGEN e da ULRICO VON HUTTEN.
Quest'ultimo aveva fatto appello Lutero perché si mettesse alla testa di un moto nazionale tedesco, contro Roma e contro l'Impero, ma Lutero rifiutò per non ridurre la causa del Vangelo ad una vertenza politica. I cavalieri assalirono le proprietà ecclesiastiche e insanguinarono la Germania finché le forze dei diversi stati non li schiacciarono.
Nel 1525, scoppiò la rivolta dei contadini, fomentate anche da agitatori religiosi, come Tommaso Muntzer, contro il quale Lutero era già intervenuto a Wittenberg. Questi agitatori ritenevano le riforme luterane insufficienti a riportare la Chiesa alla purezza dei tempi apostolici. Tanto per i cattolici che per i Luterani la Chiesa comprendeva tutti i battezzati, inclusi coloro che tenevano una condotta deprecabile. Alla Chiesa tradizionale questi integralisti opponevano una comunità di credenti rigidamente osservanti.
La Chiesa tradizionale non aveva alcun valore e quindi non poteva avere valore neanche il battesimo da lei impartito ai fanciulli: solo i convertiti adulti ed in piena maturità spirituale potevano ricevere il battesimo, come segno della loro personale conversione.
Di qui il nome di anabattisti che venne dato ai seguaci di queste idee radicali. Se invero la Chiesa tradizionale era falsa ed anticristiana, altrettanto doveva dirsi della struttura sociale, di cui tale Chiesa era in certo modo il pilastro. Al nuovo battesimo doveva corrispondere l'avvento di una nuova società, realmente cristiana, in cui i poveri e gli oppressi fossero riscattati dagli oppressori.
La rivolta divampò in tutta l'alta Germania, dalla Renania alla Svezia ed all'Austria. I contadini fissarono le proprie rivendicazioni nei Dodici articoli e si organizzarono militarmente sotto la guida del Muntzer, gettandosi all'assalto di castelli feudali e città mercantili, mentre il loro condottiero, con infaticabile attività, cercava di unire al moto rurale anche il proletariato delle miniere e dei centri urbani.
Martin Lutero in un primo momento riconobbe la fondatezza dei Dodici Articoli, ma si sgomentò davanti alle violenze dei rivoluzionari e li condannò con violenza, invocando l'intervento dei principi contro di loro. Un esercito di principi sgominò le schiere contadine del Muntzer a Frankenhausen, ed una sanguinaria reazione si accanì contro i ribelli con raccapricciante crudeltà, contro cui valsero ben poco le tardive proteste del Lutero.


ULRICO ZWINGLI.
Quasi contemporaneamente alle vicende della riforma luterana, un predicatore di Zurigo, formato alla scuola degli umanisti italiani e di Erasmo, Ulrich Zwingli (1484-1531), promuoveva una radicale trasformazione nelle istituzioni ecclesiastiche della sua città, intesa ad eliminare tutto ciò che non fosse rigorosamente fondato sull'autorità del Nuovo Testamento. La riforma dello Zwingli trionfava in Zurigo nel 1528, mentre analogo successo avevano uguali iniziative riformatrici in altre città della Svizzera, come Berna e Basilea, o della zona meridionale dell'Impero germanico, come Strasburgo, Costanza, Lindau ecc.
Questa riforma svizzera e strasburghese non tardò a rivelare caratteri assai diversi da quella di Lutero, anzi, tutti i suoi iniziatori come lo Zwingli a Zurigo, come MARTINO BUCERO (1491-1555) a Strasburgo, come Giovanni ECOLAMPADIO (1482-1531) a Basilea ecc., erano tutti di formazione erasmiano-umanistica più che monastica, ed assumevano un atteggiamento più radicale di quello del Lutero nei riguardi della tradizione. Svizzera - rifugio protestanti
Lutero aveva creduto sufficiente eliminare da quest'ultima quanto contrastava con la Scrittura, mantenendo buona parte dell'apparato esteriore; lo Zwingli, il Bucero ecc., invece, ritenevano necessario cancellare tutto ciò che non trovasse un preciso fondamento nel Nuovo Testamento. Lutero aveva conservato i sacramenti del battesimo e della comunione, ma i nuovi riformatori interpretavano anche questi sacramenti come simboli di una realtà puramente spirituale ed interiore. Lutero conservava ancora qualcosa del culto ecclesiastico, lo Zwingli ed i suoi bandivano tutto questo, come privo di fondamento nella Scrittura e riducevano il culto alla sua più semplice espressione, proscrivendo ogni sia pure remota traccia di fasto esteriore. Nel metodo stesso della propria diffusione la Riforma svizzero-straburghese mostrava la sua differenza.
Mentre Lutero faceva affidamento sui principi e le autorità costituite, lo Zwingli ed il Bucero fidavano sulla forza illuminatrice della ragione e della persuasione. La Riforma luterana si imponeva dall'alto, quella zwingliana si diffondeva dal basso, attraverso la discussione critica.
I riformatori di formazione umanistico-erasmiana, infine, avevano interessi politico-sociali più accentuati di quelli del Lutero, sebbene rifuggissero dalle posizioni rivoluzionarie degli anabattisti e le combattessero aspramente.
Formatisi alla scuola dell'umanesimo italiano, con la sua riscoperta dell'etica civile della Romanità e la sua appassionata ammirazione per Platone e la sua Repubblica, essi intendevano estendere la restaurazione del vangelo alle strutture politiche e sociali. In genere inclinavano verso l'ideale di un regime repubblicano interessato al benessere sociale, zelante in particolare della pubblica istruzione e sorretto da una conscia dedizione dei cittadini al bene della collettività.
Il più radicale fu lo Zwingli, che si trovò in conflitto con Lutero ed alquanto isolato, rispetto agli altri riformatori stessi della sua corrente. Come nel campo teologico si spingeva fino ad interpretare la Comunione come commemorazione soltanto della morte del Salvatore, rifiutando la dottrina della presenza del Cristo nel sacramento, così nel campo pratico si gettò attivamente nella lotta politica. In particolare, lanciò una campagna contro l'uso di andare a prestare servizio mercenario all'estero, dicendolo indegno di un popolo libero e cristiano. Egli allora si trovò di fronte l'ostilità dei cantoni, rimasti cattolici, di Schwytz, Unterwalden, Lucerna e Glarus, che erano la parte più povera della Svizzera, per la quale il servizio mercenario all'estero rimaneva una fonte essenziale di guadagni. Nacque così un conflitto, in cui, nella battaglia di Cappel (1531), i cantoni protestanti vennero sconfitti da quelli cattolici, e lo Zwingli stesso, che aveva accompagnato l'esercito come cappellano, venne ucciso. La riforma di Zurigo, Strasburgo ecc. sopravvisse però alla morte dello Zwingli, ampliandosi anzi nella Svizzera stessa, irradiandosi in Francia e in Italia, soprattutto negli ambienti colti.
Ancora un po' incerta nel suo orientamento, la riforma svizzera doveva ricevere maggiore impulso e più ampio respiro attraverso l'opera del francese GIOVANNI CALVINO (1509-1564).

LA DIFFUSIONE DELLA RIFORMA LUTERANA - Il luteranesimo intanto si diffondeva nell'Europa settentrionale, nei paesi del Baltico e del Mare del Nord.
Il re di Danimarca CRISTIANO II aveva tentato d'introdurre un governo assolutistico, servendosi del clero dei suoi regni. La Svezia, che da tempo anelava all'indipendenza, insorse nel 1523, cacciò la dinastia danese e proclamò la propria indipendenza sotto il re Gustavo Vasti (1523-1560), che presto abbracciò il luteranesimo e confiscò i beni del clero.
Nello stesso anno, 1525, la Danimarca detronizzava Cristiano II elevando al trono suo zio, il duca FEDERICO DI HOLSTEIN (1525-1533), che abbracciava il luteranesimo estendendo la Riforma alla Danimarca ed alla Norvegia. Uguale decisione prendeva infine nel 1525 il gran maestro dell'Ordine dei cavalieri teutonici, ALBERTO DI HOHENZOLLERN.
Da allora i beni dell'Ordine costituirono il ducato di Prussia sotto la signoria ereditaria degli Hohenzollern, mentre gli antichi cavalieri si trasformavano in feudatari laici.
Le guerre con Francesco I avevano impedito a Carlo V di affrontare dal 1521 in poi il problema religioso della Germania. Ad un certo momento si trovò come avversario lo stesso papa Clemente VII, e questo non lo incoraggiò ad essere molto deciso contro i Luterani.
Conclusa la guerra e rappacificatosi col papa, Carlo V volle occuparsi della Germania. Nella dieta di Spira del 1529 minacciò di attuare gli editti di bando contro Lutero promulgati alla dieta di Worms del 1521. A tale minaccia i principi e le città aderenti alla Riforma reagirono energicamente e da quel momento presero il nome di protestanti.
Per il momento non si giunse ad alcuna conclusione.
Nel 1530 dopo il congresso di Bologna e la propria incoronazione imperiale, Carlo V radunò la dieta di Augusta, dove i protestanti presentarono una confessione di fede, o Confessio Augustana, redatta da FILIPPO MELANTONE, la quale doveva rimanere la dichiarazione fondamentale del luteranesimo.
Esauriti i mezzi pacifici di conciliazione, Carlo V accennò allora a passare a misure di coercizione, ma ebbe in risposta la coalizione detta Lega di Smalcalda (1531) cui aderirono l'elettore di Sassonia, il langravio di Assia, vari principi tedeschi e undici città imperiali, con lo scopo di difendere il protestantesimo.
Minacciato dai turchi sul Danubio e nel Mediterraneo, impensierito dalla Francia, Carlo V fu costretto ad abbandonare l'idea di sottomettere con la forza i luterani.
La Riforma luterana sboccò in un regime di Chiesa di Stato. Nei principati germanici o scandinavi, il principe divenne custode della coscienza dei propri sudditi. Tale evoluzione fu favorita anche dagli sviluppi della teologia dei discepoli del Lutero. Si arrivò ad una concezione etica dell'autorità statale, in antitesi a quella meramente naturalistica del Machiavelli.
Si dette allo Stato un netto carattere autoritario, facendo dell'ubbidienza alla sua autorità un dovere religioso.
Ciò non impedì che gli anabattisti continuassero a diffondersi in Germania, nei Paesi Bassi ed altrove, specie tra i lavoratori delle città industriali.
Nel 1534 si ebbe in Germania un'esplosione rivoluzionaria culminata nella conquista della città di Munster da parte degli anabattisti. Guidati dal sarto olandese Giovanni da Leyda, essi instaurarono un integrale regime comunista, resistendo all'assedio posto alla città dal vescovo di Munster, rinforzato da contingenti di principi cattolici e luterani. Infine i ribelli furono in gran parte massacrati, mentre Giovanni da Leyda periva fra le torture. L'anabattismo non scomparve del tutto; Inghilterraesso continuò a vivere in forma clandestina, specie nelle città olandesi.
Da allora, l'anabattismo assunse carattere pacifista, per opera dell'olandese MENNO SIMONS (donde l'appellativo di mennoniti dato ai suoi seguaci), rifiutando la violenza sotto qualsiasi forma e quindi anche l'uso della forza da parte dello stato, a guisa di una sorta di anarchismo non violento.

SCISMA D'INGHILTERRA - Era comune alle grandi monarchie europee esercitare un forte controllo sulla Chiesa, soprattutto riguardo ai beni ecclesiastici. Questo si riallacciava a una lunga tradizione medioevale sia della Chiesa francese o GALLICANA, sia della Chiesa inglese o ANGLICANA.
Le estreme conseguenze furono raggiunte nel regno d'Inghilterra col distacco da Roma ad opera del re Enrico VIII (1509-1547).
Malgrado la durezza Enrico VIII era un re assai popolare. La partecipazione dell'Inghilterra alle lotte tra Francia e Asburgo aveva dato

importanza internazionale al paese.
Enrico VIII aveva compreso che il destino dell'Inghilterra era sui mari ed aveva promosso la creazione di una flotta, per l'espansione della borghesia mercantile che già cominciava a realizzare forti guadagni esportando tessuti di lana. Il sentimento monarchico era forte nel paese e faceva perdonare al sovrano gli scandali della sua condotta privata e la ferocia del suo governo. Enrico VIII aveva una discreta preparazione teologica, servendosi della quale confutò in un opuscolo le tesi di Lutero. Leone X, in segno di riconoscenza, gli conferì il titolo di Defensor Fidei, che è tuttora conservato dai re d'Inghilterra.
Enrico VIII perseguitò ferocemente i Luterani, ma si trovò coinvolto in un aspro conflitto con il Papa. Salito al trono a diciotto anni, era stato sposato per ragioni politiche con la vedova di suo fratello maggiore, CATERINA DI ARAGONA, zia di Carlo V.
Caterina d'Aragona
La Chiesa vieta l'unione coniugale di cognati, e fu perciò necessario che una speciale dispensa fosse concessa dal papa perché il matrimonio di Caterina con Enrico VIII potesse essere celebrato. Dopo più di venti anni Enrico VIII, stanco della consorte, assai più vecchia di lui, ed irritato dal fatto che dal suo matrimonio non fosse nata che una bambina, MARIA, si invaghì di una dama di corte, ANNA BOLEYN. Tornò ad appellarsi al divieto del matrimonio tra cognati, chiedendo al papa Clemente VII di dichiarare nullo il vincolo che lo univa a Caterina di Aragona, ma Carlo V protestò contro l'affronto che Enrico VIII voleva infliggere ad una sua stretta parente. Anna Bolena
Clemente VII stava ingrandendo la casa dei Medici in conseguenza degli accordi con Carlo V e non poteva (a parte le considerazioni dottrinali) offendere l'imperatore accontentando il re inglese. Enrico VIII nel 1533 fece annullare il suo matrimonio con Caterina da un'assemblea di vescovi inglesi e sposò Anna Boleyn.
Scomunicato dal papa, egli fece votare nel 1534 l'ATTO DI SUPREMAZIA, con il quale il re era dichiarato capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. La Chiesa inglese doveva cessare di avere rapporti con il papa, considerato esclusivamente come il vescovo di Roma, così come doveva cessare qualunque rimessa di denaro alla corte romana.
Enrico VIII non aderiva alla Riforma protestante. Le forme esteriori del culto ed i dogmi venivano conservati nella loro forma tradizionale, i luterani continuavano ad essere mandati al rogo come eretici. Le sole innovazioni introdotte furono, per il momento, l'uso della lingua inglese invece del latino e l'abolizione progressiva dei conventi, voluta dal re per eliminare gli ordini religiosi difensori dell'autorità papale ed appropriarsi dei loro beni. Le immense proprietà terriere dei conventi, andarono in parte alla corona, in parte ad arricchire nobili e borghesi. Il re minacciò pene terribili a tutti coloro che non accettassero l'Atto di Supremazia. Tra le vittime del suo rigore furono il confessore della regina Caterina, il vescovo Fisima, e il grande umanista erasmiano TOMMASO MORO, più tardi canonizzati dalla Chiesa cattolica. In complesso le resistenze furono poche: l'avversione verso il papato e le continue esazioni di denaro richieste dalla corte di Roma erano tanto forti da far salutare con gioia la rottura con quest'ultima. I beni dei conventi, distribuiti fra la nobiltà e la borghesia, legarono definitivamente queste ultime alla causa dello Scisma.


RIFORMA IN ITALIA - Anche in Italia vi furono ambienti influenzati dallo spiritualismo di Erasmo, soprattutto tra il clero più colto e aperto, l'aristocrazia e gli intellettuali. Determinante fu l'azione svolta a NAPOLI negli anni 1530-1545 dall'umanista spagnolo GIOVANNI DI VALDÉS.
Questi propugnava le idee erasmiane di riforma, sosteneva la giustificazione per fede ed una concezione spirituale e intima della vita religiosa, fondata essenzialmente sulla lettura dei vangeli. Tra i suoi amici e seguaci si contavano figure importanti, come il celebre predicatore senese Bernardino Ochino, il protonotario apostolico Pietro Carnesecchi fiorentino, segretario di Clemente VII, il poeta latino Marcantonio Flaminio, l'umanista Aonio Paleario, la poetessa Vittoria Colonna.
Gruppi analoghi si formano in altre città italiane, specialmente negli stati dove minore è il peso della Spagna e più intensi i rapporti con i paesi transalpini, come Lucca, lo stato estense, la repubblica di Venezia.
A LUCCA diffondono idee riformatrici il teologo fiorentino Pier Martire Vermigli e l'umanista piemontese Celio Secondo Curione, mentre nelle maggiori famiglie, legate alla Francia ed alle Fiandre, attecchiscono le idee della riforma svizzero-strasburghese.
A FERRARA la duchessa Renata di Francia, figlia di Luigi XII e moglie di Ercole II d'Este, accoglie alla sua corte e protegge i fautori della Riforma italiani e francesi.
A MODENA si riunì per diverso tempo un'accademia letteraria d'impronta erasmiana, alle cui conversazioni partecipano eminenti prelati, come il cardinale Sadoleto, o letterati, come Ludovico Castelvetro e Francesco Molza. I contatti con le città tedesche e svizzere favoriscono la penetrazione del protestantesimo nel VENETO, dove si delinea un sotterraneo sviluppo dell'anabattismo specialmente nei ceti più umili della società.
Dallo stato veneto emigrerà oltralpe, aderendo al protestantesimo il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, già nunzio pontificio e più tardi acerbissimo polemista anticattolico. Ancora a Venezia il fiorentino Antonio Brucioli stampa nel 1532 una traduzione italiana della Bibbia, che riceve una vasta diffusione. Alla riforma svizzero-strasburghese aderiscono i superstiti VALDESI in Piemonte, in Francia e nell'Italia meridionale (1532). Questa diffusione delle idee erasmiane o protestanti non condusse alla formazione di una Chiesa dissidente.
Quasi tutto rimase allo stadio di cenacoli e di gruppi intellettuali, che davanti ai rigori della Inquisizione finivano con lo scomparire, mentre i loro esponenti cercavano rifugio all'estero o finivano sul rogo. Solo più tardi, sotto l'influenza del calvinismo, si ebbero taluni inizi di un'organizzazione ecclesiastica riformata, ma finirono stroncati dalle persecuzioni.


LA RIFORMA CATTOLICA - Parlando delle vicende religiose dell'Europa nella prima metà del secolo XVI non possiamo dimenticare, accanto alla Riforma protestante, il moto di riforma che si manifestava anche all'interno della Chiesa e che alcuni storici hanno definito RIFORMA CATTOLICA.
Già negli anni appena precedenti l'esplosione del luteranesimo, il pontefice Giulio II aveva riunito nel 1512 in Roma il V CONCILIO LATERANENSE  "Pro Reformanda Ecclesia", in opposizione al concilio scismatico promosso dalla Francia a Pisa.
Le vicende politiche di quel tempo, però, avevano impedito al concilio di compiere l'opera di revisione morale e disciplinare desiderata da tanti contemporanei. Il concilio si dissolse dopo cinque anni di vita con scarsi risultati. Né da allora, per qualche decennio, si fece alcunché di concreto in questo senso.
Maggiore importanza ebbero invece iniziative di carattere particolare. Nel 1517, ad esempio, si formava in Roma l'ORATORIO DEL DIVINO AMORE con lo scopo di intensificare la vita religiosa personale dei suoi aderenti e di praticare la carità. Diffusasi anche in altri centri italiani, la Congregazione del Divino Amore, formata da laici come da ecclesiastici, contò tra le sue file alcune delle personalità religiose più spiccate del tempo, come Gaspare Contarini, Reginaldo Pole, cugino del re Enrico VIII, ed il vescovo di Chieti, Giovan Pietro Carafa.
La stessa esigenza di una vita religiosa più profondamente vissuta, sboccava però nell'ambiente del Divino Amore a due conclusioni diverse. Una corrente, facente capo al Pole ed al Contarini, vagheggiava una rinascita religiosa fondata sullo spirito dell'umanesimo cristiano che accogliesse talune delle esigenze avanzate dalla Riforma, ma senza alcuna rottura con il Papato. Un'altra corrente, invece, rappresentata dal Carafa, vagheggiava la rinascita della pietà medioevale, dello spirito ascetico, della teologia scolastica tradizionale, con in più un maggior impegno nella carità e una maggiore preparazione culturale.
Da questa seconda tendenza fu conseguente la formazione di nuovi ordini religiosi, prevalentemente dediti alla carità, all'istruzione della gioventù ed alla predicazione popolare. Sotto la protezione del Carafa, S. Gaetano di Thiene fondò nel 1524 una congregazione, la quale dal titolo di vescovo di Chieti — latinamente Teate — del suo protettore, fu detta dei TEATINI. Seguirono con analogo indirizzo, anche i BARNABITI (1530), o Chierici regolari di S. Paolo, ed i SOMASCHI (1532), ambedue dediti in modo particolare a promuovere l'istruzione ed a prendere cura dei ragazzi e dei giovani. Larghe simpatie popolari acquistò infine l'ordine dei CAPPUCCINI (1528), uscito dal tronco dell'ordine francescano, con un programma di ritorno alla povertà ed all'umiltà primitive.

LA MORALE CALVINISTA E IL CAPITALISMO - Secondo la dottrina calvinista, il successo nel proprio lavoro era un segno sicuro della grazia di Dio. Infatti, se esisteva la predestinazione, chi si affermava dimostrava che Dio lo aveva, appunto, destinato al successo.
Da questa affermazione, alcuni studiosi, e in particolare il tedesco Max Weber (1864-1920), hanno fatto derivare una teoria: la religione calvinista favorì lo sviluppo economico e fece nascere quello spirito capitalistico che sta alla base dei moderni sistemi economici.
In realtà, come tutte le interpretazioni che gli studiosi danno della storia, anche questa interessante teoria ha i propri punti deboli e non sembra del tutto reale. In particolare, si può dire che anche nei paesi cattolici, e ben prima del calvinismo, vi furono intraprendenti e vivaci imprenditori: i mercanti di Firenze, Milano o Venezia del Due e Trecento ne sono un chiaro esempio. Inoltre non fu sempre molto stretto il rapporto fra lo sviluppo del capitalismo e lo spirito religioso. Ad esempio, la morale religiosa fu del tutto assente da fenomeni come lo sfruttamento di certe colonie o il commercio degli schiavi che, pure, portarono un forte sviluppo economico in paesi come l’Inghilterra o l’Olanda.
Infine la stessa dottrina di Calvino non mise tanto l’accento sulla ricerca del proprio interesse economico, cioè sulla caratteristica tipica del capitalismo, ma sullo svolgimento del proprio lavoro come dovere verso Dio e verso la comunità dei fedeli.
Opere buone e indulgenze - Così come i peccati commessi prolungavano queste pene, le opere buone realizzate nella vita le diminuivano. Esse potevano andare a vantaggio della propria anima, ovvero di quella di altri defunti, che già si trovavano in Purgatorio. La dottrina cattolica chiama indulgenza questo sconto di pena concesso a un’anima, questa riduzione del suo tempo di permanenza in Purgatorio. Le opere buone, dunque, davano diritto a un’indulgenza e aiutare la Chiesa nelle sue necessità materiali era sicuramente un’opera buona. La Chiesa infatti doveva mantenere se stessa, dare da vivere ai parroci, sacerdoti, vescovi, assistere i poveri e gli infermi. I fedeli consideravano l’aiuto dato alla Chiesa come un dovere, oltre che come un modo di salvarsi l’anima: i poveri davano piccole elemosine, i ricchi donavano o lasciavano in eredità terre e palazzi, costruivano e mantenevano monasteri, conventi, ospedali, istituzioni benefiche. Tutti coloro che possedevano qualcosa pagavano delle tasse alla Chiesa in proporzione alle loro ricchezze. Oggi noi possiamo considerare sbagliata o superficiale la speranza di aiutare le anime a raggiungere il Paradiso col pagamento di somme di denaro. Tuttavia, nel sentimento religioso della gente comune la ricerca delle indulgenze fu, per molti secoli, un’abitudine consolidata.
Tommaso Moro
TOMMASO MORO E LA LIBERTA' DI COSCIENZA - Cattolici e protestanti diedero spesso prova di crudele fanatismo religioso, uccidendo gli avversari, intimorendoli, obbligandoli con la forza alla conversione. Chi si oppose a questa tendenza fu perseguitato e, di frequente, pagò con la vita. Come Thomas More (o Tommaso Moro). More, umanista e filosofo era stato primo ministro e grande amico del re Enrico VIII, ma quando questi gli impose di giurare fedeltà alla chiesa anglicana, egli rifiutò di rinnegare la fede cattolica e per questo venne decapitato (1535). In questa lettera a un amico More spiega le sue ragioni, rivendicando il suo diritto alla libertà di coscienza. "In quanto alla coscienza degli altri, io non ne sarò giudice, né mai ho spinto alcuno a prestare o a rifiutare il giuramento. Ma in quanto a me, se per sventura mi dovesse accadere di prestare il giuramento, siate certo che mi sarà stato imposto ed estorto con la violenza e le sevizie. (,,). Sua Maestà non crede che la causa del mio rifiuto risieda nella mia coscienza, ma pensa piuttosto che sia frutto di una ostinata caparbietà. Mentre l’unico ostacolo è proprio la mia coscienza che conosce Dio, al cui volere io affido tutta questa"
 

GIOVANNI CALVINO - Di fianco alla riforma luterana altre correnti protestanti si affermarono in Svizzera e nella Germania meridionale, grazie allo Zwingli e ai riformatori di Berna, Basilea, Strasburgo ecc. queste correnti ricevevano intorno alla metà del sec. XVI impulso nuovo da Giovanni Calvino (1509-1564).
Nativo di Noyon, nella Piccardia, Calvino era figlio di una famiglia borghese che gli aveva procurato delle rendite ecclesiastiche e lo aveva avviato agli studi giuridici.
Il Calvino si era formato alla scuola dell'Umanesimo erasmiano ed aveva rivolto inizialmente le proprie simpatie verso il severo stoicismo di Seneca.
Intorno al 1532 una crisi religiosa lo aveva avvicinato alle posizioni della Riforma malgrado le feroci persecuzioni di Francesco I nei confronti dei protestanti.
Minacciato di arresto il giovane viaggiò in diverse parti d'Europa, recandosi tra l'altro a Basilea, dove nel 1536 stampò la prima edizione della sua opera fondamentale, la

"Istituzione della religione cristiana", ed a Ferrara, dove per breve tempo fu ospite della duchessa Renata di Francia, moglie di Ercole II d'Este, grande protettrice dei seguaci della Riforma. Rinunciò quindi ai benefici ecclesiastici e si dispose a lasciare la Francia per attendere in tranquillità agli studi che costituivano la sua passione, nella dotta e tranquilla Strasburgo.
Giovanni CalvinoDurante il viaggio il giovane Calvino dovette attraversare GINEVRA, una città di 12.000 abitanti, che da poco tempo si era sottratta al dominio politico-religioso dei vescovi. Malgrado gli sforzi di un ardente propagandista, il francese GUGLIELMO FAREL l'adesione di Ginevra alla Riforma si manteneva incerta.
Il Farel nel giovane connazionale intuì l'uomo capace di trasformare la situazione e lo scongiurò di restare a Ginevra. L'altro oppose il proprio desiderio di tranquillità e la necessità di terminare gli studi, ma il Farel, sdegnato, minacciò la maledizione di Dio su di lui, qualora avesse rifiutato di dare la sua opera in Ginevra. Vinto da quella terribile invocazione, Giovanni Calvino restò. Il timido intellettuale si trasformò gradualmente in uno dei più ferrei condottieri spirituali del suo tempo.
I ginevrini non erano contenti di essersi sottratti al dominio del vescovo per assoggettarsi ad accettare la professione di fede redatta dal Calvino e dal Farei. La rilassata moralità di una città del sec. XVI male si accordava con il programma di rigorosa austerità, che i due riformatori avrebbero voluto realizzare. Le reazioni ostili degli abitanti verso i due predicatori francesi in capo a due anni divennero tanto forti da costringerli nel 1538 ad abbandonare Ginevra ed a rifugiarsi altrove.
La traccia lasciata in Ginevra dalla vigorosa personalità del Calvino si dimostrava tuttavia tanto forte, da indurre la cittadinanza, già nel 1541, a chiederne il ritorno. Il riformatore, rientrato nella città, poté così fare accogliere le sue famose Ordonnances ecclésiastiques, sul cui modello si sarebbero poi foggiate le costituzioni ecclesiastiche di gran parte delle chiese protestanti, ed instaurare in Ginevra quel rigoroso ordinamento politico-religioso, che doveva fare di essa, nella mente del Calvino, la realizzazione perfetta della società cristiana.

GINEVRA - Calvino era convinto che l'opera della Riforma fosse inscindibile dal rinnovamento della cultura e dovesse partire dalla formazione di un corpo di ministri del culto, moralmente irreprensibili e accuratamente istruiti, specialmente nella conoscenza dei testi originari — ebraici e greci — della Scrittura.
Il Calvino concepiva l'ufficio di questi ministri di culto, o pastori, come un ufficio di persuasione e quindi di predicazione. Egli rifiutava la subordinazione luterana della chiesa allo stato e sottoponeva lo stato e la società alla critica ed al giudizio del vangelo.

Calvino non intendeva creare alcune isole di uomini perfetti separate dallo stato e dalla società, ma piegare stato e società all'accettazione di una disciplina etico-religiosa altrettanto esigente di quella dei settari. Questo accoppiamento di radicalismo rivoluzionario e di capacità legislativa ed organizzativa, sarà il segreto della vitalità dell'opera del Calvino e della sua propagazione, malgrado ostacoli e persecuzioni. La chiesa di Ginevra si fonda su due organi collegiali e democratici, lontani dall'autoritarismo luterano. All'amministrazione dei sacramenti ed alla predicazione del vangelo adempiono i pastori, radunati nella Venerabile compagnia dei pastori. Alla disciplina ecclesiastica, e al rigoroso controllo della moralità dei fedeli, presiede un altro organo nominato dal Consiglio generale della città, ma da questo indipendente nelle proprie decisioni, il Concistoro, formato dai pastori della città e da dodici laici, scelti per spiccata integrità morale ed autorevolezza. Il concistoro nella sua funzione di custode della morale pubblica e della vita religiosa della città, può comminare l'ammonizione ed eventualmente la scomunica agl'indegni, salvo ricorrere al magistrato civile, qualora siano ritenuti necessari castighi, come l'ammenda, il carcere, ed in casi gravissimi la morte.
La costituzione ecclesiastica calvinista, per mezzo del concistoro, formato in maggioranza da laici, impedisce il formarsi di una casta sacerdotale, distinta dal resto della cittadinanza, come nel cattolicesimo, ed al tempo stesso rifiuta la sottomissione incondizionata all'autorità statale del luteranesimo.
Al contrario, il concistoro ha l'autorità di ammonire lo stesso governo cittadino, qualora le sue azioni siano in contrasto con l'Evangelo e con la morale cristiana.

Ginevra, nella mente del Calvino, doveva diventare la città cristiana modello.

Il più intransigente idealismo evangelico si unisce alle aspirazioni riformatrici dell'Umanesimo, col loro forte retaggio platonico e la loro accentuazione dell'etica civile, nell'attuare in Ginevra un regime di austerità, il quale bandisce non solo ogni immoralità o frivolezza, ma anche lo sperpero ed il pauperismo, la speculazione sfrenata e l'ozio parassitario, l'alterigia nobiliare e l'ignoranza superstiziosa.
La città modello assume fisionomia cosmopolitica. Profughi di ogni nazionalità vi affluiscono, ottenendone la cittadinanza e rafforzando le schiere dei seguaci più ardenti del Calvino. L’Accademia di Ginevra prepara sempre nuovi predicatori, i quali sciamano per tutta l'Europa, a diffondervi la Riforma affrontando con ardore battagliero le lotte più dure o addirittura il rogo. Naturalmente le reazioni suscitate nella cittadinanza di Ginevra dalle rigide misure moralistiche del Concistoro, non sono sempre favorevoli e rischiano in qualche momento di scoppiare nella rivolta contro il Calvino ed i suoi sostenitori. Il governo ginevrino però non esita ad adottare aspre misure contro i turbolenti libertini, avversari del riformatore e della sua opera, ed arriva fino alla condanna al rogo (1553) dell'infelice MICHELE SERVETO, un medico spagnolo, sostenitore di una concezione eterodossa della Trinità, tendente a ridurre a proporzioni vicine a quelle dell'uomo la stessa persona del Cristo. In questo modo, prima che il Calvino chiuda gli occhi, consunto dalla fatica e dalle lotte, Ginevra è diventata la capitale di un vasto movimento di rivoluzione religiosa, che si estende da un capo all'altro dell'Europa.

L'ETICA DEL CALVINISMO - La teologia del Calvino parte da una concezione pessimistica dell'uomo. L'uomo sarebbe naturalmente inclinato al male ed avviato alla perdizione. Di contro alla sua miseria, si erge la maestà onnipotente di Dio, che nella sua infinita sapienza sceglie (predestinazione) alcuni eletti all'eterna gloria traendoli dai reprobi avviati alla dannazione eterna. Il credente, secondo Calvino, deve fare il bene su questa terra non per meritare la salvezza, ma per dimostrare la gloria di Dio.
Lungi dall'attendere fatalisticamente il compiersi del proprio destino, il calvinista si sente impegnato ad adempiere la missione che Dio lo ha predestinato a compiere. Tutto il suo sforzo è teso nello scoprire quale sia questo compito e nell'adempierlo con il massimo scrupolo, dando con il proprio comportamento la prova tangibile della elezione, che ha ricevuto dalla volontà di Dio. Mentre il Medioevo aveva creato il tipo dell'asceta, che abbandonava il mondo per ritirarsi nella solitudine della contemplazione, il calvinismo vagheggia una società di asceti, che vivono nel mondo e nel mondo operano indefessamente, sentendo in ogni atto della propria vita un valore religioso, una vocazione divina.
Tanto il Lutero quanto il Calvino ritengono che anche i governanti debbano conformarsi ai dettami della parola di Dio. Mentre il Lutero, però, asserisce che davanti ad un principe malvagio non vi è altro che accettare il martirio, il Calvino sostiene che i “magistrats inférieurs”, gli organi subordinati della società, hanno il dovere davanti a Dio di controllare che il principe si conformi alla parola di Dio ed addirittura di fargli opposizione, in caso di necessità estrema, per ristabilire l'ordine sociale minacciato dalla tirannide. Al posto dell'assolutismo per diritto divino, il calvinismo pone perciò il principio di un controllo del governo, esercitato legalmente attraverso organi inferiori, che in caso di necessità possono anche arrivare a rovesciare il sovrano. Già ordinato all'interno delle sue chiese con un sistema di governo ecclesiastico a carattere collegiale e parlamentare, il calvinismo sarà ben presto tratto in più di un paese ad opporre anche sul terreno politico ordinamenti a carattere collegiale, e perciò repubblicano, alle monarchie assolute.
Non meno rivoluzionario è l'atteggiamento del calvinismo sul terreno sociale ed economico. Partendo dal concetto della predestinazione, cioè della vocazione dei credenti a compiere nel mondo una missione affidata loro da Dio alla sua gloria, il calvinismo esalta il lavoro come atto religioso. Mercante o ministro della Chiesa, operaio, insegnante o uomo di stato, il calvinista sa che il suo mestiere o la sua professione non sono soltanto un affare personale, ma vocazione divina. Il tempo non va sprecato nell'ozio, come non si deve sprecare il denaro in piaceri carnali od in frivolezze. Anche il guadagno è qualcosa di sacro, in quanto è il segno della benedizione di Dio sopra l'attività svolta dal credente. Anch’esso non può essere dissipato ma deve essere impiegato con scrupolo, o in beneficenza o in nuovi investimenti.
Ma se ogni mestiere è sacerdozio, ne consegue che i credenti sono su un piede di parità fra di loro. Nessun privilegio ereditario ha più ragione d'essere, se la predestinazione divina può trarre l'ultimo dei plebei più in alto ancora del più nobile degli aristocratici. Le tendenze repubblicane fanno del calvinismo un pericolo per le monarchie assolute, la sua morale del lavoro e la sua concezione egualitaria ne fanno un pericolo per le aristocrazie del sangue e della spada.
La Chiesa medioevale aveva osteggiato l'idea che si potesse trarre un utile dal denaro dato in prestito. Il calvinismo invece considera legittimo l'investimento del capitale dietro corresponsione di un interesse, così come esalta la famiglia e l'amore coniugale, ed istaura una rigida moralità nel campo dei rapporti sessuali. Mentre il cavaliere spagnolo può sperperare in ostentazioni di grandezza i tesori rapiti nell'America, l'austero mercante calvinista vive la sua vita di sobrietà e di risparmio, in mezzo a ricchezze sempre crescenti, di cui egli tuttavia non tocca altro che una parte minima per le proprie esigenze personali, reinvestendo la maggior parte di esse in nuove imprese economiche. Così, nello stesso tempo in cui la scoperta dell'America fa affluire sui mercati europei quantità enormi d'oro e d'argento e stimola poderosamente la evoluzione economica del continente, il calvinismo contribuisce a formare la mentalità delle borghesie europee.

LA DIFFUSIONE DEL CALVINISMO - Calvino si sforzò di estendere la Riforma e di promuovere l'unione delle varie correnti protestanti. La sua influenza si diffuse nei più diversi paesi d'Europa. Nella Svizzera si giunse ad un accordo fra tutti i protestanti, che attutì le punte più radicali delle dottrine zwingliane. Nella Germania, si ebbe il passaggio alla Riforma dell'elettorato del Palatinato Renano, su posizioni dottrinali ispirate tanto dal Bucero o dallo Zwingli quanto dal Calvino: si creò anzi colà un fiorente centro intellettuale nella città di Heidelberg. Gli sforzi di unificazione del Calvino fallirono invece rispetto al luteranesimo: si ebbero così perduranti divisioni fra gli evangelici, seguaci della Confessione Augustana, ed i riformati, seguaci della corrente franco-svizzera. Va osservato, tuttavia, che in seguito il termine «evangelico» cessò di indicare i luterani soltanto: oggi, ad esempio, esso è divenuto sinonimo di «protestante» in genere.
Nell'Inghilterra, la morte di Enrico VIII portò al trono il suo figlio adolescente EDOARDO VI (1547-53), i cui tutori favorirono la diffusione del protestantesimo. Vennero chiamati predicatori dal continente, fu redatta una nuova confessione di fede a carattere nettamente protestante.
Al regno di Edoardo VI successe quello di MARIA LA CATTOLICA (1553-59), che riportò l'Inghilterra all'obbedienza alla Chiesa Romana, perseguitando sanguinosamente i protestanti. Seguì infine l'avvento al trono di ELISABETTA, la quale distaccò nuovamente la Chiesa Anglicana da Roma ed attuò una sorta di compromesso in materia ecclesiastica, lasciando sussistere dottrine prevalentemente protestanti accanto ad istituzioni episcopali ed a riti abbastanza simili a quelli cattolici. Tale compromesso incontrò l'opposizione della Chiesa Anglicana e dei puritani, intransigenti fautori del protestantesimo. Dottrinalmente il puritanesimo ebbe carattere piuttosto eclettico, accogliendo influenze di Strasburgo, Zurigo e più tardi Heidelberg, oltre che di Ginevra: portò tuttavia il marchio del calvinismo nella sua volontà rivoluzionaria e nel suo inflessibile moralismo. Ne vedremo infatti gli sviluppi nella Rivoluzione inglese del sec. XVII.
Il puritanesimo mise piede anche nell'America settentrionale, influenzandone la storia.
Nella Francia l'influenza calvinista poté espandersi guadagnando vasti consensi malgrado le persecuzioni di Francesco I ed Enrico II. La Francia fu travolta per questo nelle guerre di religione. I forti legami tradizionali con la Francia aprirono al calvinismo anche la Scozia, specie ad opera di Giovanni Knox (1505-72), ardente discepolo del Calvino.
La corona scozzese tentò di opporsi alla Riforma, ma i seguaci dello Knox insorsero e con l'aiuto di Elisabetta d'Inghilterra cacciarono la regina Maria Stuart (1561). Col nome di Chiesa Presbiteriana il calvinismo divenne religione nazionale della Scozia (1581).
Il calvinismo guadagnò infine anche i Paesi Bassi, soppiantando l'iniziale diffusione dell'anabattismo ed intrecciando le sue vicende con quelle della rivoluzione nazionale contro il dominio spagnolo e l'assolutismo di Filippo II.
Sempre all'influenza francese si dovette la forte penetrazione che il calvinismo trovò nell'Europa orientale, specie nell'Ungheria, ove esso si intrecciò col moto nazionale dei Magiari contro il dominio degli Asburgo, nonché in Polonia, ove esso fu però soffocato più tardi dalla Controriforma. Nella Boemia, infine, gli eredi del movimento hussita, organizzatisi col nome di Unità dei Fratelli Boemi, finirono con l'assimilarsi alla Riforma calvinista. Il protestantesimo boemo sarà in gran parte distrutto nel corso della guerra dei Trenta Anni.


GLI ESULI ITALIANI E LA QUESTIONE DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA - Il calvinismo ebbe diffusione anche in Italia, ove assimilò anche i VALDESI delle Alpi e dell'Italia meridionale e si estese in special modo nel Piemonte, durante l'occupazione francese. Dopo la pace di Cateau Cambrésis, il Calvinismo fu represso nei loro domini, fra episodi atroci come la strage dei Valdesi di Calabria. Analoga repressione condusse Emanuele Filiberto di Savoia nei suoi domini piemontesi. Solo i valdesi delle Alpi poterono salvarsi grazie ad un'accanita resistenza armata, che piegò il Savoia ad accordare loro una relativa libertà col trattato di Cavour (1561).
Una quantità di esuli italiani fuggì nei paesi riformati, compresa Ginevra. Parte di questi esuli accettò integralmente le dottrine calviniste, diventandone spesso la più accesa custode, come accadde alla numerosa colonia di esuli lucchesi in Ginevra, dalle cui file uscì Giovanni Diodati, autore di una famosa traduzione italiana della Bibbia. Un'altra parte, tuttavia, conservò un atteggiamento critico, entrando in conflitto col Riformatore specie in seguito al rogo di Michele Serveto.
La tragica fine di costui apriva in campo protestante il grave problema della tolleranza religiosa. I paesi riformati non consentivano il culto pubblico cattolico ed avevano sanguinosamente perseguitato gli anabattisti. Tale condanna destò gravi perplessità nelle città elvetiche riformate e suscitò una fiera riprovazione dell'intolleranza religiosa, come incompatibile con la morale cristiana, nell'opera De Haereticis an sint persequendis, pubblicata a Basilea dall'umanista savoiardo Sebastiano Castellione, con lo pseudonimo di MARTINO BELLIO.
Vari illustri esponenti dell'emigrazione italiana parteggiarono per la tolleranza religiosa contro il Calvino.
Questi italiani, inoltre, favorivano idee antitrinitarie, cioè neganti la dottrina della Trinità e tendenti a vedere nel Cristo il Redentore dell'umanità soprattutto per l'altissimo esempio da lui portato nel mondo. Più di un esule italiano dovette lasciare Ginevra e cercare rifugio nell'Europa orientale, ove le idee antitrinitarie erano state diffuse già da altri italiani, come il medico piemontese Giorgio Biandrata, portando alla formazione di una Chiesa Unitariana, in Polonia ed in Ungheria, in antagonismo a quella Riformata dei calvinisti.
Fra questi «eretici italiani » furono Bernardino Ochino, il grande predicatore senese, ed il suo compatriota Fausto Socini (1539-1604). Quest'ultimo fu il maggiore pensatore dell'antitrinitarismo, unendo ad una serrata critica dottrinale un vigoroso afflato umanitario, e formulando una precisa dottrina di separazione della Chiesa dallo Stato. Le idee sociniane ebbero grande importanza storica, come anticipazione delle moderne concezioni della libertà religiosa, nonché di taluni atteggiamenti, che portarono nel Settecento al deismo degli Illuministi. Respinte a lungo in Europa tanto dai cattolici come dai protestanti, esse trovarono infine la propria attuazione più completa nella Costituzione Americana del secolo XVIII.
 

CONTRORIFORMA CATTOLICA - Frequenti erano le richieste di riforma provenienti dall'interno della Chiesa cattolica. La risposta fu la convocazione del Concilio di Trento.Controriforma - Concilio di Trento
Con le espressioni Controriforma e Riforma cattolica gli storici definiscono la reazione cattolica alla Riforma protestante. Con la prima si sottolinea la dura opposizione al Protestantesimo, con la seconda si pone l'accento sul rinnovamento della Chiesa.
Il Concilio di Trento (1545-1563) riaffermò la dottrina cattolica, il principio del libero arbitrio, il valore di tutti i sacramenti e l'autorità del pontefice. Inoltre stabilì che solo la Chiesa, guidata dal pontefice, può interpretare le Sacre Scritture. La dottrina cattolica venne raccolta nel catechismo romano.
Il Concilio riformò l'organizzazione della Chiesa. La moralità del clero venne migliorata:

- obbligando i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi,

- istituendo seminari per la formazione del clero

- riconfermando il divieto di matrimonio per i sacerdoti.

Per combattere il protestantesimo venne potenziato il Tribunale dell'Inquisizione e fu redatto l'indice dei libri proibiti. Sorsero nuovi ordini religiosi. Particolare peso ebbe quello dei gesuiti: educatori, missionari, consiglieri di sovrani. Moltissimi sacerdoti, invece, si dedicarono all'assistenza di poveri e malati. L'intolleranza religiosa si diffuse, senza distinzione, fra cattolici e protestanti. A Roma, fu bruciato sul rogo il filosofo Giordano Bruno; a Ginevra i calvinisti con dannarono a morte Michele Serveto. Frutto di intolleranza, fanatismo e superstizione, si diffuse la caccia alle streghe. Le accuse colpirono soprattutto povere donne malate di mente.

LA CRISI DELL'UNITA' CRISTIANA - Gli anni tra il 1535 ed il 1545 sono determinanti nella storia spirituale dell'Europa. Fino ad allora infatti le speranze della ricomposizione dell'unità cristiana nell'Europa non erano ancora perdute. All'infuori di quei paesi, nei quali la Riforma si era imposta con un trionfo deciso, nella maggior parte dell'Europa la distinzione tra gli aderenti alla tradizione e i riformisti era ancora imprecisa. L'illuminata pietà cristiana, che i seguaci di Erasmo avevano diffuso in Europa formava ancora una piattaforma comune, sulla quale uomini di grande cultura e di prestigio dall'una e dall'altra parte potevano incontrarsi e comprendersi. Ma l'atteso ravvicinamento tra i due rami del cristianesimo non avvenne. Anzi gli anni intorno al 1540 segnarono un allontanamento, conducendo protestanti e cattolici alla rottura definitiva. All'irrigidimento del protestantesimo, sotto l'influenza del calvinismo, corrispose nel campo cattolico un irrigidimento analogo. Questo irrigidimento su posizioni dogmatiche sempre più rigorose, accompagnato da una revisione morale e disciplinare e da una vasta controffensiva verso il protestantesimo, è la Controriforma.
Nel determinare l'indirizzo della controriforma particolare influenza ebbero alcuni eventi tra cui i principali furono la nascita della Compagnia di Gesù, fondata da S. IGNAZIO DI LOYOLA nel 1534, la riorganizzazione dell'Inquisizione e l'istituzione del S. Uffizio (1542), l'apertura del Concilio di Trento (1545), cui seguirono i primi provvedimenti contro la stampa di libri eretici, culminanti poi nella compilazione dell'Indice dei libri proibiti (1564).

LA COMPAGNIA DI GESU' - Forza propulsiva centrale della controriforma fu la Compagnia di Gesù, fondata INIGO YANEZ DE ONAZ Y LOYOLA, noto come S. Ignazio di Loyola (1491-1556). Discendente di una nobile famiglia basca, il Loyola aveva condotto un'esistenza totalmente mondana, sinché in uno scontro a Pamplona (1521) riportò una ferita che lo lasciò zoppicante per tutta la vita. Fu costretto ad una lunga e dolorosa convalescenza, durante la quale si dette a letture religiose che gli destarono un'ardente aspirazione alla santità. Abbandonò il mondo e si votò alla povertà ed alle più aspre penitenze, nel corso delle quali sentì rafforzata la propria vocazione da visioni celestiali. Per dominare la parte terrena di se stesso, condusse un'eroica lotta interiore, da cui scaturì il primo nucleo di quegli Esercizi Spirituali, che egli doveva completare e perfezionare negli anni successivi.
Gli Esercizi propongono una serie di graduali riflessioni, che si rivolgono tanto all'intelletto quanto alla fantasia, onde portare l'uomo a sentire drammaticamente l'orrore del peccato e lo spavento del castigo, l'amore di Dio e l'aspirazione al Paradiso. Ignazio uscì presto dalla solitudine, per recare nel mondo il suo messaggio, affrontando le sofferenze più dure, in lunghe peregrinazioni, fra cui una anche in Terra Santa. Egli si convinse che una solida preparazione culturale era indispensabile all'opera religiosa. Si mise a studiare, frequentando le università spagnole. La nuova cultura erasmiana non ebbe attrattiva su di lui ed Ignazio accettò senza esitazioni la teologia scolastica della tradizione medievale. Ciò non tolse però che la pietà ignaziana, con la sua ardente vena mistica tornasse sospetta ai più intolleranti custodi dell'ortodossia, i quali scambiarono Ignazio per un pericoloso innovatore. Dimostrata la sua innocenza davanti all'Inquisizione, egli passò all'università di Parigi (1528) e qui radunò un nucleo di condiscepoli, specie italiani e spagnoli, come FRANCESCO SAVERIO, DIEGO LAÍNEZ, ALFONSO SALMERÓN. Insieme a costoro, fece voto di dedizione a Cristo e lasciò Parigi, contando di recarsi in Terra Santa.
Venuti in Italia, Ignazio ed i suoi amici non riuscirono a i partire per il Levante, ma guadagnarono una larga ammirazione per l'abnegazione al servizio dei poveri e degli ammalati.
Mettendosi ad incondizionata disposizione del pontefice, il gruppo si trasferì a Roma e quivi assunse forma definitiva, col nome di Compagnia di Gesù, ottenendo l'approvazione della propria costituzione dal papa Paolo III (1540). Grazie all'abnegazione, al coraggio, alla pedagogia degli Esercizi, la Compagnia ebbe un successo rapidissimo.
Essa si sparse in tutto il mondo cattolico, guadagnando l'appoggio dei principi e delle classi dirigenti, ed assunse la guida morale della Controriforma, trasformandosi in una potenza internazionale.

LO SPIRITO GESUITICO - Caratteristica della Compagnia di Gesù è una commistione singolare di ardore mistico e di realistico attivismo, di rigida obbedienza e di potenziamento delle attitudini individuali di ciascuno dei suoi membri. Il problema della redenzione è al centro dello spirito di S. Ignazio quanto di quello del Lutero o di Calvino. Ma, mentre i riformatori protestanti insistono soprattutto sul contatto diretto ed immediato del credente col suo Salvatore, Ignazio di Loyola ritiene indispensabile la mediazione della Chiesa e del sacerdozio per la salvezza e la santificazione. La Compagnia di Gesù ha come scopo essenziale la difesa della chiesa, del suo prestigio e della sua potenza e la difesa dell'autorità assoluta del papa.
La Compagnia di Gesù mantiene anche al proprio interno la disciplina più rigorosa col precetto della cieca obbedienza ai superiori. L'ordine gesuitico non conserva niente di quegli organi collegiali, nei quali si esprimeva il sentimento corale del monachesimo medievale. Il generale è un comandante, che ha diritto all'obbedienza illimitata, ed a sua volta dipende direttamente dal papa, senza alcuna intermediazione. Il gesuita deve sentirsi sciolto da ogni vincolo politico, di patria o di nazionalità, quando siano in giuoco gli interessi della Chiesa e del Papato.
Accanto a questo ferreo autoritarismo, la Compagnia di Gesù sviluppa un insonne attivismo. Il gesuita non sta in monastero, ma lavora nel mondo per il trionfo della Chiesa, come confessore o direttore spirituale, come insegnante, come missionario, come oratore. Il realismo e l’abile penetrazione psicologica conducono i gesuiti a valersi di ogni mezzo per di indurre gli animi alla soggezione alla Chiesa, alla pratica costante e frequente dei suoi sacramenti. L'arte, l'eloquenza, l'influenza politica, ed in modo tutto particolare l'istruzione, sono ugualmente tenute in conto. I gesuiti perciò indirizzano non di rado le proprie cure verso i membri più influenti della società, onde guadagnarli alla propria causa.
Membri dell'ordine divengono confessori e direttori spirituali di buona parte dei regnanti. I figli della nobiltà studiano nei collegi gesuitici, che si impongono ben presto fra tutti gl'istituti per la qualità dell’insegnamento. Sono gesuiti i più eloquenti predicatori del tempo, che fanno appello alla fantasia ed ai sensi dei propri ascoltatori con la rappresentazione impressionante delle sofferenze dell'inferno o delle glorie del paradiso.

L'INQUISIZIONE -Nunzio in Spagna nel 1536, il cardinale CARAFA, il maggiore esponente dell’opposizione a qualunque tolleranza religiosa, aveva visto all'opera l'Inquisizione e ne aveva constatati i successi contro gli ambienti sospetti di eterodossia. Egli quindi ispirò nel 1542 la riorganizzazione dell’Inquisizione romana.
Una congregazione di nove cardinali, detta Congregazione del Santo Uffizio, venne creata con poteri vastissimi per l'estirpazione delle eresie. Mentre l'inquisizione spagnola dipendeva dal re e la maggior parte dei tribunali inquisitoriali erano soggetti al controllo dello stato, l'inquisizione romana doveva operare alle dirette dipendenze del papa, sciolta da ogni altro vincolo. Gli effetti furono veloci soprattutto in Italia, dove i simpatizzanti per la Riforma furono dispersi e costretti a riparare oltralpe. Già nel 1542, uomini come il Vermigli, il Curione e l'Ochino erano costretti a prendere la fuga.


CONCILIO DI TRENTO - Parte cospicua ebbero i gesuiti anche nel Concilio di Trento (1545-1563).Da lungo tempo era diffusa la convinzione che il solo rimedio per molti abusi e scandali fosse la convocazione di un Concilio ecumenico. Nella sua attività riformatrice il pontefice PAOLO III non affrontò anche questo problema. I luterani avrebbero accettato il concilio, proposto da Carlo V, purché il papa vi comparisse non già come la suprema autorità, ma semplicemente come una delle parti contendenti, pronta ad assoggettarsi al giudizio della maggioranza. Anche in mezzo al clero e specialmente all'episcopato francese, tedesco e talora spagnolo, non mancavano coloro che ritenevano necessario limitare l'autorità del papa e rafforzare quella dei vescovi e del concilio. Per questo motivo benché il papa avesse indetto il concilio fin dal 1536, fu impossibile riunirlo per molto tempo. I luterani non accettavano un concilio convocato dal papa in disconoscimento delle loro richieste. Carlo V non osava irritarli, e impediva al clero dei suoi stati di partecipare al concilio.
Il papa avrebbe voluto indire il concilio in Italia per poterne meglio controllare le vicende, mentre da altre parti lo si chiedeva fuori d'Italia. Soltanto nel 1542 fu precisata, con una sorta di compromesso, la città di Trento come sede del concilio. Le vicende della guerra ne ritardarono i lavori, che poterono iniziare solo nel 1545, grazie allo stato di tensione determinatosi dopo la pace di Crépy, tra Carlo V ed i luterani, che terminò più tardi nella guerra contro la lega di Smalcalda e nella sconfitta dei protestanti a Mùhlberg (1547).
Il concilio procedette sollecitamente alla condanna radicale delle tesi dei protestanti. Questi ultimi affermavano che il fondamento della fede doveva trovarsi nel testo originale greco o ebraico della Scrittura, mentre il concilio stabiliva l'autorità, oltre che della Scrittura, della tradizione. Solo il clero deteneva il diritto di interpretazione della Scrittura il cui testo valido veniva considerato la traduzione latina di S. Girolamo, nota come Vulgata. Di contro alla tesi della Riforma della giustificazione per fede, venne precisato il concetto di giustificazione per fede e per opere. Di contro alla riduzione a due soli dei sacramenti, operata dai protestanti, ed alla concezione spiritualistica del sacramento della comunione, sostenuta dallo Zwingli e dal Calvino, si stabilì a sette il numero dei sacramenti, e si affermò il loro carattere oggettivo e la loro efficacia ex opere operato, cioè per intrinseca virtù propria.
Praticamente, ciò significava la sconfitta della corrente che cercava il compromesso coi protestanti e la vittoria degli intransigenti difensori della tradizione scolastica del Medioevo, sostenuti dai gesuiti. Più difficile appariva la riforma morale della Chiesa, in cui si profilava un conflitto tra i vescovi e il Papato per definire la reciproca sfera di autorità e prerogative.
Si stabilì l'obbligo di residenza per i vescovi e fu vietato il cumulo dei benefici nella stessa persona, onde far cessare lo scandalo di vescovi mondani ed assenti dalla propria diocesi o l'uso a fini profani di benefici ecclesiastici. Nel 1547 una pestilenza diede la possibilità al pontefice di trasferire il concilio a Bologna, più vicino a Roma, dove meglio avrebbe potuto seguirne gli sviluppi e far prevalere il clero italiano. La decisione sollevò discussioni e renitenze, che provocarono una sospensione del concilio fino al 1551.
La seconda riunione del concilio di Trento durò anch'essa due anni, dal 1551 al 1552.
Si affrontò la natura dei vari sacramenti e si confermò, contro le tesi protestanti, il dogma della transustanziazione, cioè della presenza reale del Cristo nella comunione eucaristica.
Grazie alle insistenze imperiali una delegazione protestante comparve questa volta davanti al concilio, ma avendo constatato che le decisioni più importanti in materia dogmatica fossero state già prese, essa si ritirò e non tornò più.
La ripresa del conflitto tra Carlo V e la Francia, sostenuta dai principi protestanti, mise in forse la sicurezza stessa del concilio, che dovette ancora una volta aggiornarsi ed interrompere i propri lavori. L'interruzione durò dieci anni. La ripresa avvenne nel 1563 per opera del pontefice Pio IV e durò ancora due anni, concludendosi nel 1564.
Vennero confermati la dottrina del Purgatorio, la venerazione dei Santi, il culto delle immagini, l'indissolubilità del matrimonio, il divieto della celebrazione dei matrimoni clandestini. Nel campo disciplinare venne resa più stretta l'osservanza delle regole claustrali ed imposto a vescovi e parroci l'obbligo di esercitare il ministero della predicazione.
Furono confermati l'obbligo del celibato ecclesiastico e l'uso del latino nel culto pubblico. Fu stabilito che presso ogni chiesa cattedrale sarebbe stato istituito un Seminario per la preparazione del clero. L’antica questione della superiorità tra il papa, i vescovi e il concilio fu risolta a favore del papa vincendo le resistenze soprattutto del clero francese e dell’imperatore. Fu infatti riconosciuto che l'approvazione e l'interpretazione delle decisioni del concilio sarebbe stata riservata alla Santa Sede e su questa conclusione il concilio stesso ebbe termine. Le decisioni conciliari furono racchiuse subito dopo nella Professio Fidei Tridentinae, che il pontefice fece proclamare il 13 novembre 1564, e che divenne così il fondamento medesimo della dottrina della Chiesa cattolica. Le decisioni del concilio furono comunicate ai vari stati europei ed accettate senz'altro dalla maggioranza di essi.
Soltanto la Francia si oppose alla menomazione delle libertà gallicane della Chiesa francese ed accettò pertanto solo la parte dogmatica delle decisioni stesse.

LA DISTRUZIONE DEL PROTESTANTESIMO IN ITALIA E IN SPAGNA -  Accanto alla ripresa dei lavori del Concilio di Trento, il pontificato di Giulio III assisteva altresì all’ intensificarsi della attività dell'Inquisizione, specie in Italia. A Napoli il governo spagnolo disperdeva le ultime tracce del moto valdesiano, a Venezia l'Inquisizione iniziava una serie di sanguinose persecuzioni sterminando gli anabattisti.
La repressione si fece ancora più dura, allorché salì al trono papale lo stesso cardinale Carafa col nome di PAOLO IV (1555-1559). La persecuzione non risparmiò allora nemmeno i membri dello stesso collegio cardinalizio, colpevoli di avere mostrato le proprie simpatie verso le moderate tendenze erasmiane.
Enrico II moltiplicava in Francia i provvedimenti repressivi e le esecuzioni capitali e Filippo II, tra il 1558 ed il 1559, con solenni autos da fè mandava al rogo gli scarsi aderenti che la Riforma aveva trovato in Spagna.
In Francia la solida organizzazione data dal calvinismo ai protestanti permetteva loro di resistere, in una interminabile serie di guerre religiose, invece in Italia ed in Spagna i provvedimenti repressivi raggiunsero lo scopo di far scomparire ogni penetrazione del protestantesimo.
Anche in Inghilterra parve per qualche tempo che la Chiesa romana potesse avere ragione dei propri avversari. Ad Edoardo VI, che aveva promosso una evoluzione della Chiesa di Inghilterra in senso protestante, succedeva nel 1553 la sorella MARIA (1553-1558), figlia di Caterina di Aragona e sposa di Filippo II.
Quest'ultima, ardente cattolica e pienamente consenziente con la politica di spietata distruzione del protestantesimo seguita dal marito, tornava ad imporre il ritorno dell'Inghilterra alla obbedienza verso il papa. Persecuzioni sanguinose colpirono i promotori dello scisma anglicano. L'unione dell'Inghilterra al carro della politica spagnola, come la Controriforma inglese, ebbero però durata assai breve. Prima ancora che terminasse il pontificato di Paolo IV, MARIA LA CATTOLICA veniva a morte e le succedeva un'altra sorella, figlia di Anna Boleyn, la regina ELISABETTA, sotto la quale l'anglicanesimo era restaurato come religione ufficiale dell'Inghilterra.

INDICE DEI LIBRI PROIBITI - La Controriforma proseguiva la sua opera nel corso del sec. XVI. Il ritorno dell'Inghilterra allo scisma anglicano, le guerre di religione in Francia, i successi del calvinismo in Scozia, nei Paesi Bassi ecc., la sempre più vasta penetrazione del protestantesimo nell'Europa centro-orientale, erano colpi cui il Papato rispondeva rafforzando la repressione, rinvigorendo il clero, ravvivando la vita spirituale e la devozione popolare nei paesi rimasti fedeli.
A Paolo IV era successo Pio IV (1559-1566), discendente da un ramo milanese della casa dei Medici. Duttile e bonario, il nuovo pontefice appariva di temperamento assai diverso dal focoso ed inflessibile Carafa. L'influenza tuttavia di una potente personalità religiosa, il CARDINALE S. CARLO BORROMEO, assai valse a fare procedere l'opera di risveglio della pietà e di risanamento del costume nella Chiesa.
Si devono infatti all’ attività di Carlo Borromeo diverse iniziative d'importanza storica che segnarono il pontificato di Pio IV. Sono tra queste, oltre la conclusione del Concilio di Trento e la proclamazione della Professio Fidei Tridentinae, anche la pubblicazione dell’ Index librorum prohibitorum a Summo Pontifice, un elenco cioè dei libri di cui avrebbero dovuto essere proibite con severe pene la stampa, la lettura e la circolazione. Sotto l'influenza ancora del Borromeo veniva stampato nel 1566, il Catechismo Tridentino, nel quale la dottrina canonizzata dal Concilio veniva riassunta in forma schematica per l'uso dei fanciulli e del popolo.
L'Indice di Pio IV coronava una serie di sforzi già compiuti da papi e inquisitori per arginare la diffusione di libri pericolosi per la fede.
Esso doveva trovare il proprio complemento sotto il pontificato di Pio V (1566-1572), con l’istituzione della Congregazione dell'Indice, con lo scopo di tenere aggiornato l'elenco dei libri proibiti. Il pontificato di Pio V fu dei più caratteristici dell'età della Controriforma. Il nuovo pontefice (MICHELE GHISLIERI), prima di ascendere alla suprema dignità ecclesiastica era stato frate di austeri costumi ed inquisitore severo. I papi del Rinascimento avevano dato lo spettacolo di una mondanità lussuosa, Pio V rinnovava l'ascetismo più rigido nella sua vita di dura penitenza, nelle manifestazioni pubbliche di umiltà e di acceso fervore devoto, nella instancabile attività persecutrice verso gli eretici.
Dopo il Carnesecchi, già mandato al rogo nel 1562, periva così anche l'ultimo superstite del cenacolo valdesiano, l'umanista AONIO PALEARIO, arso vivo a Roma nel 1567.
Per la volontà di rinnovare i tempi dei grandi pontefici del Medioevo, il papa ripubblicò la bolla di Bonifacio VIII, in Coena Domini, cercando di riaffermare il principio dell’assoluta supremazia del potere papale su quello di ogni altro sovrano.
Forti resistenze accolsero questo gesto del papa, perfino nella cattolicissima Spagna, il cui sovrano, colonna della cattolicità contro turchi ed eretici, non intendeva vedere intaccato il proprio potere assoluto.

IL RINNOVAMENTO INTERNO DELLA CHIESA - Alla difesa del cattolicesimo corrisponde un’azione capillare che permea l'intero corpo della Chiesa.
Nuovi ordini religiosi sorgono, portando in sé quel caratteristico attivismo, quella sollecitudine per l'azione educativa e caritatevole, che sono caratteristiche della vita ecclesiastica della Controriforma.
Nuovo catechismo cattolico
Nel 1548 il fiorentino S. FILIPPO NERI fonda la Congregazione dei preti dell'oratorio o Filippini, dedita all'assistenza dei poveri ed alla istruzione popolare.
Altri ordini, come quello dei Fatebenefratelli fondato dal portoghese S. GIOVANNI DI DIO, e dei Camilliani, fondati da S. CAMILLO DE LELLIS, rispettivamente nel 1572 e nel 1582, si consacrano all' assistenza degli infermi. Più tardi si aggiunge l'ordine degli Scolopi, istituito nel 1600 dallo spagnolo S. GIUSEPPE CALASANZIO, col compito precipuo dell’organizzazione scolastica.

Vescovi animati da profondo zelo pastorale rinnovano la vita religiosa e morale del clero. Gli stessi ordini religiosi medievali ritrovano un entusiasmo nuovo.
Non è tanto all'intelletto ed alle sue speculazioni che si rivolge la pietà della Controriforma, quanto al sentimento ed alla fantasia.
È l'appassionata esaltazione mistica che si effonde dagli scritti dei due grandi santi spagnoli, SANTA TERESA D'AVILA e SAN GIOVANNI DELLA CROCE.
È l'arte della Controriforma, che mette al servizio della Chiesa la maestà scenografica delle sue fastose costruzioni nel nuovo stile barocco, che nell'enfasi delle proporzioni gigantesche, nello sfarzo delle decorazioni, nel concitato atteggiarsi delle statue e delle immagini, sembra volere esprimere sensibilmente l'onda della commozione sentimentale e la maestà secolare dell'istituzione ecclesiastica. È la musica sacra rinnovata dai grandi maestri della polifonia cattolica, come PIER LUIGI DA PALESTRINA.
È l'accentuazione posta sulla carità che prodiga tesori di abnegazione e di amore nel soccorso dei sofferenti. È l’insistenza per la continua, frequente pratica dei sacramenti, quasi come rifugio contro le tentazioni del pensiero. Questo fervore di iniziative per la rinascita religiosa dei fedeli, per la preparazione del clero, per la carità verso i sofferenti, unitamente alla presenza di alte figure di mistici, di santi della carità, di missionari, impediscono alla controriforma di esaurirsi in una semplice azione repressiva, e le permettono di segnare una fase di rinnovata vitalità della Chiesa.


L’azione della Chiesa si esplica anche nelle missioni in Asia e in America - Particolare vigore spiega anche in questo campo la Compagnia di Gesù, alla cui iniziativa si deve una generosa e benefica opera di difesa degli infelici indiani d'America dalla barbarie dei conquistatori e perfino la creazione di una sorta di stato a sé, nel Paraguay, guidato e retto dai gesuiti, onde avviare alla civiltà gli indigeni e difenderli dalla brutalità dei bianchi.
Nel corso della seconda metà del sec. XVI l'Europa vede determinarsi uno dei fenomeni più caratteristici dell'età moderna: la sua frattura spirituale in mondi diversi e fra loro contrastanti, lo scavarsi cioè di un solco,  fra i popoli formati dalla Controriforma ed i popoli formati dal protestantesimo.
La lotta non si svolgerà soltanto sul terreno teologico ed ecclesiastico. Per oltre cento anni l'Europa vedrà infatti affrontarsi sanguinosamente due diverse maniere di concepire la vita religiosa e di concepire la vita politica, sociale, economica. Gli Asburgo di Spagna e di Austria, la Polonia, la Baviera, costituiranno i baluardi di una concezione: l'Inghilterra, l'Olanda, la Svezia, formeranno i capisaldi dell'altra.