home

BRICS  dal 2001

Questo termine è apparso per la prima volta nel 2001 in una relazione della banca d'investimento Goldman Sachs, a cura di Jim O’Neill, la quale spiegava chei quattro Paesi

Brasile

Russia

India

Cina

 

più il

Sud Africa

domineranno l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo.

Secondo Goldman Sachs le economie dei paesi BRIC cresceranno rapidamente, rendendo il loro PIL nel 2050 paragonabile a quello dei paesi del G6 (Stati Uniti d'America, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia ed Italia).
Nel novembre 2010 il Fondo Monetario Internazionale ha incluso i Paesi BRIC tra i dieci paesi con il diritto di voto più elevato, insieme a Stati Uniti d'America, Giappone e i quattro Paesi più popolati dell'Unione europea (Francia, Germania, Italia e Regno Unito).
La prima riunione dei Paesi aderenti al BRIC si è tenuta martedì 16 giugno 2009 a Ekaterinburg, in Russia. Il vertice, presieduto da Vladimir Putin, si è concluso con una dichiarazione finale: “Crediamo che sia veramente necessario avere un sistema di divise più stabile (del dollaro statunitense), di facile pronostico e più diversificato”.
La seconda riunione dei Paesi BRIC si è tenuta i giorni 15 e 16 di aprile 2010 a Brasilia, capitale del Brasile.

La Russia annunciò la richiesta di investimenti su autostrade ed aeroporti, il Brasile su ferrovie, aeroporti, idrovie e strutture urbane. La Cina suggerì lo scambio di informazioni per la sicurezza alimentare, per evitare i grandi aumenti nei prezzi degli alimenti.
Pur se la dimensione delle economie dei Paesi del BRIC è ormai comparabile con quelle dei Paesi del G7, a livello di PIL pro-capite la distanza è ancora consistente. Mentre il reddito pro-capite medio, a parità di potere d'acquisto, di questi ultimi era nel 2008 di oltre 36.700 $ (dai 30.631 dell'Italia ai 47.440 degli Stati Uniti), i corrispettivi valori dei Paesi BRIC erano:
Russia: 15.948 $
Brasile: 10.466 $
Cina: 5.970 $
India: 2.780 $
Tuttavia, dal 2000 il PIL pro-capite a parità di potere d'acquisto di questi quattro Paesi è cresciuto del 99% contro appena il 35% dei sette maggiori Paesi industrializzati.
Anche per quanto riguarda il tasso di inflazione, rimane ancora una forte differenza. Tra il 2000 ed il 2008 l'inflazione media del G7 è stata dell'1,89%, mentre molto più elevata, il 7,12%, per il BRIC. In particolare, il Paese più colpito è stata la Russia, quello meno colpito la Cina.
Previsioni di crescita del PIL - Secondo un rapporto di Goldman Sachs, i Paesi del BRIC, ed in particolare Cina ed India si avviano a superare gli Stati del G6 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia) in termini di PIL nominale, riconsegnando all'Asia il primato economico che aveva perso nel XIX secolo. Infatti, se ancora nel 2000 il BRIC produceva solo il 17% della ricchezza del G6, nella prima metà del XXI secolo questo dato è destinato a cambiare radicalmente. La Cina avrebbe dovuto superare il Giappone nel 2016, ma il sorpasso è già avvenuto nel tardo 2010. Nel 2023 sarà in grado di produrre più dei quattro paesi europei messi insieme (obiettivo che l'India raggiungerà qualche anno più tardi, nel 2039, anno nel quale il BRIC avrà un PIL superiore a quello del G6). Infine, nel 2041 è previsto che la Cina superi gli Stati Uniti per PIL nominale, divenendo così la prima potenza economica mondiale.
 

Indebitamento pubblico

A differenza dei Paesi ricchi del G7, indebitati e con scarse riserve internazionali, i paesi del BRIC oltre alle cospicue riserve di cui sopra hanno anche bassissimi livelli di indebitamento. A parte l’India, con un debito pubblico al 58% del PIL, in parte eredità dall’Impero britannico, il Brasile ha un debito del 45%, la Cina del 18% e la Russia solamente del 6%.
I Paesi ricchi hanno, invece debiti pubblici altissimi: gli USA sono arrivati nel 2011 al 100% del debito pubblico in proporzione al PIL; l’Italia è oltre il 120%; la Germania ha un indebitamento pari al 77%. Il Giappone, seconda economia del mondo fino a pochi anni fa, superata dalla Cina nel 2012, ha un debito pubblico del 199%; al mondo solo lo Zimbabwe ha un debito pubblico più alto, pari al 231% del suo PIL. Paradossalmente, ricchezza sembra essere sinonimo di grandi debiti e bassi risparmi se è vero che dei 7 grandi, a parte il Giappone seconda riserva valutaria al mondo dopo la Cina con poco più di 1.000 miliardi di dollari, gli altri Paesi del G7 hanno riserve internazionali limitate: la Germania ha 130 miliardi, Italia e Francia circa 100, gli USA e la Gran Bretagna attorno a 70 ed il Canada meno di 50 miliardi.

 

Dinamica demografica
La vera ricchezza dei Paesi dei BRICS è la popolazione, infatti, i primi quattro Stati rappresentano il 42% della popolazione mondiale e la popolazione, in una economia capitalistica, rappresenta la principale determinante della domanda. Questi quattro Paesi facendo leva sull'aumento della domanda interna determineranno la propria crescita che li condurrà ad essere i paesi economicamente più importanti del pianeta e soppianteranno gli attuali stati del G7 nella direzione del mondo. Attualmente, il mercato globale di questi quattro paesi rappresenta il 12,8% del volume totale e la loro quota continua a crescere e crescerà ulteriormente secondo tutte le previsioni, in particolare quelle della Banca Mondiale e del WTO, l’organizzazione del commercio mondiale.
Che cosa hanno in comune i Paesi Brics: Brasile, Russia, India, Cina e recentemente il Sudafrica? I Brics tirano la ripresa globale e secondo il Fondo monetario non c'è rischio ricaduta in recessione
Ma già al primo incontro s'è manifestato il desiderio di Brasile, India, Russia e Sudafrica di ribilanciare gli squilibri commerciali nei confronti di Pechino, a cui si chiede di importare più prodotti manifatturieri e hi-tech, e

non solo materie prime.

Così Pechino ha preso l'impegno di aumentare l'import di merci a valore aggiunto dagli altri Brics. Resta il problema dello yuan che la Cina intende rafforzare molto gradualmente, per non destabilizzare i propri produttori. A danno, però, delle esportazioni altrui.
Nelle dichiarazioni di intenti i cinque Brics hanno trovato facilmente un tono comune: il desiderio di accelerare l'ingresso della Russia nell'Organizzazione mondiale del commercio e di rilanciare i negoziati commerciali del Doha Round.

Comune anche la preoccupazione per il rischio surriscaldamento delle rispettive economie, "pressioni inflazionistiche e possibilità di bolle", ha sintetizzato il rappresentante cinese, conseguenza delle misure di stimolo adottate dai Governi per superare la crisi del 2008-9. Scenari economici e nuova architettura finanziaria, rincari nelle materie prime, aumento della cooperazione Sud-Sud e impiego delle valute locali negli scambi, in contrapposizione al dollaro. Sono i temi su cui i leader dei cinque Paesi cercheranno una posizione comune per far pesare di più la propria voce sul resto del mondo ricordando la differenza tra i rispettivi tassi di crescita, e il ruolo dei Brics al traino della ripresa mondiale.
Tra le contraddizioni, al di là dei richiami contro il protezionismo, ci sono barriere commerciali che tra i Paesi del Sud sono più alte che tra Sud e Nord, come fa notare l'ultimo rapporto dell'Asian Development Bank. Nel campo della politica, i Brics sono ancora meno omogenei, ma tenteranno un approccio comune sulla guerra in Libia e le altre crisi aperte a livello internazionale. L'associazione delle economie che parlano per il mondo in via di sviluppo sembra aperta a raccogliere altri membri, come ha accennato la Cina nei giorni scorsi. Si parla di Indonesia, Messico, Corea del Sud, Turchia.

Ma nel 2013 si deve registrare il grande rallentamento. Rallentare, per un’economia come quella cinese, significa che nel 2013 ci vorrà un po’ di fortuna per raggiungere l’obbiettivo del 7,5 per cento di crescita. L’India, negli ultimi mesi, ha dovuto ripetutamente abbassare le sue stime sulla crescita, che probabilmente quest’anno sarà intorno al 5 per cento. Il Brasile – il paese che probabilmente ha subito la frenata più brusca – crescerà del 2,5 per cento, la stessa percentuale della Russia.

Per fare un paragone, le ultime stime per la crescita economica della zona euro parlano di una diminuzione del PIL dello 0,6 per cento circa. La “ripresa” nel 2014 potrebbe portare a una crescita di poco inferiore all’uno per cento. I risultati dei BRIC, in altre parole, non sono da buttare via. Per capire cosa significa esattamente questa “grande rallentamento” bisogna confrontare i dati dei BRIC con le aspettative degli scorsi anni: Cina e India speravano fino a poco tempo fa di raggiungere un livello di crescita a due cifre – e in un anno l’India ha quasi dimezzato le sue aspettative. Il PIL del Brasile, nel 2010, è aumentato del 7,5 per cento, ma nel 2012 la sua crescita è scesa allo 0,8 per cento.
I motivi sono molto vari e sono molto discussi dagli economisti da almeno un anno. Brasile ed India, ad esempio, hanno problemi nel portare avanti le riforme necessarie per ridare slancio alle loro economie. In India la burocrazia è corrotta e inefficiente, mentre il Brasile ha un’industria debole e la sua economia è ancora basata sull’esportazione di materie prime. La Cina è il paese che ha mostrato la capacità maggiore di rispondere al rallentamento con riforme e investimenti – e infatti è il paese con la crescita più solida.
Nei primi anni della crisi, l’economica mondiale è stata aiutata dal fatto che la recessione nei paesi più ricchi venne compensata dalla crescita dei BRIC.

La prima conseguenza del grande rallentamento sarà che i paesi emergenti non metteranno più una toppa alle debolezze dei paesi più economicamente sviluppati. Questo significa che, a meno di un improvviso miglioramento in Europa o in Giappone – dove il primo ministro Shinzo Abe porta avanti una politica economica radicale ma rischiosa – l’economia mondiale nei prossimi anni crescerà difficilmente più del 3 per cento l’anno – negli ultimi anni è quasi sempre stata poco sotto il 5 per cento.
Questo non significa che tutto è perduto. Secondo gli esperti economici nei prossimi anni, ci sarà un numero maggiore di paesi emergenti con una crescita economica forte, anche se meno spettacolare di quella dei BRIC negli anni d’oro. La crescita sarà più distribuita, meno concentrata in gradi paesi e quindi più stabile. Ad esempio, le dieci più grandi economie emergenti, tra cui Thailandia e Indonesia (paese che per i fan del calcio è molto di attualità), hanno un popolazione complessiva inferiore a quella della Cina.
Alcuni paesi sviluppati, che secondo le previsioni di qualche anno fa avrebbero dovuto soccombere alla crescita dei BRIC, torneranno in primo piano. Gli Stati Uniti, ad esempio, grazie al boom dello shale gas in alcune zone del paese, potrebbero presto avere una crescita economica maggiore dei più deboli tra i vecchi BRIC.
In altre parole, il grande rallentamento ha smentito le previsione secondo cui un pugno di paesi emergenti che per dieci anni hanno avuto una crescita incredibile sarebbero continuati a crescere in modo verticale, diventando in pochi decenni i principali motori economici del pianeta, sostituendo Europa e Stati Uniti. La crescita in futuro sarà più distribuita e subirà meno improvvise impennate.
Le sfide per il futuro - Questa situazione metterà i paesi emergenti di fronte a nuovi problemi. Il grande rallentamento ha dimostrato che la crescita per Brasile, Russia, India e Cina non è garantita. Oggi le loro classi dirigenti hanno il potere di favorirla o di farla rallentare. La Cina sembra essere il paese più pronto a fare le riforme

necessarie, mentre la Russia, viene definita «una pigra cleptocrazia basata sull’esportazione di materie prime». L’India, con una popolazione giovane e una demografia favorevole, ha bisogno, come il Brasile, di ritrovare lo slancio riformista: oppure finirà con il deludere la classe media che ha recentemente manifestato tanto a Nuova Delhi quanto a San Paolo.
C’è anche un altro effetto da considerare in questo grande rallentamento, che potrebbe spingere i BRIC nella giusta direzione. Negli anni ’90 la politica del Fondo Monetario Internazionale e il cosiddetto Washington Consensus, hanno fatto sì che ai paesi emergenti venisse chiesto – a volte in maniera brusca – di approvare riforme economiche liberalizzatrici come premessa necessaria per avere gli aiuti economici. Negli ultimi anni, con la crisi a Wall Street e l’Europa in recessione, le vecchie politiche liberali sono state messe in crisi.
Dopo gli anni in cui il capitalismo di stato e le modernizzazioni autoritarie calate dall’alto sono state a lungo di moda e hanno rappresentato per regimi autoritari e democratici una scusa per abbandonare le riforme, la necessità di ritornare a crescere e una – possibile – ripresa dell’Occidente, potrebbero riportare interesse per questo tipo di riforme e spingere i BRIC sul sentiero giusto per conservare la crescita.