Tiberio

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Dieci giorni dopo – agosto 786 auc (33 d.C.)

 

Tiberio sta recuperando le energie, anche se la salute è ancora precaria e la paura di morire è aumentata.

Attraverso il salone principale della villa si dirige al loggiato.

Villa Jovis è molto grande e domina l'intero promontorio di Capri.

La loggia principale s’affaccia sul mare e quando l’aria è limpida lo sguardo abbraccia buona parte del Golfo di Napoli, spaziando da Ischia a Punta Campanella. Dall’altro lato si può osservare l'interno dell'isola fin oltre l’abitato.

Villa Jovis ha un’eleganza classica, senza rinunciare alla funzionalità.

Al centro sono state create quattro cisterne per raccogliere le acque piovane, risorsa fondamentale in quest'isola priva di fonti naturali, usate per l’acqua potabile e per le terme.

La grande domus è divisa in quartieri, quello a ovest destinato alla servitù, il lato nord riservato all'imperatore e ai suoi collaboratori più fidati, come l'astrologo Trasillo, quello ad est alla sala del trono.

Tiberio, come spesso gli accade, passeggia da solo lungo il belvedere, guarda distrattamente i golfi di Napoli e Salerno è in preda all’agitazione:

«Il potere è una bestia troppo terribile per me. Gli ordini che impartisco mi fanno apparire un mostro. Troppo cattivo»

Pensa a Gracco, il sovrintendente.

Affidandolo al carnefice intendeva punirlo con qualche frustata, ma quando ha saputo che per castigarlo il boia gli ha tenuto la testa tra le ginocchia e strappato un occhio con le dita è rimasto inorridito.

«Da quanti anni sono imperatore?»

E' il suo modo di riflettere, farsi domande, cercare le risposte:

«Quasi venti.»

«Quante volte i miei ordini saranno stati male interpretati?»

Scuote la testa, nessuno potrebbe rispondere.

 «E' per questo la gente mi odia?»

«Da quanti anni vivo qui a villa Jovis, la mia amata domus?»

«Quasi otto.«

«Quante volte nel tragitto tra Capri e Roma i miei ordini avranno cambiato significato?»

«E’ possibile cambiare tutto questo?»

«Può farlo un uomo di 75 anni?»

Tiberio si guarda intorno, poi si dirige verso l’angolo preferito, un laghetto artificiale con l'acqua costantemente increspata dal vento. E' l'unico luogo in cui riesce a specchiarsi.

Intravede il suo riflesso, il corpo alto e magro, incurvato dagli anni, il volto rimasto sfigurato dalla malattia, i capelli diradati, gli occhi stanchi.

Nonostante l’età, lui è l'imperatore e può avere tutto, ma che cosa vuole veramente?

La villa è solo una casa.

La servitù è solo lavoro.

Gli schiavi sono solo ubbidienza e rabbia.

Gli artisti, con la loro arte, potrebbero sollevargli lo spirito, invece sono interessati solo a cose materiali, al denaro, a un posto comodo dove vivere.

Tiberio cerca un po’ d'affetto, ma quello non può comprarlo.

Il sesso sì, lo può comprare, ma il sesso è l’anticamera del vuoto.

Rientra nelle proprie stanze e decide di chiamare Severa.

Severa è una donna piccola di statura, abbastanza in carne, che dietro  l’aspetto di una comune mater familia, nasconde un carattere di ferro con cui governa tutta la servitù di Villa Jovis.

Si presenta con il volto di quarantenne sapientemente truccato, sorride.

La veste è semplice e insieme ricercata.

Dopo un rispettoso saluto, Severa lo guarda in attesa di ordini.

“Portami le ragazzine”. 

La governante china la testa, obbedirà, ma con lo sguardo disapprova il comportamento dell'uomo e dell'imperatore.

Due ore dopo Tiberio torna nella grande loggia, passeggia, guarda il mare, cerca di scacciare i cattivi pensieri:

«Eccomi qua, ho appena abusato di due ragazzine poco più che sedicenni. Sono solo due schiave, è vero, e pagate a caro prezzo, ma potrei essere il loro nonno.»

Si ferma ad osservare una vela bianca, piccola, lontana.

«Quando termina il raptus sessuale mi sento un verme, moralmente detestabile.»

Riprende a passeggiare:

«Non so resistere ….»

Scuote la testa:

«Erano così carine, con la pelle morbida, i capelli di seta, gli occhi ingenui.»

Cupido, il Dio dell’eros, forse lo avrebbe compreso:

«Quando gli ho spiegato quello che dovevano fare, Fabia, la biondina, sembrava sul punto di vomitare. Ho dovuto avvertirle che se non avessero soddisfatto il mio desiderio di rapporto orale, la loro bocca non mi serviva e gli avrei fatto tagliare la lingua da Giasone.»

«Nelle stanze degli schiavi si parla ancora di Antea, che aveva osato disubbidirmi sperando nella mia pietas e ne aveva subito le conseguenze.»

Sorride:

«La titubanza, il disgusto di Fabia e Verina, lo sguardo un po’ sorpreso quando ho ordinato di inginocchiarsi insieme, sono state le cose più eccitanti. Non c’è professionista del sesso che possa eguagliarli».

«Le ho afferrate per la testa e ho promesso di fargli strappare gli occhi se li avessero tenuti chiusi e dargli da bere cicuta se avessero rifiutato il mio seme.»

Gli sfugge un altro sorriso.

«I loro corpi rimasti integri rendono meno gravosa la mia coscienza, anche se questo senso di vuoto mi opprime.»

Controlla la tunica, non ci sono macchie:

«Almeno la maldicenza di corte avrà un fondo di verità»

Si ferma davanti ad una statua di Venere:

«Nonostante abbia vissuto 75 anni, non ho ancora capito se il sesso aiuta a sfuggire l’incubo della morte, del buio, dell’ignoto o lo rende ancor più terrorizzante.»

Improvvisamente scendono le lacrime, Tiberio singhiozza come un bambino:

«Non so neppure se riuscirò a terminare la mia biografia».